Eurocalvinismo da rovesciare

La disoccupazione aumenta da due anni e mezzo. Nei primi tre mesi di quest’anno ha toccato il tasso del 13,6 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, nuovo record da quando è cominciata la serie statistica Istat. Nel mese di aprile, rispetto a marzo, è rimasta stabile al tasso del 12,6 per cento. Stasi da non salutare come il segnale premonitore di un’inversione di tendenza, in quanto motivata dalla “riduzione della forza lavoro”, dice Nomisma.
18 AGO 20
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La disoccupazione aumenta da due anni e mezzo. Nei primi tre mesi di quest’anno ha toccato il tasso del 13,6 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, nuovo record da quando è cominciata la serie statistica Istat. Nel mese di aprile, rispetto a marzo, è rimasta stabile al tasso del 12,6 per cento. Stasi da non salutare come il segnale premonitore di un’inversione di tendenza, in quanto motivata dalla “riduzione della forza lavoro”, dice Nomisma. La ricetta post calviniste per fare quadrare i conti che l’Europa ci suggerisce – una manovra fiscale aggiuntiva e la riduzione del peso dalla tassazione del lavoro e delle imprese spostandolo di più sui consumi e sugli immobili – è assurda e impraticabile.
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L’Iva è ormai al 22 per cento, ciò ne fomenta l’evasione, la tassazione immobiliare è già eccessiva, ha osservato la Banca d’Italia. La manovra aggiuntiva si dovrebbe fare sul lato della spesa, ma la priorità è uscire dalla stagnazione: semmai è con più crescita che aumentano sia le entrate sia l’occupazione. Poi la riduzione del rapporto spesa/pil si attua senza tagli, ma frenando gli aumenti fiscali. All’ulteriore liberalizzazione del mercato del lavoro occorre unire una politica di rilancio degli investimenti, con fondi pubblici, privati ed europei. E’ sì un problema finanziario ma soprattutto di sburocratizzazione, certezza del diritto, garantismo. L’interesse a investire in Italia non manca, ma è reso difficile dai mille vincoli e controlli. Il decreto Sblocca Italia può essere un primo passo. L’importante è però invertire l’agenda delle priorità, rovesciare lo schema brussellese. Prima la crescita.