Cassaforte pensionistica bucata

La notizia rilanciata ieri dal Corriere della Sera di una perdita per 9 miliardi di euro nella gestione dell’Inpdap, l’ex istituto previdenziale del pubblico impiego di recente accorpato con l’Inps, ha generato comprensibili preoccupazioni fra i pensionati e gli assicurati Inps del settore privato. E ciò anche se – come ha dichiarato il ministro del Lavoro, Elsa Fornero – questo deficit era già noto quando si decise la fusione fra gli istituti allo scopo di ridurre i costi di gestione della previdenza pensionistica derivanti dall’esistenza di due burocrazie.
17 AGO 20
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La notizia rilanciata ieri dal Corriere della Sera di una perdita per 9 miliardi di euro nella gestione dell’Inpdap, l’ex istituto previdenziale del pubblico impiego di recente accorpato con l’Inps, ha generato comprensibili preoccupazioni fra i pensionati e gli assicurati Inps del settore privato. E ciò anche se – come ha dichiarato il ministro del Lavoro, Elsa Fornero – questo deficit era già noto quando si decise la fusione fra gli istituti allo scopo di ridurre i costi di gestione della previdenza pensionistica derivanti dall’esistenza di due burocrazie. Anche il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, ha voluto fugare qualsiasi dubbio sulla solidità dei conti e la capacità di pagare le pensioni in futuro. Si può opinare che sin dal principio andasse mantenuta separata la gestione pubblica da quella privata, onde evitare contaminazioni fra il sistema pensionistico privato (in cui i contributi sono versati da soggetti privati e le pensioni sono pagate dell’ente pubblico) e il sistema pensionistico pubblico (in cui sia i contributi sia le pensioni sono pagati dallo stato). Ma ora non avrebbe senso fare marcia indietro rispetto alla fusione decisa dal governo Monti. E’ urgente piuttosto dedicarsi ai risparmi di spesa ottenibili con lo snellimento dell’apparato previdenziale. La questione che emerge è quindi un’altra: quella di evitare che il deficit della gestione pubblica ricada su quella privata dell’Inps, il cui bilancio era sin qui in (modesto) avanzo. Non è certo il caso di aumentare i contributi sociali che incidono sul lavoro. Il riequilibrio tra contributi e prestazioni va effettuato distintamente in ciascuna delle gestioni. Ciò è richiesto da considerazioni di equità e dalla logica del sistema contributivo, la cui messa a regime è stata anticipata con la riforma Fornero.
Non basta la rassicurazione del ministro, certamente credibile ma valevole soltanto per il governo attuale. Guardando al passato si capisce che troppe volte l’Inps ha aumentato i contributi di una sua gestione pensionistica per riequilibrare i deficit di altre sue attività previdenziali. Occorre, dunque, una norma precisa che ponga una barriera tra le due gestioni. La mescolanza del pubblico col privato genererebbe una bevanda pensionistica decisamente imbevibile.