Genesi e sviluppi degli screzi italo-francesi negli affari

E’ un paragone certamente scontato, eppure è difficile non trovare similitudini tra l’azione militare-lampo dei francesi sulla Libia e la campagna acquisti in Italia culminata con il blitz del gruppo transalpino Lactalis su Parmalat. Ieri il colosso francese dei formaggi (126 stabilimenti, 38 mila dipendenti, 10 miliardi di fatturato annuo) ha annunciato di essere salito al 29 per cento della società di Collecchio.
17 AGO 20
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Nelle ultime ore l’istituto di credito guidato dal consigliere delegato Corrado Passera aveva quasi trovato un accordo con i soci esteri per un’alternativa non ostile, infatti i rappresentanti italiani dei tre fondi esteri sono stati spiazzati dall’annuncio della vendita delle azioni al gruppo della famiglia Besnier. Intanto ieri la Borsa accoglieva l’operazione Lactalis come una pietra tombale su una possibile cordata italiana per Collecchio, con un tonfo del 7 per cento del titolo: difficile prevedere rilanci, anche perché arrivare alla pari dei francesi ai prezzi attuali di Borsa (Lactalis ha corrisposto un premio del 13 per cento sul valore del titolo degli ultimi giorni) significherebbe un esborso di almeno 1,2 miliardi di euro, una cifra impegnativa anche per quello che pare l’unico player italiano potenzialmente interessato a fare il cavaliere bianco per Parmalat, la Ferrero (con la quale peraltro l’altro potenziale cavaliere bianco, Granarolo, ha ammesso ieri di non avere contatti in corso mentre li intrattiene con Banca Intesa).

Anche per l’ulteriore offensiva transalpina
il governo medita norme a difesa delle aziende italiane: forse già oggi arriverà in Consiglio dei ministri l’atteso piano anti scalate, che pure dovrà essere studiato in modo da non incappare nelle maglie di Bruxelles, come ha spiegato ieri al Foglio il vicepresidente della Commissione europea Antonio Tajani. Si tratterà di una norma “alla francese” come il decreto Villepin che nel 2006 blindò Danone all’avanzata di Pepsi, individuando undici settori “riservati”, oppure (anche se è meno probabile) di una legge come quella canadese che consente di vietare investimenti stranieri se non portano un beneficio al paese. L’Eliseo cinque anni fa indicò numerosi settori strategici da “impermeabilizzare”, mentre noi dovremmo limitarci a quattro: l’energia, la difesa, l’agroalimentare e le telecomunicazioni. Proprio alcuni dei campi di battaglia di questi giorni: sul fronte energia, il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è intervenuto in prima persona nel caso Edison (terzo player italiano dopo Eni ed Enel) per bloccare l’accordo che avrebbe di fatto consegnato a Electricité de France (Edf) il controllo della società superando i soci italiani riuniti in Delmi, la scatola societaria controllata dalle municipalizzate A2A e Iren.
Il risultato è una tregua di un anno con la proroga dei patti di sindacato. Sul fronte della difesa, una lunga questione ha portato screzi tra Roma e Parigi: come ricostruito dal Foglio fin dallo scorso 30 novembre, Parigi avrebbe fatto dumping per ostacolare l’italiano Carlo Magrassi alla guida dell’Eda, l’Agenzia europea degli armamenti. C’è stato poi il blocco francese a una commessa da 1,8 miliardi di euro per 1.800 autocarri tattici che l’esercito francese stava per assegnare a Iveco. Infine lo stallo alle partnership sul progetto di un nuovo lanciatore spaziale, il Vega, o il blocco a un’alleanza nel campo dei siluri. Oltre alla storica rivalità sugli elicotteri da guerra, in cui si contrappongono Eurocopter (gruppo Eads) che fronteggia AgustaWestland (gruppo Finmeccanica).

Sull’agroalimentare, ovvio il riferimento a Parmalat, anche se Lactalis ha già conquistato negli ultimi anni Galbani, Invernizzi e Cademartori. Il fronte telecomunicazioni entra solo simbolicamente nella campagna di Francia, che invece ha un peso specifico notevole sugli equilibri della grande finanza. Vincent Bolloré, storico azionista in Mediobanca e vicepresidente di Generali, ha protestato nell’ultimo cda del Leone anche sulle nuove nomine in Telecom Italia decise dalla regia dell’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel. Ma il malessere di Bolloré, oltre che sui rapporti stretti fra Generali e il ceco Petr Kellner, è provocato pure dall’opposizione ricevuta ad altre incursioni: in particolare il blocco della Consob imposto ai francesi di Groupama, di cui Bolloré è socio, che puntavano al controllo dell’impero traballante di Ligresti.
La Commissione di vigilanza presieduta da Giuseppe Vegas, ex viceministro dell’Economia, ha bloccato l’operazione, imponendo ai francesi l’obbligo di una doppia Opa sia su Premafin sia sulla controllata Fondiaria-Sai. Adesso il salvataggio dell’impero Ligresti va verso una soluzione “di sistema” con protagonista Unicredit. Altra autodifesa patriottica e sistemica è quella che vede, con il sostegno tacito di via Nazionale e via XX Settembre, Intesa attraverso Eurizon vicina ad assorbire Pioneer, società di gestione del risparmio messa in vendita da Unicredit e destinata inizialmente a finire ai fondi francesi Amundi e Natixis.
Insomma, un attacco a raggiera, contro il quale finora si sono trovate (con esiti incerti) soluzioni caso per caso. Adesso il governo è in procinto di dare risposte unitarie; quello che è certo è che il parallelismo tra l’operazione Odyssey Dawn e l’attivismo dimostrato da Parigi sul sistema finanziario industriale italiano esiste. Si potrebbe notare poi, maliziosamente, una convergenza di interessi: in fondo la speciale relazione tra Italia e Libia (con Finmeccanica ad esempio che ha 800 milioni di commesse nel paese di Gheddafi) insieme con l’amicizia Italia-Russia (l’Eni, partner di Gazprom nel progetto South Stream avversato dagli Stati Uniti) sono state viste sempre con scarso entusiasmo anche dalla Francia, oltre che da Washington.