Jungleland
Una settimana appena e di quell’anno dispari rimangono ben poche cose. I tafferugli in Brasile e le tue gambe, su tacchi implacabili o ballerine sporche di sabbia. Instagram e David Luiz, churrasco e musica. Il profumo delle olive, Anna. di Pierluigi Pardo
17 AGO 20

Una settimana appena e di quell’anno dispari rimangono ben poche cose.
I tafferugli in Brasile e le tue gambe, su tacchi implacabili o ballerine sporche di sabbia. Instagram e David Luiz, churrasco e musica. Il profumo delle olive, Anna.
La politica dorme profondo. La svegliano a fatica piccoli gesti simbolici. I digiuni anti porcellum, i leader in bicicletta, i parlamentari in visita a Lampedusa. Segni che provano a calmare il paese reale, incattivito, che vomita se vede un’auto blu e urla “devimorire” al leader sofferente. Non benissimo.
Forse ci salverà il mare. Fare il morto a galla è la vera libertà. “La Grande Bellezza”, il film dell’anno. Altro che gli ascolti dei talk-show, le fluttuazioni del Cac 40 e i salotti autoreferenziali. Perdersi in macchina, guardare i bambini che giocano davanti alla Ribeira, mentre le casse di Porto flirtano col Douro e la foce è un destino ineluttabile.
E’ gennaio. Il campionato è morto, ucciso dalla Juve, e anche il Brasile del Mondiale non si sente troppo bene. A giugno mostrerà se stesso al netto di samba e caipirinha, #todajoia e stereotipi. Conflittualità, tensione sociale. Sproporzione tra povertà e ricchezza, guerriglia al tempo dei social network che già durante la Confederations Cup ha costretto Dilma e Blatter a ore complicate.
Potere del calcio, religione (laica) del mondo, occasione di visibilità e scontro.
Pur sempre il nostro gioco preferito, dopo quello, fin troppo facile, di salire su un treno in corsa senza conoscerne la destinazione.
I tafferugli in Brasile e le tue gambe, su tacchi implacabili o ballerine sporche di sabbia. Instagram e David Luiz, churrasco e musica. Il profumo delle olive, Anna.
La politica dorme profondo. La svegliano a fatica piccoli gesti simbolici. I digiuni anti porcellum, i leader in bicicletta, i parlamentari in visita a Lampedusa. Segni che provano a calmare il paese reale, incattivito, che vomita se vede un’auto blu e urla “devimorire” al leader sofferente. Non benissimo.
Forse ci salverà il mare. Fare il morto a galla è la vera libertà. “La Grande Bellezza”, il film dell’anno. Altro che gli ascolti dei talk-show, le fluttuazioni del Cac 40 e i salotti autoreferenziali. Perdersi in macchina, guardare i bambini che giocano davanti alla Ribeira, mentre le casse di Porto flirtano col Douro e la foce è un destino ineluttabile.
E’ gennaio. Il campionato è morto, ucciso dalla Juve, e anche il Brasile del Mondiale non si sente troppo bene. A giugno mostrerà se stesso al netto di samba e caipirinha, #todajoia e stereotipi. Conflittualità, tensione sociale. Sproporzione tra povertà e ricchezza, guerriglia al tempo dei social network che già durante la Confederations Cup ha costretto Dilma e Blatter a ore complicate.
Potere del calcio, religione (laica) del mondo, occasione di visibilità e scontro.
Pur sempre il nostro gioco preferito, dopo quello, fin troppo facile, di salire su un treno in corsa senza conoscerne la destinazione.
di Pierluigi Pardo