Doparsi è meglio?

Ban what is dangerous, legalize what is not”. Mentre tutto il mondo si beve commosso le lacrime di Alex Schwazer, il marciatore italiano cacciato dalle Olimpiadi per uso di Epo – e massacrato da giorni sui media italiani con una ferocia e una voluttà piuttosto indecenti – il sito del New York Times ha aperto nella sua Room for Debate un interessante, e più pragmatico, forum dedicato al tema: “Il doping dovrebbe essere permesso?”.
19 AGO 20
Immagine di Doparsi è meglio?
Ban what is dangerous, legalize what is not”. Mentre tutto il mondo si beve commosso le lacrime di Alex Schwazer, il marciatore italiano cacciato dalle Olimpiadi per uso di Epo – e massacrato da giorni sui media italiani con una ferocia e una voluttà piuttosto indecenti – il sito del New York Times ha aperto nella sua Room for Debate un interessante, e più pragmatico, forum dedicato al tema: “Il doping dovrebbe essere permesso?”. Prima ancora che l’apoteosi dello sport-business, le Olimpiadi in corso a Londra sono, in buona sostanza, l’apoteosi del culto del corpo perfetto. A quali prezzi certe perfezioni meritino di essere raggiunte, è domanda da porsi senza infingimenti e ingenuità in un mondo in cui il traguardo sportivo è sempre più segno di scelta individualista, di investimento economico, di narcisismo. Gli Stati Uniti non sono certo immuni dal fenomeno: prima di Schwazer era stato espulso da Londra il judoka statunitense Nick Delpopolo, e negli sport super professionistici il doping è diffuso o addirittura tollerato come nel football. Julian Savulescu, direttore del Centre for Neuroethics dell’Universita di Oxford, scrive nel forum del Nyt che ci sono giuste ragioni per vietare le sostanze pericolose per la salute, mentre le altre dovrebbero essere permesse. Soprattutto c’è il dubbio che l’illegalità sia il maggior rischio per gli atleti. Chi può controllare, e cosa? E’ la classica posizione antiproibizionista.
Certo, ci sono aspetti di cinismo in questo modo di vedere. Michele Ferrari, controverso esperto di farmacologia, giunse a dichiarare che “è doping solo quello che viene trovato ai controlli”. Ma è realistico pensare che da sempre gli atleti cercano modi per migliorare le proprie doti naturali. Un tempo era vietata la caffeina, ma adesso, mentre già si parla di “doping genetico” (l’Agenzia mondiale antidoping lo ha già vietato, in via preventiva), stabilire regole e confini è sempre più difficile. Tanto più in un orizzonte etico in cui il cosa fare, e come, e a quale scopo, del proprio corpo è fatto riservato alla inviolabile coscienza, o al massimo delegato al potere di Big Pharma o alle “possibilità della scienza”. E in cui solo la finzione decoubertiniana può credere che far correre i ciclisti trecento chilometri al giorno per un mese di fila a 30 all’ora di media sia risultato ottenibile con le borracce di gazzosa. L’utilitarismo scientifico è ambiguo, ma pone domande cui il proibizionismo da linciaggio etico non è in grado di rispondere.