All’Onu c’è un piano B per evitare lo scontro frontale con Abu Mazen

Quando al terzo intervento sul podio delle Nazioni Unite il presidente dell’Assemblea generale invita i delegati ad abbassare il tono delle chiacchiere di sottofondo è chiaro anche ai più distratti che le parole che contano davvero si dicono altrove. Soprattutto sulla richiesta palestinese di un pieno riconoscimento da parte dell’Onu: “Daremo un po’ di tempo al Consiglio di sicurezza per valutare la nostra richiesta”, ha detto il consigliere palestinese Nabil Shaath lanciando l’ennesimo messaggio ambiguo.
19 AGO 20
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Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ieri mattina ha incontrato Obama – “che merita una medaglia” per aver negato l’appoggio allo stato palestinese – e ieri sera è stato il turno del bilaterale con Abu Mazen: sono i riflessi pubblici di quel lavorìo con cui i negoziatori stanno cercando di formulare una proposta accettabile per entrambi. Una proposta fatta di date e scadenze, perché a questo punto nessuna dichiarazione di principio convincerebbe il leader palestinese a rimangiarsi la parola data. Parlando con i giornalisti, il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, non ha potuto svelare i termini delle conversazioni (anche se i temi sono di una chiarezza ancestrale: colonie, confini, status di Gerusalemme est, profughi) ma ha fatto capire che “il Consiglio di sicurezza si può ancora evitare”. Una bozza di timetable l’ha data l’attivissimo presidente francese, Nicolas Sarkozy: un mese per stabilire le precondizioni e riattivare i negoziati, sei mesi per trovare un accordo di massima e altri sei mesi per arrivare a un accordo finale. L’ottimismo di Sarkozy serve a esorcizzare la contraddizione di un paese (e non è il solo) che ha fatto bella mostra di stare dalla parte giusta della primavera araba – due settimane fa ha licenziato l’inviata Valerie Hoffenberg perché era contraria alla candidatura palestinese – e ora non vuole essere costretto a camminare sui carboni ardenti del voto al Consiglio.
La contropartita per Abu Mazen sarebbe l’elevamento a “stato osservatore” con il voto dell’Assemblea generale (l’America ci sta, ma a condizione che non possa accedere alla Corte penale dell’Aja, cosa che Sarkozy, fra un vento di libertà e l’altro, non cita). L’accordo con le parti permetterebbe all’America di evitare il veto e all’Europa di nascondere le divisioni sotto il cappello di una posizione comune. Ma data la fluidità della situazione, si continua a lavorare sugli indecisi più aleatori del Consiglio: Gabon, Nigeria e Bosnia Erzegovina.