Olli Rehn e il paese reale
La Repubblica ha pubblicato un sunto della relazione del commissario europeo agli Affari economici Olli Rehn sulla situazione italiana. La tentazione di colorire un po’ la prosa tecnica di Rehn per trarne una bocciatura ex post del governo Berlusconi era inevitabile, e in fondo naturale.
18 AGO 20

La Repubblica ha pubblicato un sunto della relazione del commissario europeo agli Affari economici Olli Rehn sulla situazione italiana. La tentazione di colorire un po’ la prosa tecnica di Rehn per trarne una bocciatura ex post del governo Berlusconi era inevitabile, e in fondo naturale. Se invece si legge il testo in sé, si incontrano dati e giudizi interessanti, diversi dalla vulgata del “grande disastro” italiano.
Olli Rehn parla come prevedibile di “misure aggiuntive necessarie”, ma scrive anche che le riforme già approvate sono una base da cui partire. Quella di Renato Brunetta per ammodernare e rendere più efficiente la Pubblica amministrazione, ad esempio, va “applicata integralmente”. Della Pubblica amministrazione, per la verità Mario Monti si era addirittura dimenticato, tralasciando di attribuine la responsabilità a un ministro apposito, salvo poi correggersi, non a caso dopo l’incontro con Rehn, nominandone uno in più. Anche su pensioni e mercato del lavoro, le indicazioni del rapporto confermano scelte già approvate, stimolando a proseguire. Anche la diagnosi delle difficoltà italiane, viste come le difficoltà di un paese a bassa crescita, seppur dotato di un forte risparmio privato e di un sistema bancario più solido della media europea, non si discosta più di tanto da una visione realista dei problemi che accomuna da tempo tutti i migliori osservatori e tutte le forze politiche riformiste.
La domanda che bisognerebbe porsi, dopo aver letto il rapporto, riguarda invece la friabilità politica delle scelte riformistiche: una debolezza strutturale che portò alle crisi dei governi di Romano Prodi prima e ora alla caduta di Berlusconi. Tranne che per qualche settore, il meccanismo riformista italiano non assomiglia a quello delle altre grandi democrazie, in cui le maggioranze che si alternano partono dal punto raggiunto dai predecessori per compiere, secondo la loro impostazione, un altro tratto del percorso. Da noi si è instaurata la nefasta tendenza a distruggere le riforme precedenti (basti pensare alla riforma delle pensioni di anzianità di Maroni da parte del centrosinistra) così si riparte sempre da zero in nome di una “discontinuità” che in realtà favorisce la conservazione.