In Crimea comincia una provocazione militare da manuale di Mosca

Sembra lo scenario più scontato, da manuale della storia sovietica, quello che si sta evolvendo in queste ore in Crimea: dopo che mercoledì la folla di manifestanti pro russi che aveva cercato di fare irruzione nel Parlamento è stata improvvisamente respinta dai militanti tartari, sono entrati in azione i professionisti. Un centinaio di uomini armati ieri ha occupato la sede del Parlamento e del governo a Simferopol. Dopo aver neutralizzato le guardie hanno issato sul palazzo la bandiera russa. di Anna Zafesova
18 AGO 20
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Sembra lo scenario più scontato, da manuale della storia sovietica, quello che si sta evolvendo in queste ore in Crimea: dopo che mercoledì la folla di manifestanti pro russi che aveva cercato di fare irruzione nel Parlamento è stata improvvisamente respinta dai militanti tartari, sono entrati in azione i professionisti. Un centinaio di uomini armati ieri ha occupato la sede del Parlamento e del governo a Simferopol. Dopo aver neutralizzato le guardie hanno issato sul palazzo la bandiera russa. Ai deputati sono stati sequestrati i cellulari, i giornalisti non possono entrare negli edifici. I telefoni sono staccati, come il sito del governo che comunica via Facebook. Il tentativo di un negoziato è fallito: il capo del commando ha detto di non avere nessuna richiesta da avanzare e di “non avere il mandato” di trattare. Chi dovrebbe concederlo non è chiaro, ma il presidente del Parlamento Vladimir Konstantinov, finora restìo ai tentativi di sollevare in Aula la questione della secessione, ha messo all’ordine del giorno un referendum sulla secessione dall’Ucraina, indetto per il 25 maggio e approvato dopo qualche difficoltà con il quorum. Licenziato anche il governo, troppo prudente nei rapporti con Kiev, e sostituito con un gabinetto guidato da Sergei Aksyonov, capo del partito filorusso Unità russa.
Davanti al Parlamento di Simferopol centinaia di persone scandiscono “Putin”, “Russia” e chiedono l’intervento militare di Mosca. In mattinata sette blindati partiti da una base della flotta russa a Sebastopoli sono stati bloccati sulla strada verso la capitale, e Kiev – dove si è insediato il nuovo governo di Arseny Yatseniuk – ha ammonito la Russia contro qualunque movimento di truppe non autorizzato. Sono state interrotte le linee di pullman per Simferopol, per evitare che centinaia di militanti di organizzazioni filorusse vadano ad aggiungersi alla piazza.
Intanto il deputato Nikolay Moskal sostiene che i Berkut – la polizia anti sommossa delle stragi di Kiev sciolta dal nuovo governo – hanno isolato la penisola dal continente.
Sarebbero sempre i Berkut ribelli ad aver occupato il Parlamento: chi ha visto il commando in azione parla di “professionisti”, non di milizie popolari.
Che sia un’insurrezione spontanea dei radicali filorussi appare però sempre meno probabile. Nella penisola stanno sbarcando in massa politici russi, dal leader del partito Russia Giusta Serghei Mironov ai “falchi” di Russia Unita: la campionessa di pattinaggio Irina Rodnina, famosa per il suo tweet razzista contro Obama, la prima donna nello spazio Valentina Tereshkova, il pugile Nikolay Valuev. Sono le star delle cerimonie di Sochi, i simboli dell’orgoglio nazionale, che arrivano a sostituire gli emissari di terzo rango della Duma dei giorni scorsi. Si parla anche dell’arrivo di gruppi pop nazionalisti della playlist del Cremlino. Che forse sono un segnale perfino più eloquente delle esercitazioni russe al confine occidentale, che il Pentagono fa sapere di monitorare attentamente.
La diplomazia ucraina ieri ha inviato due note ai russi con richiesta di consultazioni, senza ottenere risposta, almeno pubblicamente. La Russia insiste sulla legittimità di Viktor Yanukovich, nonostante i suoi stessi seguaci abbiano ormai appoggiato la coalizione del Maidan. L’ex presidente è sparito una settimana fa, abbandonando la moglie e facendosi accompagnare dalla cuoca e da sua sorella, che il gossip di Kiev considera la sua amante storica, ma ieri si è fatto vivo con una lettera nella quale ribadisce di essere ancora in carica.

I tartari stanno con il Maidan
Il blitz in Crimea sembra il classico – dagli stati Baltici nel 1939 alle “democrazie popolari” dell’est Europa nel 1948 – scenario sovietico dell’intervento militare “in difesa” della popolazione ansiosa di passare sotto la protezione di Mosca, magari con l’aiuto di un governo messo in piedi per l’occasione. Poco praticabile nel 2014, a meno che si voglia tornare alla cortina di ferro (che lascerebbe dall’altra parte anche i conti e le ville dell’élite russa in Europa). Sempre che la Russia si voglia limitare ad accendere il focolaio in Crimea (inclusa l’inevitabile rivolta dei tartari che, memori della deportazione di Stalin, tifano il Maidan contro Putin) per regalare all’Ucraina la sua Cecenia, una spina secessionista che sarebbe tragico tentare di rimuovere chirurgicamente. Ammesso che Kiev ne abbia la forza. Il Settore di Destra, l’avanguardia della rivoluzione del Maidan, ha già annunciato che non andrà nella penisola, forse rendendosi conto che è proprio quello che vorrebbero i “falchi” russi.
di Anna Zafesova