Pro eligendo Blair /3
I Blair Brothers
Si narra che quando il premier inglese si è sentito dire: “Tony, non ti rendi conto di quanto tu sei impopolare”, non l’abbia presa bene. Era in una riunione con i suoi più stretti collaboratori e quella frase non era di Michael Howard o di Charles Kennedy. Ma Tony l’ha accettata, perché gliel’ha detta Philip Gould e tutto quel che dice Gould va preso sul serio.

Si narra che quando il premier inglese si è sentito dire: “Tony, non ti rendi conto di quanto tu sei impopolare”, non l’abbia presa bene. Era in una riunione con i suoi più stretti collaboratori e quella frase non era di Michael Howard o di Charles Kennedy. Ma Tony l’ha accettata, perché gliel’ha detta Philip Gould e tutto quel che dice Gould va preso sul serio. Dopo quell’incontro, infatti, è cominciato il rilancio del duo con Gordon Brown. Gould conosce Blair da anni, è con lui uno degli ideatori del New Labour – assieme agli altri membri di quella che i detrattori definiscono “la cabala Capital P5”: Brown, Alastair Campbell e Peter Mandelson – e di mestiere fa il “pollster”: tiene marcata stretta l’opinione pubblica, i suoi umori, le sue esigenze, i suoi capricci. Per la vittoria del 1997, Gould aveva organizzato tremila “focus group”, sviscerando l’elettorato in ogni sfaccettatura, come ha poi raccontato nel librodiario del ’98, “The Unfinished Revolution: how the modernisers saved the Labour Party”.
Nel 2001 ha ripetuto la strategia e quest’anno coltiva il sogno del primo storico terzo mandato, lui che è laburista da quando aveva 16 anni e conserva attaccata al muro del suo ufficio la seconda tessera del partito, anno 1967. Blair ha completa fiducia in Gould, tanto che, durante la campagna elettorale americana, l’ha mandato a prendere contatti con il team del democratico John F. Kerry, quando tutti gli altri incontri erano stati banditi, per rispetto verso George W. Bush. Gould andava in terreno amico: nel ’92 faceva parte dello staff dei New Democrats che contribuì alla vittoria di Bill Clinton. Schivo, Gould ha un ruolo decisivo nella costruzione della macchina laburista. Quel che ha detto il premier in un incontro televisivo col pubblico su Itv1 – “La mia idea di Labour è colmare la distanza tra ricchi e poveri, facendo crescere la qualità della vita di chi sta peggio” – potrebbe essere uscita dalla bocca di Gould, che sostiene di aver imparato, nell’infanzia trascorsa in una zona rurale e povera del midland, che cosa le famiglie più modeste vogliono dai politici. I moschettieri del Labour sono tre e mezzo La macchina laburista si nutre anche di altri strateghi. Secondo fonti vicine al governo, Mandelson, pur da Bruxelles, è molto presente nella definizione delle linee politiche, anche se la lontananza non gli permette di intervenire nelle decisioni quotidiane.
Anche Campbell è ritornato sulla scena dopo le dimissioni in seguito allo scandalo dello scienziato David Kelly, seppure in tono minore e con qualche sbavatura, come la dichiarazione di due settimane fa – “abbiamo le elezioni in tasca” – contraria al tentativo del Labour di non far sentire gli elettori troppo sicuri della vittoria. Ma Campbell c’è: sembra sia stato lui, in tandem con Gould, a determinare il rientro di Brown. Con dolore per l’altra mente della campagna elettorale, quella interna al partito, quella che spende la sua faccia – a differenza degli altri che lavorano dietro le quinte – quella che più ha sofferto nel dover cedere il passo a Brown: lo stratega dimezzato Alan Milburn. Blairista di ferro, Milburn non ha mai fatto mistero né della sua devozione nei confronti del premier né del suo desiderio di lavorare dalla prima linea – magari anche nella primissima al posto di Blair – ma, dopo poche settimane dalla nomina alla direzione della campagna, si è dovuto scontrare con le mire di Campbell. Le signore che lavorano nell’headquarter del Labour hanno definito l’atmosfera di quei giorni prima del rientro di Brown “piena di testosterone”. Milburn, sconfitto, si è eclissato – “missing”, lo hanno catalogato i quotidiani – senza mai dare troppo a vedere lo scontento. Nessuno meglio di lui sa quanto sia importante, nella macchina laburista, la disciplina.
Nel 2001 ha ripetuto la strategia e quest’anno coltiva il sogno del primo storico terzo mandato, lui che è laburista da quando aveva 16 anni e conserva attaccata al muro del suo ufficio la seconda tessera del partito, anno 1967. Blair ha completa fiducia in Gould, tanto che, durante la campagna elettorale americana, l’ha mandato a prendere contatti con il team del democratico John F. Kerry, quando tutti gli altri incontri erano stati banditi, per rispetto verso George W. Bush. Gould andava in terreno amico: nel ’92 faceva parte dello staff dei New Democrats che contribuì alla vittoria di Bill Clinton. Schivo, Gould ha un ruolo decisivo nella costruzione della macchina laburista. Quel che ha detto il premier in un incontro televisivo col pubblico su Itv1 – “La mia idea di Labour è colmare la distanza tra ricchi e poveri, facendo crescere la qualità della vita di chi sta peggio” – potrebbe essere uscita dalla bocca di Gould, che sostiene di aver imparato, nell’infanzia trascorsa in una zona rurale e povera del midland, che cosa le famiglie più modeste vogliono dai politici. I moschettieri del Labour sono tre e mezzo La macchina laburista si nutre anche di altri strateghi. Secondo fonti vicine al governo, Mandelson, pur da Bruxelles, è molto presente nella definizione delle linee politiche, anche se la lontananza non gli permette di intervenire nelle decisioni quotidiane.
Anche Campbell è ritornato sulla scena dopo le dimissioni in seguito allo scandalo dello scienziato David Kelly, seppure in tono minore e con qualche sbavatura, come la dichiarazione di due settimane fa – “abbiamo le elezioni in tasca” – contraria al tentativo del Labour di non far sentire gli elettori troppo sicuri della vittoria. Ma Campbell c’è: sembra sia stato lui, in tandem con Gould, a determinare il rientro di Brown. Con dolore per l’altra mente della campagna elettorale, quella interna al partito, quella che spende la sua faccia – a differenza degli altri che lavorano dietro le quinte – quella che più ha sofferto nel dover cedere il passo a Brown: lo stratega dimezzato Alan Milburn. Blairista di ferro, Milburn non ha mai fatto mistero né della sua devozione nei confronti del premier né del suo desiderio di lavorare dalla prima linea – magari anche nella primissima al posto di Blair – ma, dopo poche settimane dalla nomina alla direzione della campagna, si è dovuto scontrare con le mire di Campbell. Le signore che lavorano nell’headquarter del Labour hanno definito l’atmosfera di quei giorni prima del rientro di Brown “piena di testosterone”. Milburn, sconfitto, si è eclissato – “missing”, lo hanno catalogato i quotidiani – senza mai dare troppo a vedere lo scontento. Nessuno meglio di lui sa quanto sia importante, nella macchina laburista, la disciplina.