Bivacchi di manipoli togati

La rissa scoppiata nella procura di Milano, che vede contrapposti il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati e uno dei suoi aggiunti, Alfredo Robledo, aiuta a far capire i meccanismi del potere (e dello strapotere) giudiziario che ha assunto una rilevanza strabordante e pericolosa. Robledo ha ricordato come, per chiudere una discussione sulla solita questione dell’attribuzione dei fascicoli, Bruti Liberati gli abbia rinfacciato che aveva un posto a Milano solo grazie alla volontà della corrente di Magistratura democratica, in cui il procuratore capo è un pezzo da novanta. Attraverso le manovre di corrente all’interno del Consiglio superiore della magistratura, dunque, si possono stabilire le composizioni “politiche” degli uffici giudiziari, e, va sottolineato, non solo delle procure ma anche della magistratura giudicante.
19 AGO 20
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La rissa scoppiata nella procura di Milano, che vede contrapposti il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati e uno dei suoi aggiunti, Alfredo Robledo, aiuta a far capire i meccanismi del potere (e dello strapotere) giudiziario che ha assunto una rilevanza strabordante e pericolosa. Robledo ha ricordato come, per chiudere una discussione sulla solita questione dell’attribuzione dei fascicoli, Bruti Liberati gli abbia rinfacciato che aveva un posto a Milano solo grazie alla volontà della corrente di Magistratura democratica, in cui il procuratore capo è un pezzo da novanta. Attraverso le manovre di corrente all’interno del Consiglio superiore della magistratura, dunque, si possono stabilire le composizioni “politiche” degli uffici giudiziari, e, va sottolineato, non solo delle procure ma anche della magistratura giudicante. Alla faccia della sua presunta “terzietà”, prescritta dalla Costituzione ma sistematicamente violata dalla prassi dei capi del partito delle procure.

[**Video_box_2**]A questo punto non interessa un granché sapere se, nel merito della controversia sull’attribuzione dei casi più scottanti, abbia ragione Robledo o Bruti Liberati. Deciderà una commissione del Csm, il che fa pensare che la decisione rispecchierà il rapporto di forze tra le correnti della magistratura organizzata, che sembra più rilevante di quello che si verifica in Parlamento tra le rappresentanze politiche elettive. La concentrazione anomala di potere in alcune procure, da Milano a Napoli a Palermo, prima o poi doveva sfociare in una lotta interna, com’era già accaduto in quelle delle metropoli meridionali, e si verifica oggi puntualmente anche in quella lombarda. Il tema in discussione, in realtà, riguarda una lotta per la visibilità mediatica dei singoli magistrati, che possono poi riversare il loro raccolto di consenso sull’arena politica, direttamente o indirettamente. Se, come accade in vari stati americani, i magistrati dell’accusa fossero eletti dai cittadini, la loro politicizzazione sarebbe, almeno, sottoposta alla sovranità popolare e avrebbe quindi un suggello democratico. Da noi, invece, le nomenclature delle correnti, più potenti e più opache delle segreterie dei partiti, gestiscono in modo trasversale equilibri di potere autolegittimato, e poi agiscono in forme esorbitanti sulla vita nazionale. Si capisce perché sia stata impedita ogni pur timidissima riforma della giustizia che mettesse in discussione il controllo correntizio sulle nomine e la collocazione dei magistrati, magari separando quelli dell’accusa da quelli giudicanti, come accade in ogni paese dove c’è uno straccio di stato di diritto. La ferocia delle lotte al vertice delle procure fa intendere che nessuno mollerà mai l’osso, finché la politica resterà impotente e intimidita. Nel momento in cui la politica patisce una cruda e persistita delegittimazione, le procure prendono a disputarsi a cielo aperto lo spazio pubblico da loro avocato in un più che ventennale esercizio di supplenza.