Vite parallele

Si rase il corpo, si coprì di talco e di profumo, calò un acido, si infilò in una culla con addosso solo un pannolino e diede alla luce un orsetto di peluche. La volta che fu fermato dalla polizia su una Volkswagen scassata piena di studenti, spiegò all’agente che era un professore della Brown University nell’esercizio delle sue funzioni.
16 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 16:11
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Willoughby Sharp
Nacque il 23 gennaio 1936. Nacque a Manhattan. I genitori apparivano spesso nelle cronache mondane. Il padre conservava il diritto a un antico titolo scozzese, la madre era stata una delle bellezze delle Follie di Ziegfield, la compagnia più famosa della storia del teatro musicale. Negli anni Trenta la mésalliance aveva prodotto il debito scandalo. Willoughby prese il bachelor’s degree, pressapoco una laurea breve, in Storia dell’arte all’antica Brown University del Rhode Island, si laureò alla Sorbona di Parigi, fece un master all’Università di Losanna, studiò alla Columbia University di New York con lo storico dell’arte di formazione marxista Meyer Shapiro. Alla Cornell University curò nel 1969 la prima e più importante rassegna di artisti della Earth (o Land) Art. Tra i presenti c’erano nomi destinati a diventare celebri nel mondo, come Robert Smithson, che non aveva ancora realizzato la “Spiral Jetty” (1970) sul Grande Lago Salato dello Utah e Walter De Maria, che non aveva ancora concepito il “Lightining field”(1977) nel deserto del New Mexico. Nel 1970 fondò la rivista Avalanche, ne affidò la direzione a Liza Bear, artista e cineasta. In sette anni uscirono tredici numeri, ancora ricercati dai cultori dell’arte contemporanea. In ogni numero un artista parlava di sé, della sua opera, spesso difficile da capire anche per un pubblico di specialisti. In copertina del primo numero c’era la fotografia di Joseph Beuys con il suo immancabile cappello di feltro. Con gli anni un cappello divenne il segno distintivo anche di Willoughby Sharp. Con una bombetta, con una lobbia o uno stetson dalla larga tesa, con i lunghi capelli bianchi sulle spalle, come Buffalo Bill o un hippie invecchiato senza pentirsi, divenne una figura immancabile della scena dell’arte concettuale. Si esibì in numerose performance di ispirazione autobiografica. Aveva avuto una figlia, l’aveva chiamata Saskia, come la moglie amata di Rembrandt, l’aveva perduta per sempre quando la moglie se n’era andata. Davanti a un pubblico e all’obiettivo di una telecamera cercò di rimetterla al mondo. Si rase il corpo, si coprì di talco e di profumo, calò un acido, si infilò in una culla con addosso solo un pannolino e diede alla luce un orsetto di peluche. La volta che fu fermato dalla polizia su una Volkswagen scassata piena di studenti, spiegò all’agente che era un professore della Brown University nell’esercizio delle sue funzioni. Stava andando a celebrare con un picnic il celebre picnic che Man Ray, Marcel Duchamps e William Carlos Williams fecero accanto alla cascatella nel centro della città industriale di Patterson nel New Jersey. Willoughby Sharp è morto a settantadue anni.

Michael Levey

Nacque l’8 giugno 1927. Nacque a Wimbledon, Londra. Il padre, irlandese, lo mandò alla scuola cattolica di Reading. Nel 1945 fu inviato in Egitto per il National Service. Smobilitato, si iscrisse nel 1948 a Oxford. Si sarebbe laureato in letteratura inglese, se non avesse dimenticato la tesi in un caffè. Un amico gli trovò un impiego presso la National Gallery di Londra. Vi si trovò a suo agio. Vi compilò il catalogo dei pittori italiani del XVIII secolo. Una “Storia concisa della pittura: da Giotto a Cézanne”, pubblicata dalla Thames & Hudson, rivelò la sua vena di divulgatore. Per un anno insegnò a Cambridge. Le sue lezioni vennero raccolte in un altro libro fortunato, intitolato “Dal Rococò alla Rivoluzione”. Intanto faceva carriera alla National Gallery. Nel 1973 ne divenne direttore. Alla sua gestione la galleria deve l’acquisizione di alcune delle sue tele più preziose. Fu lui a fare acquistare la seconda versione del “Ragazzo morso da un ramarro” del Caravaggio e la “Gare Saint-Lazare” di Claude Monet. Fu lui a introdurre alla National le opere di artisti francesi come Jacques-Louis David e Jean-Honoré Fragonard. Durante la sua direzione i visitatori quadruplicarono. Dichiarò che dei cinquantacinque quadri che aveva fatto acquistare il suo preferito era una natura morta con arance e limoni di Luis Meléndez. Era l’unico che si sarebbe portato a casa, perché viveva in una casa modesta, era vegetariano. Nel 1986 si dimise per prendersi cura della moglie, colpita da sclerosi multipla. Con lei aveva scritto “Cinquanta opere della letteratura inglese e americana di cui si può fare a meno”: come “Huckberry Finn” e “Leaves of Grass”. E’ morto a ottantun anni.