La fine di Mogadiscio
Dicono gli uomini del governo somalo che “senza i soldati della missione Amisom avremmo poche ore di vita”. I guerriglieri di Shabaab che occupano Mogadiscio salterebbero le sbarre ai cancelli d’ingresso, rovescerebbero le sedie di paglia delle guardie all’ombra del muro di cinta di Villa Somalia, vincerebbero la resistenza – se ci fosse – dello sparuto corpo di sicurezza. Leggi Il gruppo somalo di al Qaida fa strage di deputati a Mogadiscio
18 AGO 20

Dicono gli uomini del governo somalo che “senza i soldati della missione Amisom avremmo poche ore di vita”. I guerriglieri di Shabaab che occupano Mogadiscio salterebbero le sbarre ai cancelli d’ingresso, rovescerebbero le sedie di paglia delle guardie all’ombra del muro di cinta di Villa Somalia, vincerebbero la resistenza – se ci fosse – dello sparuto corpo di sicurezza e si impadronirebbero di quei pochi edifici in cui oggi le istituzioni sotto assedio fanno vita di clausura. Senza Amisom, la capitale passerebbe in blocco sotto Shabaab, il gruppo africano che ha dichiarato lealtà al programma di al Qaida. Il governo farebbe la fine che ha già fatto il Parlamento, che per ragioni di sicurezza si riuniva a sud, a Chisimaio, sotto un enorme silos per il grano riadattato alla meglio in Westminster somala con sedie e tavoli portati dal vicino Kenya su camion delle Nazioni Unite. Ma Chisimaio e il palazzo-granaio del Parlamento sono già finiti nelle mani di Shabaab e i parlamentari sono fuggiti in salvo, oltre i confini. Fanno ritorno in Somalia di rado, sanno di essere sulla lista delle persone da assassinare. Da ieri, dopo che otto di loro sono stati braccati corridoio per corridoio in un hotel di Mogadiscio e sono stati ammazzati da una squadra speciale di Shabaab, si faranno vedere ancora meno.
La fuga dei parlamentari non è una tragedia irrimediabile, perché loro sono soltanto espressione degli equilibri di clan rivali che sanno come comunicare tra loro senza riunirsi sotto un silos. Per il governo e il presidente della Somalia il discorso è differente, sono assieme l’ultima ridotta del potere centrale e il simbolo della sopravvivenza. Se cadono quelli, anche la possibilità remota di una ripartenza del paese si dissolve: la capitolazione della Villa sancirebbe l’inizio del dominio di Shabaab sulla Somalia centrale – a sud comandano già e a nord stanno provando l’avanzata da circa dieci mesi.
La finzione governativa, per reggersi in piedi, obbliga a routine eroiche. Ogni volta che il presidente parte dal perimetro bianco di Villa Somalia per andare verso il mare, dove c’è l’aeroporto, comincia la danza dei colpi di mortaio. Poi l’aereo si leva dalla pista bucata per portare il presidente e la sua delegazione incravattata a incontrare ministri degli Esteri e segretari di stato in giro per il mondo, a elemosinare qualche altro spicciolo, qualche altro soldato, un po’ di consenso, un allungamento delle chance di resistenza dentro il quartiere assediato della capitale. Quando l’aereo riappare, parte un’altra danza di bentornato con i mortai.
La possibilità che un giorno la Somalia possa avere un esercito proprio in grado di prendere l’iniziativa contro la guerriglia appartiene al regno delle illusioni che prima finiscono meglio è. La Germania ha appena finito di addestrare mille volontari somali per farne poliziotti, con uniformi e armi personali. Dopo la cerimonia di fine corso a Gibuti, sulla via del rientro in patria i mille nuovi poliziotti sono passati con tutto l’equipaggiamento dalla parte di Shabaab. I soldati a Mogadiscio sono state sorpresi e fotografati mentre vendevano le auto alla guerriglia. Non è insolito che i loro comandanti, tirate le somme e considerato su chi convenga puntare la propria carriera e la propria vita, disertino l’esercito e bussino alla porta di Shabaab.
Amisom si frappone alla fine. Circa seimila uomini mandati da Uganda e Burundi e pagati a singhiozzo – e quanto devi essere nei guai, se hai bisogno per sopravvivere dei militari del Burundi? – e presto si aggiungeranno altri duemila soldati, ma i due governi africani non vogliono definire date e numeri esatti per ragioni di sicurezza. Amisom però non riuscirà mai a risolvere la guerra. E’ una forza di pura conservazione, che al culmine dello sforzo militare consentirà al governo somalo di sopravvivere, di tenere lo stallo contro i guerriglieri, senza avanzare di un centimetro. Sul terreno i soldati Amisom hanno una strategia totalmente sbagliata, perché è come se avessero accettato di scambiarsi di ruolo con i nemici. Cercano di tirare in lungo, di sopravvivere a Shabaab, di logorarlo con pochi attacchi mordi e fuggi fino a quando non sparirà. Trincerati nei loro accantonamenti, sono vulnerabili. Una ventina sono morti alla mensa, avvelenati da un sabotatore. Altri sono stati uccisi da un’incursione ben pianificata di Shabaab: due attentatori suicidi travestiti da funzionari delle Nazioni Unite – erano volontari non somali, con le maniere di persone che viaggiano, sangue freddo e un inglese perfetto – a bordo di veicoli Onu trafugati qualche mese prima e caricati con esplosivo hanno superato i cancelli della grande base Amisom all’aeroporto. E’ saltato in aria anche il generale vicecomandante della missione. E ogni giorno c’è il rendez vous consueto con le bombe nelle strade, i colpi di mortaio, i cecchini.
Che cosa fa Amisom per battere la guerriglia? Dall’aeroporto a sud sulla linea della costa e dal centro della città, dove si trovano gli edifici governativi, batte con mortai di grosso calibro sulla roccaforte della guerriglia, il mercato centrale di Bakara: zona densa di traffico e di abitazioni. E quando i proiettili cadono a caso, è sempre una carneficina di civili. Invece che eliminare i guerriglieri, Amisom con le sue rappresaglie indiscriminate si sta mettendo contro tutti i clan potenti della città. Che ora parteggiano più forte per Shabaab. E’ il contrario di quello che dovrebbe fare una missione militare mandata a salvare un paese dall’aggressione di una guerriglia islamista che è determinata ma poco numerosa e che ha bisogno del sostegno popolare. Dovrebbero farsi amici dei somali, e li bombardano. Ma è difficile parlare di counterinsurgency ai soldati sottopagati, anche se Uganda e Burundi due giorni fa hanno promesso più autocontrollo nelle reazioni sul campo. Per ora, il risultato è che i soldati riescono a malapena a tenere il perimetro difensivo che racchiude il governo. Per quanto ancora? La guerriglia – lei sì – si comporta come se fosse l’esercito regolare. Monta a intervalli regolari offensive travolgenti, fa pressing sui soldati si fa sotto, non perde occasioni per rosicchiare un altro pezzo di territorio, un’altra strada, un altro tetto da cui sparare sulle truppe del governo.
Sullo sfondo di questa battaglia che assomglia a una morte per dissanguamento, Mogadiscio è diventata un paesaggio lunare e deserto. I tre milioni di abitanti sono fuggiti, la maggior parte verso campi profughi non lontani, e la città è svuotata.
Le navi della marina americana e della marina degli stati europei in servizio antipirateria al largo considerano la terraferma res nullius, cosa di nessuno, un vasto pascolo su cui nessuno ha sul serio voglia di intervenire. Ogni tanto gli elicotteri militari – raccontano i somali – sorvolano radenti i campi a caccia di selvaggina africana, safari supertecnologici per rompere la monotonia della routine marittima.
La fuga dei parlamentari non è una tragedia irrimediabile, perché loro sono soltanto espressione degli equilibri di clan rivali che sanno come comunicare tra loro senza riunirsi sotto un silos. Per il governo e il presidente della Somalia il discorso è differente, sono assieme l’ultima ridotta del potere centrale e il simbolo della sopravvivenza. Se cadono quelli, anche la possibilità remota di una ripartenza del paese si dissolve: la capitolazione della Villa sancirebbe l’inizio del dominio di Shabaab sulla Somalia centrale – a sud comandano già e a nord stanno provando l’avanzata da circa dieci mesi.
La finzione governativa, per reggersi in piedi, obbliga a routine eroiche. Ogni volta che il presidente parte dal perimetro bianco di Villa Somalia per andare verso il mare, dove c’è l’aeroporto, comincia la danza dei colpi di mortaio. Poi l’aereo si leva dalla pista bucata per portare il presidente e la sua delegazione incravattata a incontrare ministri degli Esteri e segretari di stato in giro per il mondo, a elemosinare qualche altro spicciolo, qualche altro soldato, un po’ di consenso, un allungamento delle chance di resistenza dentro il quartiere assediato della capitale. Quando l’aereo riappare, parte un’altra danza di bentornato con i mortai.
La possibilità che un giorno la Somalia possa avere un esercito proprio in grado di prendere l’iniziativa contro la guerriglia appartiene al regno delle illusioni che prima finiscono meglio è. La Germania ha appena finito di addestrare mille volontari somali per farne poliziotti, con uniformi e armi personali. Dopo la cerimonia di fine corso a Gibuti, sulla via del rientro in patria i mille nuovi poliziotti sono passati con tutto l’equipaggiamento dalla parte di Shabaab. I soldati a Mogadiscio sono state sorpresi e fotografati mentre vendevano le auto alla guerriglia. Non è insolito che i loro comandanti, tirate le somme e considerato su chi convenga puntare la propria carriera e la propria vita, disertino l’esercito e bussino alla porta di Shabaab.
Amisom si frappone alla fine. Circa seimila uomini mandati da Uganda e Burundi e pagati a singhiozzo – e quanto devi essere nei guai, se hai bisogno per sopravvivere dei militari del Burundi? – e presto si aggiungeranno altri duemila soldati, ma i due governi africani non vogliono definire date e numeri esatti per ragioni di sicurezza. Amisom però non riuscirà mai a risolvere la guerra. E’ una forza di pura conservazione, che al culmine dello sforzo militare consentirà al governo somalo di sopravvivere, di tenere lo stallo contro i guerriglieri, senza avanzare di un centimetro. Sul terreno i soldati Amisom hanno una strategia totalmente sbagliata, perché è come se avessero accettato di scambiarsi di ruolo con i nemici. Cercano di tirare in lungo, di sopravvivere a Shabaab, di logorarlo con pochi attacchi mordi e fuggi fino a quando non sparirà. Trincerati nei loro accantonamenti, sono vulnerabili. Una ventina sono morti alla mensa, avvelenati da un sabotatore. Altri sono stati uccisi da un’incursione ben pianificata di Shabaab: due attentatori suicidi travestiti da funzionari delle Nazioni Unite – erano volontari non somali, con le maniere di persone che viaggiano, sangue freddo e un inglese perfetto – a bordo di veicoli Onu trafugati qualche mese prima e caricati con esplosivo hanno superato i cancelli della grande base Amisom all’aeroporto. E’ saltato in aria anche il generale vicecomandante della missione. E ogni giorno c’è il rendez vous consueto con le bombe nelle strade, i colpi di mortaio, i cecchini.
Che cosa fa Amisom per battere la guerriglia? Dall’aeroporto a sud sulla linea della costa e dal centro della città, dove si trovano gli edifici governativi, batte con mortai di grosso calibro sulla roccaforte della guerriglia, il mercato centrale di Bakara: zona densa di traffico e di abitazioni. E quando i proiettili cadono a caso, è sempre una carneficina di civili. Invece che eliminare i guerriglieri, Amisom con le sue rappresaglie indiscriminate si sta mettendo contro tutti i clan potenti della città. Che ora parteggiano più forte per Shabaab. E’ il contrario di quello che dovrebbe fare una missione militare mandata a salvare un paese dall’aggressione di una guerriglia islamista che è determinata ma poco numerosa e che ha bisogno del sostegno popolare. Dovrebbero farsi amici dei somali, e li bombardano. Ma è difficile parlare di counterinsurgency ai soldati sottopagati, anche se Uganda e Burundi due giorni fa hanno promesso più autocontrollo nelle reazioni sul campo. Per ora, il risultato è che i soldati riescono a malapena a tenere il perimetro difensivo che racchiude il governo. Per quanto ancora? La guerriglia – lei sì – si comporta come se fosse l’esercito regolare. Monta a intervalli regolari offensive travolgenti, fa pressing sui soldati si fa sotto, non perde occasioni per rosicchiare un altro pezzo di territorio, un’altra strada, un altro tetto da cui sparare sulle truppe del governo.
Sullo sfondo di questa battaglia che assomglia a una morte per dissanguamento, Mogadiscio è diventata un paesaggio lunare e deserto. I tre milioni di abitanti sono fuggiti, la maggior parte verso campi profughi non lontani, e la città è svuotata.
Le navi della marina americana e della marina degli stati europei in servizio antipirateria al largo considerano la terraferma res nullius, cosa di nessuno, un vasto pascolo su cui nessuno ha sul serio voglia di intervenire. Ogni tanto gli elicotteri militari – raccontano i somali – sorvolano radenti i campi a caccia di selvaggina africana, safari supertecnologici per rompere la monotonia della routine marittima.