Monti cancelli l’imposta che fa sprofondare l’economia reale

Ai teorici dell’economia pubblica l’Irap, Imposta regionale sulle attività produttive, piace come poche altre imposte. Sulla carta essa incarna la base imponibile più vicina all’andamento del cash flow, cioè dei flussi di cassa, di un’impresa, quindi sfugge alle convenzioni dei contabili e al loro possibile arbitrio nel definire poste, ammortamenti o accantonamenti. Leggi Il rigore cieco all’europea turba l’America e le imprese di Edoardo Narduzzi
17 AGO 20
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Ai teorici dell’economia pubblica l’Irap, Imposta regionale sulle attività produttive, piace come poche altre imposte. Sulla carta essa incarna la base imponibile più vicina all’andamento del cash flow, cioè dei flussi di cassa, di un’impresa, quindi sfugge alle convenzioni dei contabili e al loro possibile arbitrio nel definire poste, ammortamenti o accantonamenti. Nel suo Dna fiscale l’Irap è un’imposta quasi perfetta, perché difficile da eludere o evadere, per questo gli studiosi della scienza delle finanze la considerano come un tributo modello. Purtroppo per loro e per l’economia italiana, però, appena si esce dal laboratorio della finanza pubblica l’Irap diventa un mostro unico nel suo genere, talmente peculiare da restare un caso di scuola nel panorama tributario internazionale. L’Irap incarna come meglio non si potrebbe lo iato che esiste tra chi l’economia la studia soltanto e la pratica al computer e quelli che l’affrontano ogni giorno nei mercati constatandone “la malvagità dell’imposta”, per parafrasare le parole usate dal leader di Confindustria, Giorgio Squinzi.
L’Irap ha anche un altro vulnus, perché fu pensata e voluta per finanziare la spesa sanitaria regionale. Un’imposta federalista per rispondere alle emergenti richieste leghiste che, nella seconda metà degli anni Novanta, iniziavano a guadagnare consenso tra gli elettori. Regioni e Irap sono dunque due volti di una stessa medaglia riformista pasticciata dei governi dell’epoca. Un’eredità pesante per l’Italia che ha smesso di fatto di crescere in termini di pil proprio con l’avvento dell’odiata tassa sulle imprese. E, se la produttività italiana è la più bassa nella Unione europea, forse dipende anche dal fatto che l’Irap tassa da quasi tre lustri gli investimenti in tecnologie finanziati con il debito unitamente alla retribuzione del capitale umano specialistico.
Ma c’è un paradosso ancora maggiore prodotto dalla recessione sul meccanismo dell’Irap. Quando il ciclo diventa profondamente negativo per un periodo prolungato, come sta accadendo alla nostra economia, l’Irap si trasforma da imposta sul valore aggiunto a un’autentica imposta patrimoniale sulle unità produttive. Il mostro diventa perfetto, un autentico orrore fiscale. La recessione comprime se non azzera la redditività delle imprese che, pur di rimanere operative in attesa di tempi migliori, finiscono per vendere a un prezzo vicino al costo marginale. Lavorano senza guadagnare pur di sopravvivere. Il valore della produzione non c’è più, ma la base imponibile dell’Irap invece sì. L’Irap resta dovuta anche da parte delle imprese che accettano di lavorare al costo pur di restare vive. Anzi, se si indebitano in attesa che passi la nottata recessiva, sui maggiori interessi passivi dovuti pagano anche l’aliquota Irap. In questo modo si tassa il patrimonio rappresentato dall’azienda in quanto organizzazione avviata e presente sul mercato.
L’Irap è una sorta di imposta patrimoniale mascherata sulle aziende, sempre meno sostenibile in un mercato globale competitivo e deregolamentato che oggi, proprio il premier Mario Monti pare essere l’unico in grado di rimuovere, prendendo al balzo la crisi di credibilità delle regioni e la necessità di riformare a 360 gradi la tassazione del lavoro.
Se deciderà di andare in questa direzione, Monti troverà dalla sua parte anche il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, che nella sua relazione da governatore di Bankitalia nel 2010 ricordò al governo di allora, con i toni appropriati, quanto il cuneo fiscale fosse eccessivo e l’Irap un’imposta da superare all’interno di una più ampia riforma. Oggi, cifre alla mano, l’Irap ha creato uno scalino negativo per le imprese italiane nel confronto europeo. Il costo del lavoro italiano, in termini fiscali, costa sei punti percentuali in più della media dell’Eurozona. Considerato che i salari medi italiani sono inferiori alla media della stessa area monetaria, l’Irap e la fiscalità del nostro paese hanno creato la paradossale situazione che lavoratori peggio pagati dei colleghi europei pagano in media più tasse di loro. Per la stessa unità di tempo lavorato, gli italiani sono mediamente pagati di meno e ricevono un compenso netto finale sul conto bancario ancora inferiore rispetto alla media dell’Eurozona. Una situazione francamente poco sostenibile che vede l’Irap come un significativo elemento di distorsione.
di Edoardo Narduzzi