Le sfide per una sinistra europea
Bersani, tieniti da conto Monti
Con un pizzico di sufficienza Stefano Fassina ha chiesto, a chi insisteva sulla “agenda Monti”, di informarlo su “dove la si vendeva per poterla acquistare”. Parole poco generose. L’agenda Monti è quell’insieme di misure e comportamenti che hanno modificato la percezione del paese in Europa e sui mercati internazionali e avviato alcune riforme indispensabili per scongiurarne il fallimento. Grazie all’operato del governo Monti, l’Italia non è un paese con le spalle al muro. Tutto questo consente (al momento) di non dover chiedere né aiuti né attivazione di meccanismi europei di stabilità. di Umberto Ranieri
17 AGO 20

Con un pizzico di sufficienza Stefano Fassina ha chiesto, a chi insisteva sulla “agenda Monti”, di informarlo su “dove la si vendeva per poterla acquistare”. Parole poco generose. L’agenda Monti è quell’insieme di misure e comportamenti che hanno modificato la percezione del paese in Europa e sui mercati internazionali e avviato alcune riforme indispensabili per scongiurarne il fallimento. Grazie all’operato del governo Monti, l’Italia non è un paese con le spalle al muro. Tutto questo consente (al momento) di non dover chiedere né aiuti né attivazione di meccanismi europei di stabilità. In realtà, traspare dalle parole e dagli interventi di Fassina (ma non solo) la convinzione che il Pd, una volta al governo, debba percorrere una strada diversa da quella imboccata da Monti. A chi è ossessionato dall’idea che il compito del Pd debba consistere essenzialmente nella correzione della riforma delle pensioni e del mercato del lavoro, è il caso di ricordare che il tempo della responsabilità non è trascorso, che non bastano gli annunci della Bce per mettere la nostra economia al riparo da una tempesta di sfiducia sui mercati. E’ inevitabile tuttavia, in presenza di tali orientamenti, interrogarsi sul futuro politico del paese. Tra meno di un anno si concluderà l’esperienza del governo tecnico e scadrà il mandato di Giorgio Napolitano. Cosa accadrà di un paese chiamato a una osservanza rigorosa della disciplina di bilancio indispensabile per avviare la riduzione di un debito che è oltre il 120 per cento del pil? Di un paese dove i partiti stentano a varare una legge elettorale che garantisca un minimo di stabilità?
Forse sarebbe il caso, invece di dilettarsi nella ricerca dei neoliberisti annidati nel governo Monti o di proporre una politica di spesa facile camuffata da spesa sociale, di provarsi a interloquire con il governo su misure necessarie per la crescita economica: dalla strategia per l’abbattimento del debito alla legge di stabilità, dal completamento della spending review a misure di riduzione della pressione fiscale su lavoro e imprese, alla politica per il sud. Nessuno può sottovalutare i segni di malessere sociale e un livello preoccupante di disuguaglianze e povertà che si manifestano nella società italiana. Si tratta di problemi che hanno origine nella bassa crescita, nella scarsa efficacia delle politiche di bilancio a fini redistributivi, in un andamento stagnante della produttività. Solo irrobustendo il tasso di crescita dell’economia italiana sarà possibile affrontare questi problemi e diffondere quote ulteriori di benessere, maggiore stabilità nel lavoro e più forte coesione sociale. Occorrono dunque riforme. Così stanno le cose. Infine, una osservazione sui cosiddetti “Giovani turchi”. Sarebbero, se ho ben inteso, dirigenti del Pd orientati a dare al profilo programmatico e culturale del partito una più spiccata caratterizzazione di sinistra. I sostenitori di questa prospettiva sono dell’idea che la crisi finanziaria ed economica rilanci di per sé le ragioni della sinistra e un tradizionale impianto programmatico socialista. Intendiamoci, sono convinto che le società europee siano dinanzi a problemi che richiamano l’attualità di una tradizione politica portatrice di una tensione correttiva del mercato. L’affermazione del primato della politica sull’economia tuttavia non può avvenire secondo una logica dirigista, la crisi non può giustificare una ripresa di posizioni antiliberali o stataliste né condurre a fare quadrato attorno allo stato sociale senza porsi il problema di modifiche per adeguarlo alle novità intervenute. Soprattutto senza fare i conti con le sfide che comporterà per l’Italia la “nuova costruzione europea” che si delinea all’orizzonte. Attenzione inoltre a vedere ovunque manovre e politiche ispirate ad estremismo neoliberista. Si rifletta sulla Germania, il cuore dell’Europa comunitaria. Sfido a rintracciare nella politica della Merkel indulgenze all’aggressività neoliberista. Quella della Merkel è la piattaforma di un nuovo centro politico che aspira a diventare il punto di equilibrio e di governo del sistema e a corrispondere al bisogno di crescita e sicurezza diffuso nelle società europee. Non è il caso di inventarsi nemici inesistenti.
Il Partito democratico ha sostenuto nel corso di questi ultimi tre anni la necessità dell’incontro con l’Udc, a sei mesi dalle elezioni ha però dichiarato che l’intesa politica andava costruita con Sel rinviando l’accordo con Casini a dopo il voto. Malgrado ciò, da parte del leader di Sel non si è persa occasione per sottolineare che, con l’Udc, non sarebbe stata possibile alcuna alleanza. Vendola non ha usato mezze parole e ha proclamato di non avere la benché minima intenzione di “lasciare Di Pietro per correre dietro ai centristi”. Affermazione confermata da un plateale sostegno al referendum contro la riforma del mercato del lavoro promosso da Di Pietro e da un arcipelago di sigle. Dinanzi a tutto ciò è fondato il timore che si stiano creando le premesse per ripetere gli esiti dei tentativi condotti negli ultimi quindici anni di appeasement con forze massimalistiche finiti tutti con il consegnare loro un surplus di peso politico e di potere di condizionamento. Riducendo inoltre il ruolo del Pd a organizzatore del polo dei progressisti lo si rinchiude inesorabilmente nel recinto di una rappresentatività ristretta e minoritaria e si liquida l’ambizione a farne una forza centrale del sistema politico italiano. Che fare per impedire che le cose evolvano in questa direzione? Il tempo non è molto ma la strada appare obbligata: provare a rilanciare l’ispirazione originaria del Pd. Una forza di centrosinistra, in cui si ritrovino i “diversi riformismi che nella Prima Repubblica trovavano collocazione in forze diverse a causa del prevalere di altri criteri di identificazione e appartenenza”. Non sfuggono le difficoltà dell’impresa (ed è forte il rammarico per il tempo perduto). Occorre tornare a cimentarsi con una rielaborazione del rapporto tra valori cristiani, libertà dei moderni, principi dell’umanesimo socialista che consenta di mettere capo a una cultura capace di rispondere alle domande impegnative che stanno dinanzi all’Italia in una fase cruciale della sua storia: crisi del modello sociale europeo e dell’integrazione politica del continente; irrompere del tema dei nuovi diritti (con tutte le implicazioni che hanno con questioni eticamente sensibili) e della modernità che li esprime. Un lavoro che faccia emergere come tratto costitutivo del Pd una “laicità positiva” per scongiurare una frattura tra laici e cattolici sulle scelte da compiere intorno a questi nodi di fondo.
Il Partito democratico ha sostenuto nel corso di questi ultimi tre anni la necessità dell’incontro con l’Udc, a sei mesi dalle elezioni ha però dichiarato che l’intesa politica andava costruita con Sel rinviando l’accordo con Casini a dopo il voto. Malgrado ciò, da parte del leader di Sel non si è persa occasione per sottolineare che, con l’Udc, non sarebbe stata possibile alcuna alleanza. Vendola non ha usato mezze parole e ha proclamato di non avere la benché minima intenzione di “lasciare Di Pietro per correre dietro ai centristi”. Affermazione confermata da un plateale sostegno al referendum contro la riforma del mercato del lavoro promosso da Di Pietro e da un arcipelago di sigle. Dinanzi a tutto ciò è fondato il timore che si stiano creando le premesse per ripetere gli esiti dei tentativi condotti negli ultimi quindici anni di appeasement con forze massimalistiche finiti tutti con il consegnare loro un surplus di peso politico e di potere di condizionamento. Riducendo inoltre il ruolo del Pd a organizzatore del polo dei progressisti lo si rinchiude inesorabilmente nel recinto di una rappresentatività ristretta e minoritaria e si liquida l’ambizione a farne una forza centrale del sistema politico italiano. Che fare per impedire che le cose evolvano in questa direzione? Il tempo non è molto ma la strada appare obbligata: provare a rilanciare l’ispirazione originaria del Pd. Una forza di centrosinistra, in cui si ritrovino i “diversi riformismi che nella Prima Repubblica trovavano collocazione in forze diverse a causa del prevalere di altri criteri di identificazione e appartenenza”. Non sfuggono le difficoltà dell’impresa (ed è forte il rammarico per il tempo perduto). Occorre tornare a cimentarsi con una rielaborazione del rapporto tra valori cristiani, libertà dei moderni, principi dell’umanesimo socialista che consenta di mettere capo a una cultura capace di rispondere alle domande impegnative che stanno dinanzi all’Italia in una fase cruciale della sua storia: crisi del modello sociale europeo e dell’integrazione politica del continente; irrompere del tema dei nuovi diritti (con tutte le implicazioni che hanno con questioni eticamente sensibili) e della modernità che li esprime. Un lavoro che faccia emergere come tratto costitutivo del Pd una “laicità positiva” per scongiurare una frattura tra laici e cattolici sulle scelte da compiere intorno a questi nodi di fondo.
Chi ritiene che il governo Monti sia una parentesi, chiusa la quale, la partita, come se niente fosse stato, tornerà ai protagonisti di prima, guarderà con scetticismo a questa prospettiva. Credo sia una posizione consolatoria. Sbagliata. I partiti si vanno riducendo sempre di più ad “aggregati politico elettorali, incentrati su una persona o su gruppi di potere, o su un insieme di forze, gruppi e persone senza una base politico culturale comune…”. L’attuale classe politica sembra aver esaurito la risorsa più preziosa, la credibilità. Ecco perché il sentimento prevalente nei suoi confronti, da parte degli italiani, è la estraneità. Difficile non concordare con Michele Salvati quando scrive che “l’idea che nel 2013 si torni alla politica che abbiamo conosciuto in questi anni fa accapponare la pelle…”. Lavorare alla rifondazione del partito democratico è l’unica via perché esso possa candidarsi con serietà alla guida del paese. Una via difficile ma non ne vedo altre.
Ha ragione Giuseppe De Rita: la crisi del sistema dei partiti più che in carenze etiche e comportamentali ha origine in “una inadeguatezza culturale quasi vicina al vuoto spinto”. Si è manifestata platealmente nel momento in cui il paese era investito da una crisi economica che implicava, per essere affrontata, autorevolezza sul piano internazionale e padronanza dei termini di complesse questioni. La risposta poteva essere la stessa della Spagna: scioglimento delle Camere ed elezioni. La scarsa affidabilità di coalizioni improvvisate, l’insufficiente presa dei partiti, la disistima verso la politica erano tali che le elezioni sarebbero state una avventura. Giustamente la si è evitata dando vita al governo Monti. I partiti della Prima Repubblica ritenevano un diritto e un dovere trovare soluzioni parlamentari per assumersi in prima persona responsabilità di governo, nella Seconda Repubblica, in situazioni di emergenza, i partiti non sono stati in grado di farlo per il conflitto selvaggio che ha segnato la vita politica, per la debolezza ideologica e culturale della loro fisionomia, per una tendenza a orientare le proprie scelte in base unicamente al consenso che se ne ricava. Questa situazione di impotenza spiega l’azione del presidente della Repubblica di cui discute con acutezza Marco Olivetti su il Mulino (n. 2 del 2012): “Per l’autorità di cui godono e per i poteri che le Costituzioni riconoscono loro… i presidenti della Repubblica possono entrare in funzione come motori di riserva… in contesti… emergenziali… quando la maggioranza parlamentare e il suo governo entrano in una situazione di stallo”. La verità è che dinanzi a un evento politico unico in Europa è mancata una seria riflessione da parte dei partiti. Liberi da dirette responsabilità di governo (e di opposizione), essi avrebbero potuto concentrare la loro iniziativa su almeno due problemi dalla cui soluzione dipende in misura significativa il rapporto dei cittadini con la politica: revisione della legge elettorale e riforma della giustizia. Sulla prima questione il rischio è che si approdi a un sistema elettorale debole che, accrescendo la frammentazione politica, comprometta la governabilità del paese. Perché si è giunti a questo punto? Angelo Panebianco rintraccia le cause dell’impasse nel prevalere di una cultura cocciutamente proporzionalista per la quale garantire a tanti attori (politici e non) il potere di veto sulle decisioni è molto più importante che irrobustire il potere decisionale del governo. In sostanza, sostiene Panebianco, la nostra tradizione culturale non consente di dare al governo quella capacità di decisione di cui esso gode in altre democrazie. In realtà, ci fu un momento in cui sarebbe stato possibile affrontare il nodo della riforma elettorale in termini tali da garantire un equilibrato sistema bipolare e una ragionevole stabilità politica. Fu nei mesi immediatamente successivi alle elezioni del 2008. Occorrevano scelte nette di cui si sarebbero potuto far carico essenzialmente Pdl e Pd, partiti che sulla base dei risultati elettorali rappresentavano, agli inizi del quinquennio, quasi il 70 per cento dell’elettorato. Allora sarebbe stata possibile l’intesa su una riforma che consolidasse il bipolarismo semplificato emerso dalle urne. Si tornò invece a insistere, da parte di settori del Pd, sulla adozione del “sistema tedesco”quando (tre anni or sono!) era evidente che su quelle basi non sarebbe stato possibile alcun accordo. Riemersero inoltre analisi della vicenda politica italiana che resero impraticabile l’intesa. Il centrodestra, cha aveva vinto le elezioni, non era altro che una “reincarnazione light del fascismo”; Berlusconi, un cattivo scherzo della storia nazionale. Si tornava a una posizione costantemente presente nella politica italiana nell’ultimo quindicennio: quella riassunta, dopo lasconfitta del maggio del 2001, con la parola d’ordine “resistere”. Altro che intesa sulla legge elettorale!
Ha ragione Giuseppe De Rita: la crisi del sistema dei partiti più che in carenze etiche e comportamentali ha origine in “una inadeguatezza culturale quasi vicina al vuoto spinto”. Si è manifestata platealmente nel momento in cui il paese era investito da una crisi economica che implicava, per essere affrontata, autorevolezza sul piano internazionale e padronanza dei termini di complesse questioni. La risposta poteva essere la stessa della Spagna: scioglimento delle Camere ed elezioni. La scarsa affidabilità di coalizioni improvvisate, l’insufficiente presa dei partiti, la disistima verso la politica erano tali che le elezioni sarebbero state una avventura. Giustamente la si è evitata dando vita al governo Monti. I partiti della Prima Repubblica ritenevano un diritto e un dovere trovare soluzioni parlamentari per assumersi in prima persona responsabilità di governo, nella Seconda Repubblica, in situazioni di emergenza, i partiti non sono stati in grado di farlo per il conflitto selvaggio che ha segnato la vita politica, per la debolezza ideologica e culturale della loro fisionomia, per una tendenza a orientare le proprie scelte in base unicamente al consenso che se ne ricava. Questa situazione di impotenza spiega l’azione del presidente della Repubblica di cui discute con acutezza Marco Olivetti su il Mulino (n. 2 del 2012): “Per l’autorità di cui godono e per i poteri che le Costituzioni riconoscono loro… i presidenti della Repubblica possono entrare in funzione come motori di riserva… in contesti… emergenziali… quando la maggioranza parlamentare e il suo governo entrano in una situazione di stallo”. La verità è che dinanzi a un evento politico unico in Europa è mancata una seria riflessione da parte dei partiti. Liberi da dirette responsabilità di governo (e di opposizione), essi avrebbero potuto concentrare la loro iniziativa su almeno due problemi dalla cui soluzione dipende in misura significativa il rapporto dei cittadini con la politica: revisione della legge elettorale e riforma della giustizia. Sulla prima questione il rischio è che si approdi a un sistema elettorale debole che, accrescendo la frammentazione politica, comprometta la governabilità del paese. Perché si è giunti a questo punto? Angelo Panebianco rintraccia le cause dell’impasse nel prevalere di una cultura cocciutamente proporzionalista per la quale garantire a tanti attori (politici e non) il potere di veto sulle decisioni è molto più importante che irrobustire il potere decisionale del governo. In sostanza, sostiene Panebianco, la nostra tradizione culturale non consente di dare al governo quella capacità di decisione di cui esso gode in altre democrazie. In realtà, ci fu un momento in cui sarebbe stato possibile affrontare il nodo della riforma elettorale in termini tali da garantire un equilibrato sistema bipolare e una ragionevole stabilità politica. Fu nei mesi immediatamente successivi alle elezioni del 2008. Occorrevano scelte nette di cui si sarebbero potuto far carico essenzialmente Pdl e Pd, partiti che sulla base dei risultati elettorali rappresentavano, agli inizi del quinquennio, quasi il 70 per cento dell’elettorato. Allora sarebbe stata possibile l’intesa su una riforma che consolidasse il bipolarismo semplificato emerso dalle urne. Si tornò invece a insistere, da parte di settori del Pd, sulla adozione del “sistema tedesco”quando (tre anni or sono!) era evidente che su quelle basi non sarebbe stato possibile alcun accordo. Riemersero inoltre analisi della vicenda politica italiana che resero impraticabile l’intesa. Il centrodestra, cha aveva vinto le elezioni, non era altro che una “reincarnazione light del fascismo”; Berlusconi, un cattivo scherzo della storia nazionale. Si tornava a una posizione costantemente presente nella politica italiana nell’ultimo quindicennio: quella riassunta, dopo lasconfitta del maggio del 2001, con la parola d’ordine “resistere”. Altro che intesa sulla legge elettorale!
Allo stato dei fatti è difficile una previsione. La riforma elettorale andrebbe collegata a innovazioni costituzionali: superare il “bicameralismo paritario” e insieme la debolezza della figura del presidente del Consiglio. Ci sono le condizioni per riaprire questa discussione? La legislatura formalmente ha davanti ancora tempo sufficiente per provarci. Ma c’è la volontà politica per farlo? Una cosa è certa: se la disputa sulla legge elettorale si risolvesse in una “sorta di sistema di salvataggio del ceto politico esistente” e si giungesse al 2013 con un nulla di fatto, antiparlamentarismo e antipartitismo si moltiplicherebbero e l’insofferenza nei confronti della politica diventerebbe rabbia, disgusto e rifiuto.
Il nodo della giustizia è apparso ancora più intricato da sciogliere. La questione rimanda al tema cruciale dell’equilibrio tra i poteri e non è stata mai affrontata in questi anni. La magistratura, scrive efficacemente Giovanni Sabbatucci, ha finito con l’assumere agli occhi dei più “un ruolo pubblico e fatalmente anche politico che ha scarsi riscontri nelle democrazie occidentali”. E’ un protagonismo conquistato sul campo. Ne scrisse da par suo Luciano Cafagna nella “Grande slavina” (opportunamente ripubblicata con l’introduzione di Michele Salvati) descrivendo il tumultuoso biennio ’92-’93: “Il magistrato coraggioso diviene un eroe del nostro tempo… laddove il dilagare della corruzione a livelli di diffusa notorietà e l’inefficienza dei politici nel governare l’amministrazione del paese fanno per contro precipitare il prestigio della classe politica…”. In quegli anni fu tuttavia la congiunzione fra le conseguenze della fine della Guerra fredda e alcuni fenomeni esterni al sistema dei partiti tradizionali, dall’emergere della Lega ai referendum elettorali, che creò le condizioni del collasso del sistema politico. Furono anni di drammatica tensione in cui nella vicenda italiana si tese a mescolare ciò che andava mantenuto distinto: l’azione giudiziaria che si proponeva il ripristino della legalità, una crisi politica che richiedeva il mutamento di classi dirigenti, l’esaurimento, con le conseguenze che il trattato di Maastricht avrebbe comportato, di un modo di funzionare del capitalismo italiano. In una democrazia funzionante non sarebbe stato possibile affidare a un solo attore, tanto meno ai giudici, la chiave di queste tre crisi. Esse richiedevano modalità, soggetti e strumenti distinti di soluzione. Si trattava di fenomeni diversi che nel convulso crogiuolo della crisi italiana di quegli anni si intrecciarono. Le conseguenze di una tale confusione si manifestarono a lungo. Le tracce sono evidenti ancora oggi. Si colgono nel convulso contendere di questi mesi dove appare sempre più chiaro che la presidenza della Repubblica è stata sottoposta a un attacco strumentale con l’obiettivo di indebolirla in vista delle difficili scadenze e prove politiche che stanno dinanzi al paese. C’è da sperare che si intenda giungere a una equilibrata e ragionevole legge sulle intercettazioni e che, nella prospettiva di una riassunzione di compiti di governo, il Pd non perseveri nei vecchi errori e non eluda il nodo di una modernizzazione del sistema giudiziario da perseguire nell’ottica liberale di un equilibrio dei poteri. Fu questa la strada indicata dal presidente della Repubblica quando alcuni anni fa sostenne che il suo ruolo equivaleva a “lanciare dei messaggi nella bottiglia non sapendo chi vorrà raccoglierli”.
Il nodo della giustizia è apparso ancora più intricato da sciogliere. La questione rimanda al tema cruciale dell’equilibrio tra i poteri e non è stata mai affrontata in questi anni. La magistratura, scrive efficacemente Giovanni Sabbatucci, ha finito con l’assumere agli occhi dei più “un ruolo pubblico e fatalmente anche politico che ha scarsi riscontri nelle democrazie occidentali”. E’ un protagonismo conquistato sul campo. Ne scrisse da par suo Luciano Cafagna nella “Grande slavina” (opportunamente ripubblicata con l’introduzione di Michele Salvati) descrivendo il tumultuoso biennio ’92-’93: “Il magistrato coraggioso diviene un eroe del nostro tempo… laddove il dilagare della corruzione a livelli di diffusa notorietà e l’inefficienza dei politici nel governare l’amministrazione del paese fanno per contro precipitare il prestigio della classe politica…”. In quegli anni fu tuttavia la congiunzione fra le conseguenze della fine della Guerra fredda e alcuni fenomeni esterni al sistema dei partiti tradizionali, dall’emergere della Lega ai referendum elettorali, che creò le condizioni del collasso del sistema politico. Furono anni di drammatica tensione in cui nella vicenda italiana si tese a mescolare ciò che andava mantenuto distinto: l’azione giudiziaria che si proponeva il ripristino della legalità, una crisi politica che richiedeva il mutamento di classi dirigenti, l’esaurimento, con le conseguenze che il trattato di Maastricht avrebbe comportato, di un modo di funzionare del capitalismo italiano. In una democrazia funzionante non sarebbe stato possibile affidare a un solo attore, tanto meno ai giudici, la chiave di queste tre crisi. Esse richiedevano modalità, soggetti e strumenti distinti di soluzione. Si trattava di fenomeni diversi che nel convulso crogiuolo della crisi italiana di quegli anni si intrecciarono. Le conseguenze di una tale confusione si manifestarono a lungo. Le tracce sono evidenti ancora oggi. Si colgono nel convulso contendere di questi mesi dove appare sempre più chiaro che la presidenza della Repubblica è stata sottoposta a un attacco strumentale con l’obiettivo di indebolirla in vista delle difficili scadenze e prove politiche che stanno dinanzi al paese. C’è da sperare che si intenda giungere a una equilibrata e ragionevole legge sulle intercettazioni e che, nella prospettiva di una riassunzione di compiti di governo, il Pd non perseveri nei vecchi errori e non eluda il nodo di una modernizzazione del sistema giudiziario da perseguire nell’ottica liberale di un equilibrio dei poteri. Fu questa la strada indicata dal presidente della Repubblica quando alcuni anni fa sostenne che il suo ruolo equivaleva a “lanciare dei messaggi nella bottiglia non sapendo chi vorrà raccoglierli”.
di Umberto Ranieri