A morte gli Eurobond, viva gli Eurobond
L’Europa è importante: non è più soltanto uno slogan, è parte dell’evidenza empirica che la crisi ci consegna e sulla quale è importante fermarsi a ragionare. L’Unione europea, cioè, è qualcosa di più della mera somma delle nazioni che ne fanno parte. Per questo sembra eccessivamente tranchant il modo in cui il presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy, e la cancelliera tedesca, Angela Merkel, continuano a respingere la proposta degli Eurobond.
18 AGO 20

Da questo punto di vista, gli Eurobond non vanno confusi con un mero strumento di finanziamento di spese più o meno eccezionali: essi rappresentano il punto di non ritorno verso un accordo che sia davvero federativo e non più un “patto stupido”. L’alternativa, del resto, è quella che abbiamo sotto gli occhi: un’enorme difficoltà e lentezza dei processi e una forza che viene largamente neutralizzata, tant’è che il modo più rapido che l’Ue ha di intervenire direttamente sugli stati, specie nei momenti di massima necessità e urgenza, è dribblare se stessa. Piuttosto che prendere atti formali, oggi conviene affidarsi alla “moral suasion” da parte dei virtuosi, ruolo che sempre più coincide con l’identikit di Berlino e pochi altri. Insomma non è un caso che nel progetto di governo economico dell’Eurozona di Merkel e Sarkozy gli Eurobond non abbiano trovato ancora posto.
Ma se gli “Stati Uniti d’Europa” faticano a procedere non è solo colpa delle resistenze tedesche e francesi. E’ anche a causa delle comprensibili ma dannose gelosie degli stati meno rigorosi, creativi nel congegnare nuove possibilità per indebitarsi ma poi restii a delegare un potere reale sulle loro politiche fiscali, per interposto coordinamento comunitario. Perché emettere Eurobond equivarrebbe automaticamente ad assegnare soprattutto a Berlino il potere di mettere le mani sui nostri conti, obbligandoci a tagliare questo o quello, in base al principio “chi più paga, più decide”. La Merkel non si dice pronta, e noi invece?