L’onore perduto dei guerrieri di Libia

Sono ormai sedici mesi che la guerra batte alle porte del regime di Assad, ma il moto umanitarista che si era visto a supporto delle tribù di Bengasi impegnate in una rivolta a media intensità è rimasto del tutto inerte di fronte al bagno di sangue spaventoso dei civili siriani. Come spiegare questo criterio per cui alcune popolazioni meritano di essere aiutate e per altre invece è consentito il “lasciar fare”? La truffa umanitaria bara con l’angoscia collettiva e si riempie la bocca del dolore del mondo, ma solo di quando in quando, al caffè.
19 AGO 20
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Sono ormai sedici mesi che la guerra batte alle porte del regime di Assad, ma il moto umanitarista che si era visto a supporto delle tribù di Bengasi impegnate in una rivolta a media intensità è rimasto del tutto inerte di fronte al bagno di sangue spaventoso dei civili siriani. Come spiegare questo criterio per cui alcune popolazioni meritano di essere aiutate e per altre invece è consentito il “lasciar fare”? La truffa umanitaria bara con l’angoscia collettiva e si riempie la bocca del dolore del mondo, ma solo di quando in quando, al caffè. In Kosovo la si chiamò “guerra arcobaleno”, la bella guerra della Terza via. Ma c’è di più.
Il citoyen pasciuto di ingerenza umanitaria, che sulla Libia si è impadronito dell’opinione pubblica per guidare una guerra dall’alto sghemba e sbagliata, non sa scandire i veri conflitti mediorientali, che in Siria si inverano molto di più che in Libia. In guerra non c’è altro soccorso che la vittoria e i mezzi umanitari vanno commisurati al fine benigno che è la sconfitta del nemico. Il resto è chiacchiera, peloso umanitarismo che nasconde interessi molto concreti e moltiplica i pericoli, come in Libia appunto. L’interventismo occidentalista, guidato da un’icona filosofica come Bernard-Henri Lévy, ha presentato una guerra organizzata nelle regioni orientali della Libia, da sempre ostili al potere di Tripoli, come una lotta di liberazione popolare contro un tiranno che faceva loschi affari con l’occidente, mentre ora non alza sopracciglio sulla faida settaria, religiosa e civile in corso a Damasco. E non lo fa nemmeno mentre i sinistri scricchiolii che annunciano il possibile tracollo del regime di Assad si moltiplicano. E’ di ieri la notizia che il premier siriano Riad Hijab è fuggito in Giordania, e la sua prima dichiarazione oltre confine è stata: “La mia defezione arriva in un momento in cui la Siria sta subendo un genocidio, i crimini di guerra più brutali e barbare uccisioni e massacri contro cittadini inermi”.
Interventisti a Bengasi e ammutoliti su Homs, sono spesso gli stessi che fecero il diavolo a quattro per presentare come coloniali le guerre in Iraq e Afghanistan. Il bene, dietro la maschera umanitaria, ha un lato oscuro. Non è forse questo occidentalismo selettivo una filiazione dell’avversione per l’occidente stesso? Per dirla con Avishai Margalit, che gli ha dedicato un bel libro, “l’occidentalismo è come quelle stoffe variopinte esportate dalla Francia a Tahiti, dove venivano adottate come abiti indigeni, solo per essere dipinte da Gauguin e altri come un esempio tipico dell’esotismo tropicale”.