Console a processo
Un ottimo console è un ottimo console e basta. I suoi precedenti penali – ove ne abbia, e se non invalidano l’esercizio delle sue funzioni – non contano niente. Meno ancora può valere la circostanza che un funzionario della Farnesina, nel tempo libero e in abiti per così dire civili, si diletti a cantare di fronte a qualche ragazzino della destra gruppettara.
17 AGO 20

Un ottimo console è un ottimo console e basta. I suoi precedenti penali – ove ne abbia, e se non invalidano l’esercizio delle sue funzioni – non contano niente. Meno ancora può valere la circostanza che un funzionario della Farnesina, nel tempo libero e in abiti per così dire civili, si diletti a cantare di fronte a qualche ragazzino della destra gruppettara. Se il contesto è ludico e non da fuorilegge, e nel caso in questione non sembra esserlo come non lo sarebbe stato il palco di un qualsiasi centro sociale o associazione culturale bon ton, ogni deduzione colpevolizzante rischia di tracimare nella pretestuosità.
Il console italiano a Osaka, Mario Vattani, è chiamato oggi a discolparsi davanti a una commissione disciplinare che gli chiederà conto delle sue canzoni, delle sue accondiscendenze verso gli sconfitti dalla guerra civile italiana del 1943-45, dei suoi tatuaggi colorati sulle braccia e di certe sue mai rinnegate frequentazioni giovanili. Che cosa c’entri tutto ciò con la funzione da lui ricoperta non è chiaro. Nel rumore di fondo sprigionato dal circo mediatico giudiziario è capitato di leggere intemerate rivolte alle sue qualità di rappresentante della diplomazia italiana.
Francesco Merlo su Repubblica, per esempio, in un articolo nient’affatto simpatizzante ha sostenuto grosso modo che di Vattani interessa sopra tutto conoscere se sia degno del suo incarico (Merlo ne dubita) oppure no, dovendosi invece relegare il contorno fascio-rocchettaro nel campo della cattiva estetica. In breve, il ragionamento è questo: chissenefrega se Mario Vattani è un coatto dal passato anti sistemico e incline al gorgheggio nostalgico, conta piuttosto il dubbio che ci faccia sfigurare in Giappone (dove le malelingue immaginano sia finito in quanto figlio di Umberto Vattani, ex segretario generale del ministero per gli Affari esteri). Ecco, se questi sono i presupposti meno preconcetti in circolazione, non sarà difficile capovolgere il protocollo d’accusa. Intanto Osaka, per chi conosca un po’ la Farnesina, non è la sede lussuosa raffigurata da alcuni giornali.
Dopodiché s’indaghi pure sulla carriera del console Vattani Jr. (sposato con una nipponica) ma con l’alto rischio di doversi scusare con lui, e con l’autorevole commissione disciplinare, per l’inutile incomodo. Quanto al possibile danno d’immagine per il nostro corpo diplomatico, per quello le scuse potrebbero non bastare.
Il console italiano a Osaka, Mario Vattani, è chiamato oggi a discolparsi davanti a una commissione disciplinare che gli chiederà conto delle sue canzoni, delle sue accondiscendenze verso gli sconfitti dalla guerra civile italiana del 1943-45, dei suoi tatuaggi colorati sulle braccia e di certe sue mai rinnegate frequentazioni giovanili. Che cosa c’entri tutto ciò con la funzione da lui ricoperta non è chiaro. Nel rumore di fondo sprigionato dal circo mediatico giudiziario è capitato di leggere intemerate rivolte alle sue qualità di rappresentante della diplomazia italiana.
Francesco Merlo su Repubblica, per esempio, in un articolo nient’affatto simpatizzante ha sostenuto grosso modo che di Vattani interessa sopra tutto conoscere se sia degno del suo incarico (Merlo ne dubita) oppure no, dovendosi invece relegare il contorno fascio-rocchettaro nel campo della cattiva estetica. In breve, il ragionamento è questo: chissenefrega se Mario Vattani è un coatto dal passato anti sistemico e incline al gorgheggio nostalgico, conta piuttosto il dubbio che ci faccia sfigurare in Giappone (dove le malelingue immaginano sia finito in quanto figlio di Umberto Vattani, ex segretario generale del ministero per gli Affari esteri). Ecco, se questi sono i presupposti meno preconcetti in circolazione, non sarà difficile capovolgere il protocollo d’accusa. Intanto Osaka, per chi conosca un po’ la Farnesina, non è la sede lussuosa raffigurata da alcuni giornali.
Dopodiché s’indaghi pure sulla carriera del console Vattani Jr. (sposato con una nipponica) ma con l’alto rischio di doversi scusare con lui, e con l’autorevole commissione disciplinare, per l’inutile incomodo. Quanto al possibile danno d’immagine per il nostro corpo diplomatico, per quello le scuse potrebbero non bastare.