Gender a scuola, nozze gay, legge sulla famiglia. Le débâcle di Hollande
E’ passato un anno da quando Vincent Autin, presidente dell’associazione Lesbian Gay Pride di Montpellier, e il suo compagno Bruno Boileau si sono detti “oui”. Il loro è stato il primo matrimonio tra persone dello stesso sesso celebrato in Francia dopo l’approvazione della legge Taubira sul “mariage pour tous”. L’atmosfera era delle migliori, in quel 29 maggio, le coincidenze erano perfette. Il sindaco socialista di Montpellier, Hélène Mandroux si apprestava a esaudire il suo grande desiderio: essere la prima a ufficializzare il matrimonio tra due militanti Lgbt.
18 AGO 20

E’ passato un anno da quando Vincent Autin, presidente dell’associazione Lesbian Gay Pride di Montpellier, e il suo compagno Bruno Boileau si sono detti “oui”. Il loro è stato il primo matrimonio tra persone dello stesso sesso celebrato in Francia dopo l’approvazione della legge Taubira sul “mariage pour tous”. L’atmosfera era delle migliori, in quel 29 maggio, le coincidenze erano perfette. Il sindaco socialista di Montpellier, Hélène Mandroux, da sempre sostenitrice del matrimonio omosessuale, si apprestava a esaudire il suo grande desiderio: essere la prima a ufficializzare il matrimonio tra due militanti Lgbt, nonché membri locali del Partito socialista, dopo che sempre lei era stata la prima a celebrare simbolicamente l’unione tra due uomini nel 2011. Trecento invitati, compresi politici, giornalisti e dirigenti di associazioni più o meno noti: tutti più che mai entusiasti di sentirsi parte di quel momento indimenticabile e sgomitanti per un posticino nella foto ricordo. Un posto in primissima fila era naturalmente riservato alla ministra dei Diritti delle donne, Najat Vallaud-Belkacem, che modestamente dichiarò di essersi recata alla cerimonia “a titolo personale, per amicizia” e non per fare passerella.
La legge Taubira doveva essere solo il ricco antipasto del menù in salsa Lgbt che i pedagoghi ministeriali, con in testa il ministro dell’Educazione nazionale Vincent Peillon, stavano approntando.
Uno dei piatti forti era ed è il programma scolastico “Abcd de l’égalité”, ovvero la somministrazione surrettizia della teoria del gender fin dalla scuola materna con il pretesto di “decostruire gli stereotipi di genere”. Anche la legge di riforma sulla famiglia doveva avere la propria parte, perché si sperava avrebbe aperto almeno alla fecondazione in vitro per le coppie lesbiche, se non anche all’utero in affitto per quelle di maschi.
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Poi, però, sotto il peso dell’opposizione pacifica ma vigorosa dei numerosi movimenti scesi in piazza per difendere la famiglia padre-madre-figli – Manif pour tous, Veilleurs, le Giornate di ritiro dalla scuola (Jre) organizzate dalla leader antirazzista Farida Belghoul – il governo è stato costretto a fare retromarcia rispetto ai programmi. Al ministro Peillon è stato nel frattempo dato il benservito senza troppi rimpianti, Manuel Valls è diventato capo del governo al posto di Ayrault, e anche l’“Abcd de l’égalité” non se la passa benissimo. Boicottato dalle famiglie che non vogliono che i loro figli siano trattati come cavie in esperimenti rieducativi non concordati, rischia di essere almeno molto ridimensionato dal nuovo ministro dell’Educazione, Benoît Hamon. Il quale, stando alle indiscrezioni rilanciate dal Figaro, sembrerebbe orientato per ora a lasciar raffreddare la patata bollente dell’“Abcd de l’égalité”, dopo che il pre-rapporto commissionato dal ministero per valutare lo stato della sperimentazione (la quale ha riguardato circa seicento scuole in tutta la Francia) ha mostrato molte criticità. Soprattutto emerge la crescente difficoltà degli insegnanti a contrastare le proteste delle famiglie, che rivendicano il loro diritto di gestire in prima persona i temi toccati dall’“Abcd”. Oggi, 3 giugno, al ministero dell’Educazione si farà il punto sulla questione, e l’orientamento prevalente dovrebbe essere quello di “non soffiare sul fuoco”, spiega una fonte riservata del ministero al Figaro. Tradotto, significa che per ora la sperimentazione rimarrà tale. Non sarà abolita dove è in corso ma non sarà estesa a tutte le scuole di Francia nel prossimo anno scolastico, come era nei progetti iniziali di Peillon e della ministra Vallaud-Belkacem.
Anche la “loi famille”, dopo qualche tumultuosa seduta parlamentare, è stata prudentemente rinviata a data da destinarsi, mentre i dati diramati dall’istituto di statistica parlano di un numero risibile di matrimoni tra persone dello stesso sesso celebrati nel 2013 in Francia: meno di ottomila, pari al quattro per cento delle coppie omosessuali censite. Uno scenario fallimentare, per un esecutivo socialista che aveva puntato molte delle sue carte sulle riforme di società; in questa ottica, la stessa legge Taubira, approvata nonostante lo straordinario movimento di opposizione, era stata presentata come una priorità. Giocando sull’equivoco – non solo francese – che assegna ai professionisti della militanza Lgbt una rappresentanza in cui moltissimi omosessuali non si riconoscono affatto, come dimostrano numerose prese di posizione pubbliche e l’impegno di omosessuali nella Manif pour tous. Forse Hollande, in caduta libera nei sondaggi – solo il tre per cento dei francesi lo vorrebbe candidato nel 2017, secondo l’ultimo rilevamento pubblicato giovedì dal Figaro – e in rottura totale con l’elettorato cattolico e musulmano, avrebbe fatto bene ad ascoltare un anno fa il demografo Hervé Le Bras, che profetizzò: “Col ‘mariage pour tous’, il Ps ha fatto un errore elettorale clamoroso”.
La legge Taubira doveva essere solo il ricco antipasto del menù in salsa Lgbt che i pedagoghi ministeriali, con in testa il ministro dell’Educazione nazionale Vincent Peillon, stavano approntando.
Uno dei piatti forti era ed è il programma scolastico “Abcd de l’égalité”, ovvero la somministrazione surrettizia della teoria del gender fin dalla scuola materna con il pretesto di “decostruire gli stereotipi di genere”. Anche la legge di riforma sulla famiglia doveva avere la propria parte, perché si sperava avrebbe aperto almeno alla fecondazione in vitro per le coppie lesbiche, se non anche all’utero in affitto per quelle di maschi.
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Poi, però, sotto il peso dell’opposizione pacifica ma vigorosa dei numerosi movimenti scesi in piazza per difendere la famiglia padre-madre-figli – Manif pour tous, Veilleurs, le Giornate di ritiro dalla scuola (Jre) organizzate dalla leader antirazzista Farida Belghoul – il governo è stato costretto a fare retromarcia rispetto ai programmi. Al ministro Peillon è stato nel frattempo dato il benservito senza troppi rimpianti, Manuel Valls è diventato capo del governo al posto di Ayrault, e anche l’“Abcd de l’égalité” non se la passa benissimo. Boicottato dalle famiglie che non vogliono che i loro figli siano trattati come cavie in esperimenti rieducativi non concordati, rischia di essere almeno molto ridimensionato dal nuovo ministro dell’Educazione, Benoît Hamon. Il quale, stando alle indiscrezioni rilanciate dal Figaro, sembrerebbe orientato per ora a lasciar raffreddare la patata bollente dell’“Abcd de l’égalité”, dopo che il pre-rapporto commissionato dal ministero per valutare lo stato della sperimentazione (la quale ha riguardato circa seicento scuole in tutta la Francia) ha mostrato molte criticità. Soprattutto emerge la crescente difficoltà degli insegnanti a contrastare le proteste delle famiglie, che rivendicano il loro diritto di gestire in prima persona i temi toccati dall’“Abcd”. Oggi, 3 giugno, al ministero dell’Educazione si farà il punto sulla questione, e l’orientamento prevalente dovrebbe essere quello di “non soffiare sul fuoco”, spiega una fonte riservata del ministero al Figaro. Tradotto, significa che per ora la sperimentazione rimarrà tale. Non sarà abolita dove è in corso ma non sarà estesa a tutte le scuole di Francia nel prossimo anno scolastico, come era nei progetti iniziali di Peillon e della ministra Vallaud-Belkacem.
Anche la “loi famille”, dopo qualche tumultuosa seduta parlamentare, è stata prudentemente rinviata a data da destinarsi, mentre i dati diramati dall’istituto di statistica parlano di un numero risibile di matrimoni tra persone dello stesso sesso celebrati nel 2013 in Francia: meno di ottomila, pari al quattro per cento delle coppie omosessuali censite. Uno scenario fallimentare, per un esecutivo socialista che aveva puntato molte delle sue carte sulle riforme di società; in questa ottica, la stessa legge Taubira, approvata nonostante lo straordinario movimento di opposizione, era stata presentata come una priorità. Giocando sull’equivoco – non solo francese – che assegna ai professionisti della militanza Lgbt una rappresentanza in cui moltissimi omosessuali non si riconoscono affatto, come dimostrano numerose prese di posizione pubbliche e l’impegno di omosessuali nella Manif pour tous. Forse Hollande, in caduta libera nei sondaggi – solo il tre per cento dei francesi lo vorrebbe candidato nel 2017, secondo l’ultimo rilevamento pubblicato giovedì dal Figaro – e in rottura totale con l’elettorato cattolico e musulmano, avrebbe fatto bene ad ascoltare un anno fa il demografo Hervé Le Bras, che profetizzò: “Col ‘mariage pour tous’, il Ps ha fatto un errore elettorale clamoroso”.