Il disastro nucleare che non ha ucciso nessuno/ 2
L’imprevisto non è previsto
L’imprevisto è spesso una seccatura, soprattutto se di mezzo c’è una centrale nucleare. E’ il caso di Fukushima Dai-ichi, ma anche di molti altri impianti che custodiscono materiale altamente radioattivo. Capita anche negli stati più avanzati: per esempio, il sisma del 23 agosto scorso che ha allarmato tutta la East Coast americana ha spostato i contenitori per lo stoccaggio del combustibile nucleare nell’impianto di North Anna, in Virginia.
17 AGO 20

L’imprevisto è spesso una seccatura, soprattutto se di mezzo c’è una centrale nucleare. E’ il caso di Fukushima Dai-ichi, ma anche di molti altri impianti che custodiscono materiale altamente radioattivo. Capita anche negli stati più avanzati: per esempio, il sisma del 23 agosto scorso che ha allarmato tutta la East Coast americana ha spostato i contenitori per lo stoccaggio del combustibile nucleare nell’impianto di North Anna, in Virginia. Un danno lieve, se si considera che il sisma di fine agosto, in effetti, aveva una forza doppia rispetto al massimale previsto da chi aveva disegnato la centrale, ritrovatasi a 20 chilometri dall’epicentro.
Il modo in cui i gestori si preparano a un evento imprevisto ha avuto una sua evoluzione negli ultimi decenni. Il risultato, però, non è sempre confortante. L’impianto di North Anna, ad esempio, è soggetto alle direttive della Nuclear Regulatory Commission (Nrc) americana, che ha un proprio prontuario che i gestori sul territorio nazionale sono tenuti a rispettare. Una pletora di regole in cui la Nrc, dal 1975 ad oggi, ha progressivamente dato un ordine e una gerarchia, secondo un comandamento elementare, quasi tautologico: l’imprevisto, tendenzialmente, non succederà. Perché sprecare buona parte dei proventi per prevenire eventi molto rari? Meglio prepararsi, prima, agli incidenti più comuni, per gli altri basta una rinfrescata ogni tanto, con meno urgenza. “La combinazione della probabilità di un incidente e delle sue conseguenze ci dà la misura del rischio – spiega la Nrc – per esempio, se un largo meteorite colpisse la vostra casa, le conseguenze sarebbero devastanti, ma il livello di rischio resta comunque basso, perché la probabilità di un evento del genere sono minime”.
Purtroppo, ci sono più cose in cielo e in terra di quante ricadano nei prontuari dell’Nrc. Lo dice la stessa commissione americana: “Il risultato ha una percentuale di incertezza, perché la realtà è più complessa di un modello prodotto al computer, sia perché il regolatore non è onnisciente, sia per l’azione del caso”. A volte, infatti, i rubinetti non si aprono, le condotte si crepano, gli interruttori non si sbloccano. Se poi c’è di mezzo un essere umano, che al contrario di una valvola non dà un banale output binario, la possibilità di errore si amplifica. Lo si capisce meglio col senno di poi: nel 1979, all’allora commissario dell’Nrc Peter Bradford era stato chiesto di stimare la probabilità di un incidente nucleare significativo negli Stati Uniti. Bradford, armato di calcoli statistici, aveva risposto: ci vorranno almeno 400 anni. Diciannove giorni dopo, iniziava il processo che avrebbe portato alla fusione parziale del nocciolo all’unità due della centrale di Three Mile Island, in Pennsylvania.
I regolatori, nel tempo, si sono cautelati con un antidoto abbastanza intuitivo: “Bisogna creare una serie ridondante di piani indipendenti, in modo che un errore umano o un incidente meccanico, da soli, non possano essere decisivi”. Ma a volte capita che un terremoto straordinario generi un’onda inattesa che finisce per allagare una centrale che (è singolare) ha scarse protezioni verso il mare e dei generatori d’emergenza posizionati al di sotto del livello del terreno.
Il modo in cui i gestori si preparano a un evento imprevisto ha avuto una sua evoluzione negli ultimi decenni. Il risultato, però, non è sempre confortante. L’impianto di North Anna, ad esempio, è soggetto alle direttive della Nuclear Regulatory Commission (Nrc) americana, che ha un proprio prontuario che i gestori sul territorio nazionale sono tenuti a rispettare. Una pletora di regole in cui la Nrc, dal 1975 ad oggi, ha progressivamente dato un ordine e una gerarchia, secondo un comandamento elementare, quasi tautologico: l’imprevisto, tendenzialmente, non succederà. Perché sprecare buona parte dei proventi per prevenire eventi molto rari? Meglio prepararsi, prima, agli incidenti più comuni, per gli altri basta una rinfrescata ogni tanto, con meno urgenza. “La combinazione della probabilità di un incidente e delle sue conseguenze ci dà la misura del rischio – spiega la Nrc – per esempio, se un largo meteorite colpisse la vostra casa, le conseguenze sarebbero devastanti, ma il livello di rischio resta comunque basso, perché la probabilità di un evento del genere sono minime”.
Purtroppo, ci sono più cose in cielo e in terra di quante ricadano nei prontuari dell’Nrc. Lo dice la stessa commissione americana: “Il risultato ha una percentuale di incertezza, perché la realtà è più complessa di un modello prodotto al computer, sia perché il regolatore non è onnisciente, sia per l’azione del caso”. A volte, infatti, i rubinetti non si aprono, le condotte si crepano, gli interruttori non si sbloccano. Se poi c’è di mezzo un essere umano, che al contrario di una valvola non dà un banale output binario, la possibilità di errore si amplifica. Lo si capisce meglio col senno di poi: nel 1979, all’allora commissario dell’Nrc Peter Bradford era stato chiesto di stimare la probabilità di un incidente nucleare significativo negli Stati Uniti. Bradford, armato di calcoli statistici, aveva risposto: ci vorranno almeno 400 anni. Diciannove giorni dopo, iniziava il processo che avrebbe portato alla fusione parziale del nocciolo all’unità due della centrale di Three Mile Island, in Pennsylvania.
I regolatori, nel tempo, si sono cautelati con un antidoto abbastanza intuitivo: “Bisogna creare una serie ridondante di piani indipendenti, in modo che un errore umano o un incidente meccanico, da soli, non possano essere decisivi”. Ma a volte capita che un terremoto straordinario generi un’onda inattesa che finisce per allagare una centrale che (è singolare) ha scarse protezioni verso il mare e dei generatori d’emergenza posizionati al di sotto del livello del terreno.