Industriali avidi e confusi

La crescita non si fa per decreto, ricordano spesso i ministri Giulio Tremonti (Economia) e Maurizio Sacconi (Lavoro). Come dire: è anche responsabilità degli imprenditori se la crescita non è sfolgorante. E giovedì il premier Silvio Berlusconi, nell’intervento alla Camera, ha ricordato alle confindustrie scalpitanti: “Abbiamo un problema di contrattazione sindacale, di mercato del lavoro e di dimensione asfittica di molte imprese che l’associazione degli industriali dovrebbe affrontare, insieme con il governo e le parti sindacali responsabili”. Leggi Quelli che non investono
17 AGO 20
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Dimensioni asfittiche, tendenza a non investire a sufficienza e a distribuire utili piuttosto che a reinvestirli, aggiunge nei suoi recenti studi Riccardo Gallo, economista industriale, ultimo vicepresidente dell’Iri e docente alla Sapienza. Lunedì Gallo ha presentato alla Scuola superiore S. Anna di Pisa una ricerca dalle seguenti conclusioni, come rivelato sul Foglio di martedì: gli industriali italiani investono sempre meno preferendo redistribuire capitali in dividendi. E nonostante le varie detassazioni previste dal pur rigorista Tremonti sugli utili reimpiegati in beni strumentali, nel 2010 “le imprese industriali italiane registravano una vita utile per i loro impianti (26,4 anni) doppia di quella delle multinazionali (13 anni)”. Insomma, le industrie sembrano sane finanziariamente e anche sufficientemente redditizie, ma sono state fatte invecchiare senza prospettive imprenditoriali. Da altri studi di Gallo giungono nuovi elementi. L’economista ha preso in esame 1.790 aziende industriali incrociando i dati con quelli di Mediobanca su ricerca, utili e dividendi di 2.025 società, corrispondenti al 51 per cento delle imprese manifatturiere con più di 20 dipendenti.
“Abbiamo esaminato i flussi di cassa netti – scrive Gallo – Se risultano positivi vuol dire che gli investimenti per la crescita sono inferiori anche al semplice autofinanziamento, cioè alle risorse generate all’interno dell’azienda. Viceversa se il flusso è negativo si parla di sviluppo e il fabbisogno che ne deriva può essere coperto da un indebitamento aggiuntivo o dall’apporto di capitali freschi”. Ebbene, nota Gallo, “l’aggregato delle 1.790 società censite ha cumulato nel periodo 2000-2009 un flusso di cassa positivo di 41,518 miliardi”. Una somma imponente che non è andata in investimenti ma ha contribuito al declino delle imprese causato dallo stesso sistema industriale. “Né sarebbe lecito obiettare che misurare la crescita di un’impresa sulla base degli investimenti risponda a una concezione vetero-fordista, perché sono stati conteggiati tutti gli investimenti, non solo quelli destinati alla fabbrica ma anche gli immateriali e finanziari, cioè necessari a strategie di internazionalizzazione attiva”.
Dunque, dove sono finiti i soldi? “Nello stesso arco di tempo, su utili di 155,925 miliardi i dividendi sono stati 155,885: gli azionisti hanno chiesto ai loro amministratori di distribuire loro il 99,97 per cento degli utili”. Il settore più virtuoso è stato quello delle industrie di costruzione, che hanno distribuito in dividendi un quarto degli utili; il meno virtuoso il tessile “con dividendi pari nientemeno che ad 1,7 gli utili”. Le ricadute di questo andazzo sono molte. Dalla poca indipendenza degli amministratori, alle basse remunerazioni dei dipendenti, fino allo scarso ricorso al mercato del credito: “I debiti finanziari delle imprese medio-grandi non aumentano, anzi in molti casi diminuiscono. Non è vero che non c’è stata crescita perché le banche non fanno credito. Invece, come si dice, è il cavallo che non beve”. Infine la riduzione del valore aggiunto, il maggior parametro di competitività: “Sul totale della produzione l’incidenza è scesa dal 22,3 per cento del 2000 al 18,4 del 2009, e si va avvicinando al 15-16, tipico della distribuzione al dettaglio, non certo dell’industria manifatturiera esportatrice”.