L'onore perduto del Times

Gli italiani che nella valle di Surobi c’erano raccontano al Foglio una verità diversa da quella descritta ora, al culmine di una campagna anti Cav., dal quotidiano britannico Times. L’idillio con i talebani non c’è stato. I ranger del 4° Reggimento Alpini paracadutisti sono stati attaccati numerose volte, “almeno una decina”, dai guerriglieri, decisi a dimostrare agli abitanti della zona che i soldati italiani non erano in grado di svolgere le loro attività e che era inutile e pericoloso collaborare con loro.
18 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 21:35
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Gli italiani che nella valle di Surobi c’erano raccontano al Foglio una verità diversa da quella descritta ora, al culmine di una campagna anti Cav., dal quotidiano britannico Times. L’idillio con i talebani non c’è stato. I ranger del 4° Reggimento Alpini paracadutisti sono stati attaccati numerose volte, “almeno una decina”, dai guerriglieri, decisi a dimostrare agli abitanti della zona che i soldati italiani non erano in grado di svolgere le loro attività e che era inutile e pericoloso collaborare con loro. Un sottufficiale, il sergente Davide Lunetta, è stato chiamato in Belgio, al quartiere generale della Nato, per ricevere l’onorificenza di “miglior sottufficiale Nato dell’anno” per il coraggio dimostrato in combattimento – e l’Afghanistan non è un paese avaro di occasioni per tutte le truppe della Nato. Un sottotenente dei ranger, Francesco Pezzulo, è stato ucciso in uno scontro a fuoco il 13 febbraio 2008.
Se il clima di tensione non è arrivato in Italia, spiegano, è anche perché il governo Prodi – poi terminato tre mesi prima della fine del loro periodo di servizio – sulla spinosa missione in Afghanistan si sentiva vulnerabile e aveva ordinato di non parlare degli attacchi a meno che non ci fossero feriti o vittime. Il Times sbaglia anche sui francesi, dicono gli uomini di Surobi. Loro volevano entrare nella valle dove poi sono stati attaccati perché cercavano un collegamento con un’altra base francese, a Kapisa. Noi, che non eravamo interessati a controllare anche quella rotta, quando è arrivato il momento del passaggio delle consegne li abbiamo avvertiti: non ci siamo stati, è una rotta che non era nei nostri interessi strategici e non abbiamo sorvegliato, fate attenzione.
Il Times, che ostenta di avere più informazioni anche di Parigi, non dice che gli italiani a Surobi sono stati un modello acclamato di strategia controguerrigliera. Sono arrivati dopo il contingente turco, musulmani sunniti come gli afghani che girano con enormi mezzelune dipinte bene in evidenza sui mezzi e non hanno mai subito un attentato. Difficile fare meglio di loro, quanto a rapporti sereni e distesi con i locali. I turchi durante i loro dieci mesi nella zona di Surobi possono vantare il ritrovamento di sei depositi clandestini di armi. Gli italiani hanno scelto una strategia capillare di contatti quotidiani ed estesi, villaggio per villaggio, con la popolazione, che poi si è trasformata nella fornitura di servizi essenziali, costruzione di ponti, pozzi, scuole. I talebani hanno reagito con violenza, senza però riuscire a convincere gli afghani.
Il bilancio italiano, alla fine, anche dopo gli attacchi e il morto, è stato molto miglire di quello turco: 150 ritrovamenti complessivi di armi, droga ed esplosivo, grazie alle indicazioni dei locali. Otto tonnellate di droga consegnata alle autorità. Il generale David McKiernan, comandante di Isaf, era arrivato in visita a riconoscere il lavoro modello fatto dagli italiani e ad additarlo agli altri contingenti. Pura applicazione della dottrina antiinsurrezionale: porta la popolazione dalla tua parte. Chi c’era ricorda che al passaggio di consegne i francesi non erano d’accordo e avevano sminuito il successo: “Noi facciamo a modo nostro”. Il “modo nostro” non andava bene. Il generale Michel Stollsteiner, subito dopo la strage dei dieci soldati, ammise che c’era stato troppo poco lavoro d’intelligence e “troppa fiducia verso i locali”. Il Times stesso scrive che il convoglio francese, nel cuore dell’Afghanistan, in piena stagione dei combattimenti, era scarsamente armato ed equipaggiato e che i superstiti devono la loro salvezza alle chiamate radio delle Forze speciali americane, che guidarono gli aerei contro i talebani.
Il governo italiano ieri ha smentito le accuse e ha annunciato una denuncia contro il quotidiano britannico. Ma se anche fosse vero, e negato per ragioni istituzionali, che i servizi segreti italiani hanno stretto patti di non belligeranza con i talebani? L’attacco del Times è strano lo stesso, perché butta in politica una tattica diffusa e ricorrente che proprio gli inglesi hanno introdotto in Afghanistan. E’ il Times a descrivere, nel 2007, il programma da un miliardo e mezzo di sterline che i soldati di Londra intraprendono nella violentissima provincia di Helmand per convincere i talebani a deporre le armi. Sono gli stessi inglesi che sopportano combattimenti “da Seconda guerra mondiale” e che infliggono colpi durissimi alla leadership talebana, ma non sono contrari a tentare anche la strada della tangente al nemico.
In un caso disastroso corrompono il capo sbagliato, un Naqib che poi si è rivelato un talebano di basso livello e non il potente comandante omonimo che loro credevano. Un programma cominciato all’insaputa del governo Karzai, che espelle per rappresaglia due diplomatici inglesi dal paese. Eppure. “Money is ammunition”, i soldi sono munizioni, dice un pilastro della dottrina del generale David Petraeus, che in Iraq è riuscito a portare i guerriglieri sunniti a combattere dalla parte degli americani contro gli estremisti di al Qaida. Un accordo segreto, in questa zona e oggi, può servire a battere il nemico in modo definitivo. Gli americani e il governo centrale di Kabul hanno i propri programmi per fiaccare la volontà e la resistenza dei talebani e anche quelli prevedono generose elargizioni.
Il 9 ottobre gli italiani, i non belligeranti secondo il Times, hanno ucciso il comandante talebano più potente di tutto il loro settore di competenza – è il quinto che eliminano quest’anno, in collaborazione con gli afghani. Ghulam Yahya Akbari era un ex ministro provinciale passato al nemico – un andirivieni non insolito in un teatro torbido come quello afghano – e che vantava di comandare centinaia di guerriglieri. Dopo essere sfuggito a tre raid americani, è stato colpito da un tiratore scelto delle forze speciali italiane – la Task Force 45 – schierate in appoggio di un battaglione della fanteria afghana.