Dopo De Blasio arriva la Warren a dare forma alla politica antisistema

Elizabeth Warren ha teorizzato molto tempo fa la preminenza delle idee sulla personalità come chiave del successo politico. La senatrice democratica del Massachusetts offre al suo pubblico una visione del mondo, un ideale regolativo, e propina la sua Weltanschauung con quel fare messianico che l’affratella stilisticamente al primo Barack Obama, quello che si faceva ambasciatore di valori universali che travalicavano i confini della sua abilità politica.
18 AGO 20
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New York. Elizabeth Warren ha teorizzato molto tempo fa la preminenza delle idee sulla personalità come chiave del successo politico. La senatrice democratica del Massachusetts offre al suo pubblico una visione del mondo, un ideale regolativo, e propina la sua Weltanschauung con quel fare messianico che l’affratella stilisticamente al primo Barack Obama, quello che si faceva ambasciatore di valori universali che travalicavano i confini della sua abilità politica. Martedì Warren ha tenuto un discorso a Capitol Hill sponsorizzato dal Roosevelt Institute. Era la sua prima uscita pubblica importante dopo che il magazine New Republic l’ha lanciata in copertina come incubo supremo di Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca del 2016, e in mezzo c’è stato anche un election day che in casa democratica ha visto, da una parte, il trionfo del populismo stile Occupy Wall Street di Bill de Blasio a New York; dall’altra, la risicata vittoria in Virginia di Terry McAuliffe, banchiere e leggendario architetto della macchina di fundraising dei Clinton. Perfetta rappresentazione dello scontro intrademocratico.
Warren ha seguito il copione. Alla portavoce ha fatto dire che “la senatrice Warren non correrà per la presidenza” e sul palco ha fustigato i nemici di sempre, i banchieri che hanno distrutto l’economia e i politici corrivi che ora garantiscono loro l’impunità: “Le grandi banche di Wall Street non sono state fermate”. E ancora: “Hanno combattuto per rendere inutile la regolamentazione finanziaria, e combatteranno ancora”. Infine: “Chi l’avrebbe mai detto che cinque anni dopo la crisi il problema delle banche ‘too big to fail’ sarebbe soltanto peggiorato?”. Warren ha elogiato il segretario del Tesoro, Jack Lew – il suo predecessore, Tim Geithner, era solito finire nel tritacarne di Warren – per aver detto che “valuterà altre opzioni” se la regolamentazione finanziaria Dodd-Frank non sarà applicata secondo il suo spirito originario, e ha ricordato il disegno di legge per introdurre un Glass-Steagal act adatto al 21esimo secolo. Il Glass-Steagal era la legge, approvata dopo la Grande depressione, che impediva alle banche di trasformarsi in mostri speculativi a più teste. E’ stata di fatto svuotata di significato nel 1999, negli anni ruggenti di Wall Street benedetti da Clinton e dalla sua alleanza strategica con i banchieri. E’ in quel frangente storico che i democratici sono incappati nel peccato originale che Warren ora vuole punire con la cacciata di banchieri e politici conniventi dall’eden deregolamentato della finanza.
Se il neoeletto sindaco di New York ha intercettato e portato in superficie i sentimenti biliari che si erano confusamente espressi nell’accampamento di Zuccotti Park e in altri simboli della lotta del 99 per cento, Warren quei sentimenti li aveva previsti e nutriti molto prima del collasso dell’impalcatura finanziaria. E’ precursore – e non un’alleata dell’ultim’ora – dell’insorgente “new new left” che promette di guidare la sinistra americana in un percorso di purificazione dalle sozzure del clintonismo e del suo eterno ammiccare a qualsiasi potere. Naturale che Hillary, che già da tempo muove pedine in vista della prossima corsa alla Casa Bianca, guardi con timore la senatrice, competizione aggravata dall’elemento femminile. Warren tuonava contro gli eccessi della finanza già quand’era divulgatrice e professoressa, prima alla University of Pennsylvania poi a Harvard, e si occupava delle leggi sulla bancarotta, dove si annidavano inaccettabili discriminazioni dei più deboli.

Non è grillismo antagonista
E’ entrata nel mondo della politica dalla porta della consulenza, in veste di tecnico e non di politico, elemento che s’accorda con lo spirito della nuova sinistra, necessariamente sospettosa verso baronie e intrallazzi, ma allo stesso tempo desiderosa di competenze per mettere a sistema il movimento antisistema. Ha costruito la sua elezione al Senato fra la commissione che vigilava sul bailout e l’ufficio per la protezione dei consumatori che Barack Obama le ha affidato, sempre mettendo in primo piano la concezione del mondo rispetto alla sua figura. Per quanto il messaggio delle Warren e dei De Blasio sia sbilanciato sulla pars destruens, lo spirito della sinistra postclintoniana non si esaurisce in un grillismo antagonista. Si muove nell’orizzonte del governo, pesca nel bacino dei liberal delusi, si rivolge a fundraiser e benefattori che sono stanchi del sistema Clinton, ovvero quelli che nel 2008 hanno foraggiato Obama trasportati dalla retorica dell’“hope and change” e ora sono alle prese con l’ennesima delusione.