Il testamento rigorista di Trichet non piace ai mercati (e all'Asia)

Severo con gli stati nazionali, più premuroso con le banche private, Jean-Claude Trichet ieri ha licenziato il suo ultimo bollettino mensile da presidente della Banca centrale europea, visto che a novembre sarà sostituito da Mario Draghi, oggi governatore di Bankitalia.
14 OTT 11
Ultimo aggiornamento: 20:43 | 17 AGO 20
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Severo con gli stati nazionali, più premuroso con le banche private, Jean-Claude Trichet ieri ha licenziato il suo ultimo bollettino mensile da presidente della Banca centrale europea, visto che a novembre sarà sostituito da Mario Draghi, oggi governatore di Bankitalia. E le Borse, a voler giudicare l’evento in base all’andamento dei listini, non hanno apprezzato: Parigi e Francoforte hanno chiuso a meno 1,33 per cento, Milano a meno 3,7, con i titoli bancari particolarmente penalizzati.
Mentre l’attenzione delle cancellerie del Vecchio continente sembrava essersi spostata negli ultimi giorni sullo stato di salute degli istituti di credito, il banchiere centrale francese è tornato infatti a sottolineare le responsabilità degli stati membri: “Il consolidamento fiscale e le riforme strutturali devono procedere di pari passo per rafforzare la fiducia, le prospettive della crescita e dell’occupazione”, è stato l’ammonimento. Poi qualche lancia spezzata a favore delle banche: il coinvolgimento del settore privato nella risoluzione della crisi di alcuni paesi – si legge nel bollettino mensile della Bce – “potrebbe mettere a repentaglio la stabilità finanziaria dell’intera area valutaria”. Il riferimento è innanzitutto alla situazione greca e alla prospettata condivisione tra settore pubblico e investitori degli oneri di un eventuale default, anche solo parziale. Trichet, per l’appunto, sostiene che i banchieri che hanno investito in bond greci non debbano sopportare perdite in caso di ristrutturazione del debito di Atene, pena l’instabilità di tutto il sistema del credito europeo. Tra ministri dell’Economia e Eba (l’Autorità bancaria europea), invece, è in corso un negoziato serrato proprio sul peso che le banche dovranno sostenere per consentire ad Atene di sgravarsi di un fardello eccessivo. Per ora l’“haircut” previsto, ovvero il taglio del valore nominale dei titoli di debito posseduti, è al 21 per cento. Ma fonti del ministero francese delle Finanze e fonti Ue hanno fatto sapere di puntare a un taglio del 50 per cento. Gli istituti francesi e tedeschi, i più esposti nel paese mediterraneo, non gradiranno.
Anche perché agli stessi istituti si chiede ormai da ogni parte, Trichet incluso, di avviare un processo di ricapitalizzazione. L’economia reale, infatti, inizia già a risentire delle incertezze del settore finanziario: nel terzo trimestre 2011, secondo i dati della Bce, la percentuale di banche dell’area euro che ha segnalato un irrigidimento dei criteri per la concessione di prestiti a favore delle imprese è aumentata al 16 per cento dal 2 per cento dei tre mesi precedenti. I banchieri, però, hanno fiutato l’accerchiamento. “Mi sembra dubbio che un incremento del livello dei fondi propri per le banche sia una misura appropriata per riassorbire la crisi del debito pubblico”, ha dichiarato ieri il numero uno della Deutsche Bank, Josef Ackermann, in aperta polemica con le richieste dell’Ue. Corrado Passera, consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, sostiene una tesi simile: “Attenzione a non esagerare con le richieste di patrimonio che possono mettere in difficoltà le banche”.
Ma ad allarmare i mercati, sostengono alcuni analisti, sarebbe stata l’ennesima strigliata di Trichet agli stati nazionali: i paesi dell’area euro che hanno ricevuto il salvataggio Ue-Fmi e quelli “particolarmente vulnerabili”, ha detto il presidente della Bce, devono essere “pronti ad adottare eventuali misure aggiuntive”. Rigore, rigore, e ancora rigore insomma. Ma così non si finirà di strangolare la ripresa del Vecchio continente? E’ quello che sembrano pensare i leader dell’unico continente che non smette di creare ricchezza, l’Asia (ieri il tasso di disoccupazione in Australia, per esempio, è sceso ancora, al 5,2 per cento). Il Fondo monetario internazionale, nel suo report regionale diffuso ieri, ha abbassato le stime di crescita anche per questa parte del pianeta: il pil aumenterà “solo” del 6,3 per cento nel 2011 (invece che del 6,8 per cento previsto) e del 6,7 per cento nel 2012 (6,9). Le autorità locali corrono al riparo per limitare gli effetti che la stretta rigorista avrà sull’Ue e di riflesso sulle economie locali: non a caso l’Indonesia questa settimana ha tagliato a sorpresa i tassi di interesse, per iniettare più liquidità, le Filippine hanno annunciato un nuovo piano di stimolo fiscale, mentre la Cina è ricorsa a una ricapitalizzazione forzosa delle sue principali banche.