Il professore e il “pifferaio”
Poteva sembrare un portarsi avanti col lavoro, un eccesso di pregiudizio nell’analizzare le possibili conseguenze, non simpatiche per lui, della strategia ferocemente antimontiana e antieuropea che Silvio Berlusconi ha deciso di perseguire. Poteva sembrare un eccesso di zelo domandarsi, sul Foglio di lunedì, cosa può accadere “se i terzisti e tecnocrati della Bocconi diventano, presi a calci da Berlusconi, i garanti di un governo che cancella Berlusconi in nome dell’Europa e dei mercati”. Poteva. Poi sono arrivati, quasi evocati (non da noi), alcuni indizi di conferma.
17 AGO 20

Poteva sembrare un portarsi avanti col lavoro, un eccesso di pregiudizio nell’analizzare le possibili conseguenze, non simpatiche per lui, della strategia ferocemente antimontiana e antieuropea che Silvio Berlusconi ha deciso di perseguire. Poteva sembrare un eccesso di zelo domandarsi, sul Foglio di lunedì, cosa può accadere “se i terzisti e tecnocrati della Bocconi diventano, presi a calci da Berlusconi, i garanti di un governo che cancella Berlusconi in nome dell’Europa e dei mercati”. Poteva. Poi sono arrivati, quasi evocati (non da noi), alcuni indizi di conferma. A partire dalle dichiarazioni sferzanti, ieri sera a “Porta a Porta”, di Mario Monti, cui le promesse di Berlusconi “ricordano il Pifferaio di Hamelin”, incredulo “che gli italiani possano credere a certe parole pronunciate da quella bocca”. La bocca di Berlusconi, che “non sarebbe in grado di tenere sotto controllo lo spread perché non è credibile né creduto sul piano internazionale”. Per contro, il premier si adoperava per “rassicurare Bersani” sull’Italia in ordine che il suo governo lascerà.
Sull’altro fronte dei nemici del Cavaliere, la giornata era iniziata con le dichiarazioni del responsabile economico del partito Stefano Fassina al Financial Times. Le interviste rassicuranti ai grandi giornali dell’establishment sono parte del cerimoniale di accreditamento internazionale e Fassina è sembrato badarci fin troppo, spiegando che “non rinegozieremo il Fiscal compact o il pareggio di bilancio in Costituzione”, che “se agissimo unilateralmente, danneggeremmo il progetto europeo” e via conciliando. Ma più interessante ancora è quanto ha detto sulla futura politica interna italiana, e soprattutto sul rapporto con Monti. Fassina, che era stato fra i più duri a sostenere la necessaria “rottamazione” dell’agenda del premier, e che si era visto da lui apostrofare di estremista e conservatore, ora spiega che Monti sarà in ogni caso un interlocutore privilegiato, indipendentemente dal risultato del Senato: “Siamo dalla stessa parte della frontiera che divide i populisti dagli europeisti”, ha detto, “condividiamo lo stesso terreno sui temi principali come le riforme costituzionali l’Europa e la necessità di riforme strutturali”. Al di là del tatticismo, le dichiarazioni di Fassina sembrano disegnare una tenaglia che si chiude nel cui mezzo, nemico unico e comune, c’è il populista Berlusconi. Monti, a furia di essere evocato come il fedele pastore tedesco della Merkel, interprete dell’europeismo finanziario, alla fine potrebbe decidere, anche per mancanza di alternative, di diventare davvero la nemesi di Berlusconi: il castigatore della destra populista, in piena sintonia con la sinistra nel giudicare il Cavaliere come pifferaio magico e causa di ogni male. Non è detto che al Cav. convenga.