Fondazioni, depositi e prestiti

Il governo pare intenzionato a concentrare nella Cassa depositi e prestiti una certa quantità di asset pubblici per provvedere alla loro cessione al mercato, allo scopo di ridurre la dimensione del debito pubblico. L’idea non è nuova, ma è interessante. Diventerebbe ottima se tra le partecipazioni pubbliche da conferire alla Cdp fossero annoverati i patrimoni delle fondazioni bancarie, che peraltro sono socie dell’istituto.
17 AGO 20
Immagine di Fondazioni, depositi e prestiti
Il governo pare intenzionato a concentrare nella Cassa depositi e prestiti una certa quantità di asset pubblici per provvedere alla loro cessione al mercato, allo scopo di ridurre la dimensione del debito pubblico. L’idea non è nuova, ma è interessante. Diventerebbe ottima se tra le partecipazioni pubbliche da conferire alla Cdp fossero annoverati i patrimoni delle fondazioni bancarie, che peraltro sono socie dell’istituto. Le fondazioni sono enti piuttosto strani, istituiti nella fase della mezza privatizzazione del sistema bancario, che oggettivamente (e anche soggettivamente in qualche caso) concorrono al mantenimento dell’oligopolio bancario, nocivo alla concorrenza più della deprecata categoria dei tassisti. Togliere loro le partecipazioni bancarie, se necessario espropriandole con un indennizzo in titoli pubblici, romperebbe l’ingessatura del sistema bancario e darebbe corpo a una consistente possibilità di privatizzazione effettiva e definitiva del settore creditizio. Le attività delle fondazioni sarebbero comunque garantite dal rendimento dei titoli, ma si spezzerebbe un sistema di potere che spazia dalla beneficenza all’editoria.

Corrado Passera conosce più di chiunque altro quel sistema, il che gli consentirebbe di agire in modo efficace se decidesse di smantellarlo. Qualcuno obietterà che in questo passaggio si realizzerebbe, in una prima fase, un ritorno del controllo pubblico delle banche, ma in realtà si tratterebbe solo di passare dalla proprietà delle fondazioni, società senza padrone, a una proprietà di un istituto, la Cdp, alla quale viene assegnato esplicitamente il compito di vendere partecipazioni per abbattere il debito. Anche la considerazione secondo cui non è il momento di “indebolire” gli istituti di credito, alle prese con esigenze di ricapitalizzazione, a ben guardare è inconsistente. Il problema di fondo è la tendenza delle grandi banche a concentrarsi nella ricerca di profitti sul mercato finanziario, il che le ha portate a trascurare la concorrenza sul credito alle attività produttive, che si è ridotto al lumicino, con l’eccezione, che conferma la regola, di qualche iniziativa immobiliare avventurosa. Naturalmente un’operazione di questa dimensione sposterebbe equilibri di potere consolidati e aprirebbe una fase nuova in cui i rapporti di potere finanziari saranno meno stabili, appunto perché affidati alla concorrenza e non alla pratica oligopolistica garantita dall’immobilismo delle fondazioni.