Atomausstieg
La “fuoriuscita dal nucleare” è la vera strategia di Berlino
Dal rigore sui conti pubblici alle politiche pro crescita, dalle relazioni industriali all’internazionalizzazione delle imprese: da mesi oramai la Germania “guida con l’esempio” – come dicono gli americani – il resto dell’Europa. I risultati del modello Deutschland sono evidenti, a maggior ragione se paragonati all’asfittica performance economico-sociale di molti altri paesi europei, e per questo tutti (o quasi) cercano di adeguarsi alle strategie di Berlino. Ma sul nucleare come procede il paese più ricco del Vecchio continente?
17 AGO 20

Dal rigore sui conti pubblici alle politiche pro crescita, dalle relazioni industriali all’internazionalizzazione delle imprese: da mesi oramai la Germania “guida con l’esempio” – come dicono gli americani – il resto dell’Europa. I risultati del modello Deutschland sono evidenti, a maggior ragione se paragonati all’asfittica performance economico-sociale di molti altri paesi europei, e per questo tutti (o quasi) cercano di adeguarsi alle strategie di Berlino. Ma sul nucleare come procede il paese più ricco del Vecchio continente?
All’indomani degli incidenti ai reattori giapponesi, la cancelliera Angela Merkel ha annunciato la chiusura di sette vecchie centrali atomiche e ha imposto una moratoria di tre mesi sull’allungamento della vita di quelle esistenti. “E’ la prova che tutti i politici ragionano più sui sondaggi che sui problemi”, dice al Foglio Alberto Clò, economista ed ex ministro dell’Industria, recentemente autore di un libro assai scettico sulle prospettive nucleari italiane (“Si fa presto a dire nucleare”, il Mulino). Sarà, eppure questi non sono che piccoli ritocchi a una strategia di fondo che resta immutata da anni e che ha un nome inequivocabile: “Atomausstieg”, ovvero “fuoriuscita dal nucleare”. Il primo governo a varare un piano che portava questo nome è stato il gabinetto rosso-verde guidato da Gerhard Schröder. Dopo un accordo con i gestori raggiunto nel 2000, nel 2002 entrò così in vigore la versione novellata dell’Atomgesetz, la legge voluta nel 1960 da Konrad Adenauer e Ludwig Erhard per garantire lo sfruttamento a fini civili dell’atomo. Tra i punti principali della svolta c’era il blocco alla costruzione di nuovi reattori e la chiusura dei 19 impianti esistenti una volta raggiunto il limite di trentadue anni di attività. A ciò si aggiungeva un limite massimo di elettricità da produrre prima della chiusura.
Nel 2009, con la vittoria della coalizione giallo-nera tra cristianodemocratici e liberali, il progetto di phase-out è stato parzialmente modificato. Mentre in un primo tempo si parlava di una volontà di invertire drasticamente la rotta, la Merkel e i suoi nuovi alleati hanno preferito puntare su una soluzione di compromesso: allungare la vita delle centrali, di otto anni per quelle entrate in funzione prima del 1980 e di quattordici per quelle più recenti. Il blocco delle sette centrali più vecchie e la moratoria di tre mesi decisi dal governo Merkel non contraddicono, insomma, la scelta di denuclearizzazione fatta dal governo precedente, ma fa appello alla necessità di servirsi dell’atomo come “tecnologia-ponte” per ancora un ventennio, nell’attesa che le energie rinnovabili siano in grado di sostituire completamente il nucleare, che ad oggi contribuisce per circa il 22 per cento al consumo di energia primaria.
All’indomani degli incidenti ai reattori giapponesi, la cancelliera Angela Merkel ha annunciato la chiusura di sette vecchie centrali atomiche e ha imposto una moratoria di tre mesi sull’allungamento della vita di quelle esistenti. “E’ la prova che tutti i politici ragionano più sui sondaggi che sui problemi”, dice al Foglio Alberto Clò, economista ed ex ministro dell’Industria, recentemente autore di un libro assai scettico sulle prospettive nucleari italiane (“Si fa presto a dire nucleare”, il Mulino). Sarà, eppure questi non sono che piccoli ritocchi a una strategia di fondo che resta immutata da anni e che ha un nome inequivocabile: “Atomausstieg”, ovvero “fuoriuscita dal nucleare”. Il primo governo a varare un piano che portava questo nome è stato il gabinetto rosso-verde guidato da Gerhard Schröder. Dopo un accordo con i gestori raggiunto nel 2000, nel 2002 entrò così in vigore la versione novellata dell’Atomgesetz, la legge voluta nel 1960 da Konrad Adenauer e Ludwig Erhard per garantire lo sfruttamento a fini civili dell’atomo. Tra i punti principali della svolta c’era il blocco alla costruzione di nuovi reattori e la chiusura dei 19 impianti esistenti una volta raggiunto il limite di trentadue anni di attività. A ciò si aggiungeva un limite massimo di elettricità da produrre prima della chiusura.
Nel 2009, con la vittoria della coalizione giallo-nera tra cristianodemocratici e liberali, il progetto di phase-out è stato parzialmente modificato. Mentre in un primo tempo si parlava di una volontà di invertire drasticamente la rotta, la Merkel e i suoi nuovi alleati hanno preferito puntare su una soluzione di compromesso: allungare la vita delle centrali, di otto anni per quelle entrate in funzione prima del 1980 e di quattordici per quelle più recenti. Il blocco delle sette centrali più vecchie e la moratoria di tre mesi decisi dal governo Merkel non contraddicono, insomma, la scelta di denuclearizzazione fatta dal governo precedente, ma fa appello alla necessità di servirsi dell’atomo come “tecnologia-ponte” per ancora un ventennio, nell’attesa che le energie rinnovabili siano in grado di sostituire completamente il nucleare, che ad oggi contribuisce per circa il 22 per cento al consumo di energia primaria.
L’obiettivo di dismettere l’atomo e affidarsi alle energie rinnovabili è condiviso in via generale da tutte le forze politiche. Sui tempi e sui costi, invece, si concentrano i dubbi maggiori. Al momento sono l’Umweltbundesamt, l’Ufficio federale per l’ambiente, e il Sachverständigenrat für Umweltfragen, il comitato di saggi legato all’esecutivo, a snocciolare i dati più ottimistici. Al prezzo di bollette più elevate e massicci investimenti nel potenziamento della rete, entrambi considerano realistico che entro il 2050 la Germania basi interamente il suo approvvigionamento energetico sulle fonti rinnovabili, tra cui si annoverano solare, eolico, biomasse e idroelettrico. Mentre gli obiettivi del governo si aggirano per ora su un 30 per cento di consumo di energia primaria da rinnovabili entro il 2020, l’Institut der deutschen Wirtschaft di Colonia è assai più scettico: “Chi vuole puntare tutto solo sulle fonti rinnovabili deve prepararsi a grandi cantieri: entro il 2020 secondo l’Agenzia tedesca per l’energia dovranno essere costruiti 3.600 km di rete per trasportare (in particolare verso sud, ndr) l’energia prodotta col sole e col vento”. In un reportage del settimanale Spiegel quantificava in più di 200 miliardi di euro entro la fine del decennio il costo di una riconversione immediata.
Per ora però, almeno nel campo delle politiche energetiche, non si assiste a un allineamento degli altri paesi europei alla strategia tedesca. Il governo francese, per esempio, ha fatto sapere di voler continuare a investire sull’atomo civile. “Ma di sicuro Bruxelles ha iniziato, seppure tardivamente, a muoversi – osserva l’economista Clò – fare gli stress test sulle centrali, come abbiamo fatto con le banche, è un’iniziativa doverosa. E la stessa attenzione riservata alla gestione delle scorie è un altro indizio. L’Europa non può rifiutarsi di affrontare il problema e limitare il proprio coinvolgimento nelle questioni energetiche alla faccenda delle emissioni di gas serra”. Piuttosto, secondo l’economista, “dovremmo tornare allo spirito del ’57, quando con il trattato Euratom la Comunità europea prese atto che la scelta nucleare aveva tali costi, rischi e complessità da richiedere una visuale più ampia. Purtroppo poi le cose andarono diversamente e gli egoismi nazionali sono prevalsi”. Quel che è certo è che una strategia comune europea, oggi, non potrebbe non tenere conto di quanto sta avvenendo nel paese guida dell’Ue: la Germania, ora come anche prima del dramma giapponese, vuole la Atomausstieg.
Per ora però, almeno nel campo delle politiche energetiche, non si assiste a un allineamento degli altri paesi europei alla strategia tedesca. Il governo francese, per esempio, ha fatto sapere di voler continuare a investire sull’atomo civile. “Ma di sicuro Bruxelles ha iniziato, seppure tardivamente, a muoversi – osserva l’economista Clò – fare gli stress test sulle centrali, come abbiamo fatto con le banche, è un’iniziativa doverosa. E la stessa attenzione riservata alla gestione delle scorie è un altro indizio. L’Europa non può rifiutarsi di affrontare il problema e limitare il proprio coinvolgimento nelle questioni energetiche alla faccenda delle emissioni di gas serra”. Piuttosto, secondo l’economista, “dovremmo tornare allo spirito del ’57, quando con il trattato Euratom la Comunità europea prese atto che la scelta nucleare aveva tali costi, rischi e complessità da richiedere una visuale più ampia. Purtroppo poi le cose andarono diversamente e gli egoismi nazionali sono prevalsi”. Quel che è certo è che una strategia comune europea, oggi, non potrebbe non tenere conto di quanto sta avvenendo nel paese guida dell’Ue: la Germania, ora come anche prima del dramma giapponese, vuole la Atomausstieg.