Assurdità e ipocrisie nella guerra della vodka contro l’omofobo Putin
Passare dalla vodka al whisky o al rum – purché non venga da Cuba – non pulisce il fegato, ma può pulire la coscienza se la scelta alcolica è legata a una causa che solletica gli istinti più ovvi dell’organismo liberal. La lotta all’omofobia, ad esempio. Una settimana fa il columnist americano Dan Savage ha lanciato l’idea di boicottare Vladimir Putin e le sue leggi discriminatorie contro gli omosessuali con un gesto semplice che ciascuno nel mondo può fare senza spostarsi dal proprio bar di riferimento, gay o etero che sia: non ordinare vodka.
18 AGO 20

New York. Passare dalla vodka al whisky o al rum – purché non venga da Cuba – non pulisce il fegato, ma può pulire la coscienza se la scelta alcolica è legata a una causa che solletica gli istinti più ovvi dell’organismo liberal. La lotta all’omofobia, ad esempio. Una settimana fa il columnist americano Dan Savage ha lanciato l’idea di boicottare Vladimir Putin e le sue leggi discriminatorie contro gli omosessuali con un gesto semplice che ciascuno nel mondo può fare senza spostarsi dal proprio bar di riferimento, gay o etero che sia: non ordinare vodka. Il distillato più puro della discriminazione è la Stolichnaya, la vodka russa più venduta in America, dunque è da lì che è partito il boicottaggio per sollevare le coscienze contro il regime omofobo di Putin. Il presidente russo ha firmato una legge che equipara le pubblicazioni per omosessuali alla pornografia e si rincorrono le voci – alcune iperboliche – sul trattamento che verrà riservato ai visitatori che faranno propaganda per i diritti degli omosessuali durante le olimpiadi invernali di Sochi. Persino gli atleti potrebbero subire conseguenze se sorpresi dalla polizia in attività incompatibili con quelle concesse dal cesaropapista Putin e dall’ortodossia che funge da collante ideologico dell’operazione.
In occidente la campagna di boicottaggio è stata presa anche più sul serio di quanto Savage potesse immaginare. Da Londra a San Francisco passando per Chicago e il Canada decine di migliaia di clienti hanno smesso di ordinare cocktail preparati con la vodka e i proprietari di gay bar hanno annullato gli ordini. La tendenza si è diffusa in almeno cento paesi del mondo. Sui marciapiedi di New York si trovano insegne della Stolichnaya e della Russian Standard buttate sui marciapiedi e marchiate con croci nere. Non sarà un assalto con le baionette al Cremlino, ammettono i propalatori dell’hashtag #DumpStoli, ma almeno ci stiamo mobilitando, ragionamento che riproduce il ritornello di una solidarietà pelosa che agli attivisti gay russi non piace affatto. Uno dei più famosi, Nikolai Alekseev, dice che “non ha senso boicottare la vodka russa. Non avrà un impatto reale, se non qualche marginale perdita per le poche aziende coinvolte. L’effetto scomparirà in fretta, non durerà”.
In America la solidarietà manieristica e borghese si chiama “slacktivism”, è quella delle campagne umanitarie fatte dal salotto, delle mobilitazioni in discoteca, delle campagne di protesta a costo zero fatte con lo scopo unico di lavarsi la coscienza e archiviare il problema senza spostarsi dal bancone. La vodka non è nemmeno una delle voci fondamentali dell’export russo in occidente, specialmente in America, ma una legge non scritta dice che boicottare la benzina o i fertilizzanti non è divertente quanto rifiutare con l’animo vibrante di coscienza civile un Black Russian e virare su un Jack and Coke. E poi fare la guerra a Putin con la vodka contiene un elemento eroico per un movimento che ha avuto il suo momento fondativo in America in un bar del Greenwich Village. Ma il punto debole della protesta non è soltanto nella vacuità di un gesto piccolo-borghese. Si dà il caso che la Stolichnaya, il demonio omofobo, sia prodotta da due aziende.
La Fkp Soyuzplodoimport è controllata dallo stato ma produce il distillato soltanto per il mercato russo; le bottiglie che arrivano in occidente sono invece prodotte da un’azienda indipendente, Spi Group, con sede in Lussemburgo. E’ dal 1997 che la Spi combatte con il Cremlino una battaglia legale per l’uso del brand, e a questa ha agganciato campagne culturali contro il governo di Mosca, in particolare su cosa? Sul trattamento dei gay, naturalmente. L’amministratore delegato di Spi ha scritto una lettera in cui spiega l’assurdità di boicottare un prodotto che acquista una piccola parte di materie prime in Russia, ma per il resto viene fatto altrove; e peraltro è guidato dal più gay-friendly dei management. Il boicottaggio al bancone del bar fa di per sé tenerezza, ma una controllatina alla filiera produttiva avrebbe almeno evitato il ridicolo.