Non rottamare il governo

E’ ancora difficile capire come si concluderà la complicata partita a scacchi che da qualche giorno stanno giocando in modo spericolato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il leader del Pdl Silvio Berlusconi. La prossima settimana, quando verrà convocata al Senato la giunta per le elezioni, il tipo di percorso che sceglierà il centrodestra potrebbe essere più chiaro ma in realtà le ultime mediazioni tra gli ambasciatori del Pdl e quelli del Quirinale portano a sospettare che le strade del Partito democratico e quelle del Popolo della libertà potrebbero continuare a seguire ancora a lungo due percorsi paralleli.
19 AGO 20
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E’ ancora difficile capire come si concluderà la complicata partita a scacchi che da qualche giorno stanno giocando in modo spericolato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il leader del Pdl Silvio Berlusconi. La prossima settimana, quando verrà convocata al Senato la giunta per le elezioni, il tipo di percorso che sceglierà il centrodestra potrebbe essere più chiaro ma in realtà le ultime mediazioni tra gli ambasciatori del Pdl e quelli del Quirinale portano a sospettare che le strade del Partito democratico e quelle del Popolo della libertà potrebbero continuare a seguire ancora a lungo due percorsi paralleli. Se le cose andranno così è evidente che per gli equilibri del governo oltre al fattore Cav. sarà importante tenere sotto osservazione il fattore R., inteso come Rottamazione. Si è detto negli ultimi tempi che la traiettoria di Renzi per molti aspetti è simile a quella imboccata nel 2007 da Walter Veltroni (entrambi sindaci, entrambi teorici della vocazione maggioritaria, entrambi sostenitori della necessaria trasformazione del Pd in un partito americano). E si è detto, giustamente, che il veltroniano Renzi per non fare la fine di Veltroni deve evitare di ripetere alcuni errori del veltronismo (primo tra tutti quello di non riuscire a emanciparsi dall’affettuoso abbraccio offerto da mille entusiastiche correnti).
Tutto questo è vero. Ma dovendo individuare una differenza tra la storia di Veltroni e quella di Renzi la differenza vera sta nel fatto che, se nel 2008 l’ex sindaco di Roma non poteva non accelerare la fine del governo Prodi, nel 2013 e nel 2014 il sindaco di Firenze rischia invece di essere penalizzato da una caduta improvvisa del governo Letta. La prima ragione è che andare a votare senza essere segretario del Pd esporrebbe Renzi al rischio di arrivare all’appuntamento con Palazzo Chigi senza avere in mano un partito e senza avere gli anticorpi giusti per evitare la fine che fece Prodi sia nel 1996 sia nel 2006. La seconda ragione, invece, è che per Renzi sarebbe un errore non capire che sotto molti punti di vista il destino di questo governo potrebbe coincidere con il destino di Renzi. Un successo delle larghe intese, e il raggiungimento di una pacificazione politica e culturale tra i due poli, permetterebbe al Pd di dimostrare una reale capacità di governo. Viceversa un insuccesso delle larghe intese coinciderebbe anche con un insuccesso del Pd (che resta primo azionista di questo governo). Oggi, naturalmente, Renzi potrebbe trarre un beneficio momentaneo dall’essere il potenziale rottamatore di questa grande coalizione. Ma alla lunga il sindaco di Firenze capirà che essere il simbolo del nuovo Pd ha i suoi pregi (tutti salgono sul tuo carro) e i suoi difetti. E se è vero che il Pd oggi è sinonimo di Renzi; è anche vero che per Renzi un insuccesso del Pd di governo potrebbe diventare un ostacolo insormontabile per la sua scalata alla premiership. Veltroni nel 2008 fu costretto ad accelerare i tempi ma pagò l’incapacità di Prodi a governare. Oggi Renzi invece, se l’esecutivo riuscirà ad andare avanti, ha di fronte a sé una grande possibilità: diventare l’azionista principale di questo governo e provare a ripetere con il Pd lo stesso capolavoro compiuto dalla Merkel nel 2005 con la sua Cdu.