Oltre i giochini

Il rientro in corsa di Nichi Vendola nelle primarie del centrosinistra, che segue di pochi giorni la mezza rottura del Pd con Pier Ferdinando Casini (mai dire mai con i vecchi democristiani), che ha tentato di appropriarsi dell’ipotesi di un Monti bis, è una buona notizia soprattutto per Pier Luigi Bersani. Non solo perché scaccia l’incubo di una vittoria di Matteo Renzi (che potrebbe forse superarlo al primo turno ma rischierebbe di soccombere nel ballottaggio finale), ma perché consente al segretario democratico di presentarsi come l’uomo in grado di operare una sintesi virtuosa tra spinte estremistiche e tendenze moderate.
17 AGO 20
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Il rientro in corsa di Nichi Vendola nelle primarie del centrosinistra, che segue di pochi giorni la mezza rottura del Pd con Pier Ferdinando Casini (mai dire mai con i vecchi democristiani), che ha tentato di appropriarsi dell’ipotesi di un Monti bis, è una buona notizia soprattutto per Pier Luigi Bersani. Non solo perché scaccia l’incubo di una vittoria di Matteo Renzi (che potrebbe forse superarlo al primo turno ma rischierebbe di soccombere nel ballottaggio finale), ma perché consente al segretario democratico di presentarsi come l’uomo in grado di operare una sintesi virtuosa tra spinte estremistiche e tendenze moderate, attraverso un certo pragmatismo costruttivo di cui aveva dato prova da ministro. La strada per arrivare a un confronto politico e programmatico nelle primarie è ancora cosparsa di ostacoli, a cominciare dalla pletorica assemblea del Pd che dovrebbe sancire a maggioranza dei più di mille membri la deroga alla norma statutaria veltroniana che indicava nel segretario il candidato unico del partito in caso di primarie di coalizione. E’ comunque improbabile che si arrivi all’esclusione per via burocratica della candidatura del sindaco di Firenze, che ovviamente provocherebbe tensioni e forse anche secessioni. Anche questa occasione consentirà a Bersani di esercitare una funzione di garanzia e di rassicurazione.
Quel che ancora manca è un’impostazione programmatica che passi dalle enunciazioni indiscutibili su equità, crescita e così via, alle assai più controverse misure concrete che si adotteranno per conseguirle. In ogni caso, su questo terreno, Bersani parte in vantaggio sui suoi competitori, ma a lui sarà richiesto un tasso di concretezza maggiore, tale da sormontare le utopie antagonistiche pugliesi e l’ansia di rinnovamento anagrafico fiorentine. Il dibattito servirà, si spera, a fare chiarezza su obiettivi e strumenti, anche se sulle primarie di coalizione pesa una contraddizione intrinseca, che è stata messa in luce involontariamente da Eugenio Scalfari quando ha affermato che non voterebbe un centrosinistra capeggiato da Renzi. L’impegno a sostenere la coalizione quale che sia l’esito delle primarie di fatto non esiste e non può esistere quando l’arco delle posizioni in competizione è così ampio. A Bersani spetta l’onere di dimostrare che le contraddizioni non saranno laceranti, soprattutto se la guida sarà la sua: è un’occasione importante e ardua, da non immiserire con piccoli tatticismi.