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Il lieto fine non c’entra. In un film la vita di Melazzini, medico e malato
“Non lo stupido e banale happy end, ma la strana fiamma che brucia sempre dentro ogni difficoltà, ogni contraddizione, ogni dolore”. Se c’è un modo per raccontare la speranza senza retorica, è quello descritto dalle parole di Emmanuel Exitu, regista italiano che da qualche anno si è messo in testa di battere questo sentiero alla faccia del sentimentalismo. Queste parole sulla fiamma che brucia dentro sono note di regia al suo ultimo film, intitolato “Io sono qui”-
19 AGO 20

Dalla Sla non si guarisce. Ma si può curare. Exitu è andato a frugare con la telecamera nella vita e nel lavoro di Melazzini, lo ha convinto a farsi riprendere quando, svestito, soffre inserendo il sondino che lo nutre, lo ha guardato negli occhi facendosi accompagnare idealmente sulle montagne che Melazzini amava, e poi odiava quando ha saputo della malattia, e poi ha amato ancora quando ha capito che ci sono, e che sono bellissime. Nella prima scena c’è un signore anziano che va a farsi visitare accompagnato dalla moglie. La Sla gli sta già rubando la parola, che fa fatica a uscire dalla bocca: “Ho letto i suoi libri – biascica – e volevo chiederle…”. Lo interrompe la moglie, che essendo moglie crede di sapere lei che cosa vuole dire lui: “Voleva chiederle come fa a parlare così bene”. “No – dice lui – Nei suoi libri lei dice di essere felice…”. La risposta “giusta” non arriva, Melazzini non è un guru, un eroe, né un prete, in quel caso svicola un po’, ma una risposta arriva guardandolo al lavoro, nella settimana pazzesca raccontata da questo documentario (che esce insieme a un libro autobiografico di Melazzini): nel rapporto con i colleghi, gli infermieri, i malati, nelle visite a casa.
C’è un episodio che dice tutto: un padre di famiglia disteso sul letto, che riesce a parlare soltanto con gli occhi, grazie a un macchinario elettronico che traduce in parole i movimenti delle pupille. Melazzini si informa sulle difficoltà della famiglia (la Asl non vuole cambiare il respiratore, un infermo a letto non merita tutte queste attenzioni, dicono), poi scherza e chiacchiera con lui. “Da quando sono malato ho sempre le stesse passioni – dice – anzi, di più. Forza Juve!”. Merito anche del modo con cui Melazzini lo tratta e lo guarda. Quando è il momento di uscire – immobile, disteso su una carrozzina – chiede sorridendo alla figlia di mettergli il profumo Dior e l’orologio elegante. E non di staccargli la spina.