Una telefonata, il figlio ammazzato, il calcio e lo specchio nero di José Anigo

Certi presagi arrivano nel sogno. Altri punteggiano il quotidiano senza che si riesca a intercettarli. A Marsiglia basta un colpo di telefono. E se ti chiami José Anigo, queste cose le sai. E’ una mattinata d’inizio settembre quando il telefono del direttore sportivo dell’Olympique Marsiglia si mette a trillare. L’orario è insolito, lui sta per raggiungere il suo ufficio nella sede del club, la squadra naviga tranquilla: giornalisti e procuratori si faranno vivi più tardi. Anigo risponde e dall’altra parte del filo c’è sua nuora. Si agita, piange, gli dice che suo marito, Adrien, non è andato a scuola a prendere i bambini. José prova a calmarla, poi riattacca e si dice: “Hanno ammazzato mio figlio”. di Ronald Giammò
16 AGO 20
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“Au village sans prétention, j’ai mauvaise réputation”
George Brassens

Certi presagi arrivano nel sogno. Altri punteggiano il quotidiano senza che si riesca a intercettarli. A Marsiglia basta un colpo di telefono. E se ti chiami José Anigo, queste cose le sai. E’ una mattinata d’inizio settembre quando il telefono del direttore sportivo dell’Olympique Marsiglia si mette a trillare. L’orario è insolito, lui sta per raggiungere il suo ufficio nella sede del club, la squadra naviga tranquilla: giornalisti e procuratori si faranno vivi più tardi. Anigo risponde e dall’altra parte del filo c’è sua nuora. Si agita, piange, gli dice che suo marito, Adrien, non è andato a scuola a prendere i bambini. José prova a calmarla, poi riattacca e si dice: “Hanno ammazzato mio figlio”. Poche ore più tardi la conferma arriverà dalla radio. A restare sull’asfalto del XIII arrondissement è Adrien Anigo, trent’anni, un passato di furtarelli e rapine conclusosi nel 2007 con un arresto poi annullato nel 2010 per un vizio di procedura. Aveva aperto un negozio di sport, possedeva quote di un grande bar in centro. Era in macchina, è stato affiancato da due scooter. Un colpo in testa, uno alla carotide.
Per José Anigo il presagio non ha mai la leggerezza e la musica delle belle notizie. E’ un’edera che gli cresce dentro, l’eco di una voce che viene da un passato distante 35 anni, quando giovane e spaccone incastrava le sue giornate nel quartiere nord della città e bisognava decidere da che parte schierarsi. Lui scelse Marsiglia. Prima come calciatore, da pulcino fino alla prima squadra. Poi come allenatore e infine da direttore sportivo. Il passato però non è un avversario che si dribbla facilmente. Gli amici di ieri sono diventati i voyou di oggi: affari, interessi, richieste. Il nome di Anigo, ha riferito di recente una fonte della polizia alla Provence, è sulla bocca dell’élite del milieu locale e le intercettazioni del 2011, disposte per provare i legami tra criminalità e club, hanno solo ufficializzato ciò che tutti tacevano per pudore. Si sente la voce di Richard Deruda, nome della criminalità focese, spingere affinché Anigo procuri un contratto a suo figlio. Il ds tergiversa, dice di aver chiamato dieci club ricevendo altrettanti rifiuti, ma Deruda non ne vuol sapere, “non farmi girare le scatole”, digrigna tra i denti, “o vuoi che ti rinfreschi la memoria?”. Seguirà una perquisizione nella sede del club: nessuna prova, solo parole prive di riscontri.
Quello di Deruda è solo uno dei tanti nomi ambigui che gravitano attorno all’Olympique da quando è Anigo a tenerne le redini. Contabilità e commissioni sulla compravendita dei giocatori sono un’esca facile e appetitosa. Avvertimenti anonimi, estorsioni, minacce di morte tra le nebbie del porto: a emergere è la faccia di Jean-Luc Barresi, famiglia tra le più note in quel di La Ciotat, un anno speso in carcere nel 2002 e oggi agente di alcuni giocatori. E ancora, Jean-Cristophe Cano e Christophe D’Amico, procuratori anche loro, al centro di alcune operazioni di mercato dalle plusvalenze sospette. Tutti conoscono tutti in questo mondo, ma se vieni da Marsiglia ci si conosce meglio degli altri.
Facile cadere nelle suggestioni quando è un nome come quello di Anigo a occupare le cronache, ma le storie del direttore sportivo dell’OM e quella di suo figlio non potrebbero essere più distanti. Perrine Baglan, corrispondente a Marsiglia per la BFM Tv, dice al Foglio che “negli ultimi dieci anni il paesaggio è cambiato, difficile dare una data precisa per questa trasformazione”, ma il grand banditisme che dominava Marsiglia e raccontato da Izzo è stato oggi sostituito da un “neo banditisme urbano e di quartiere molto violento, formato da voyou sempre più giovani e sempre più armati in lotta tra loro per il controllo del traffico di droga”. I “vecchi” hanno spostato i loro interessi altrove, nei casinò, nelle corse. Oggi a Marsiglia sbarcano cargo carichi di tonnellate di droga (venti ne sono arrivate dieci giorni fa da Tolone) e intercettare armi dalle rotte delle rivoluzioni arabe è sempre più facile ed economico. Per un kalashinokov bastano mille euro e se prima il sangue era l’ultima via, oggi è diventato per molti un biglietto da visita.
La Francia però non resta a guardare. Marsiglia è sempre stato un “petit caillou” (il sasso nella scarpa) per Parigi. Un recente sondaggio ha rivelato che il 57 per cento dei francesi sarebbe favorevole all’invio dell’esercito. Più pragmatico è sembrato il ministro dell’Interno, Manuel Valls, che, rispolverando l’ennesimo programma di riconquista del territorio, ha parlato di un “approche global” che oltre alla presenza massiccia e visibile di forze dell’ordine si occupi anche della riqualificazione delle aree più degradate della città. “Parole!”, sbotta parlando con il Foglio Mario Albano della Provence, “per ora si sono visti solo poliziotti”. Difficile invertire la rotta, cercare di offrire una scelta, quando il tasso di disoccupazione in alcuni arrondissement sfiora il 70 per cento e la paga di una giornata per lo spaccio di cannabis o cocaina oscilla tra i 150 e i 450 euro.
José Anigo nel frattempo è sparito e l’inchiesta che dovrebbe far luce sull’assassinio di suo figlio, seppur alle prime battute, è già stata etichettata come una “strada senza fine”. Sugli spalti del Vélodrome non si è più visto e i cancelli della sua casa sorvegliata dai cani e protetta da vetri blindati sono ancora inviolati. Ha dichiarato all’Equipe che è vero, “ho una morfologia e dei tratti del viso che danno di me una cattiva immagine. Ma non sono l’uomo che è stato descritto così spesso ultimamente”. Ha negato qualsiasi legame tra l’omicidio del figlio e la sua gestione del club. Nessuna ritorsione dietro a quel gesto. Sì, Adrien era un tifoso come tanti, veniva a vedere le partite, ma “io ho fatto di tutto per cercare di tirarlo fuori da quella strada che alla fine l’ha inghiottito”. Eppure, più che l’immagine – il collo taurino, il cranio pelato come uno scudo di bronzo, gli occhi luciferini – sono le parole a tradirlo e a dare credito a una reputazione che gli si è incollata addosso. “Oggi ci si ammazza per delle fesserie (conneries, ndr), ma questa è sempre stata una città che mangia i suoi figli”, ha chiosato stanco sulle colonne del maggior quotidiano sportivo di Francia. Nessuna traccia di pentimento, solo una serena accettazione dell’ineluttabilità.
Infine, fedele al copione della redenzione, ha dichiarato di voler trasformare il suo dolore in concreto impegno per la città, specialmente per quei quartieri così ricchi di un’umanità che aspetta solo di essere ben incanalata. Si farà vedere, Anigo, scenderà per le vie, sarà a disposizione di chi vorrà provare a fare qualcosa. Non servono poliziotti. Dopo toccherà alle scuole. Le rivoluzioni si fanno un giorno alla volta e per innescarle, da quelle parti, servono solo ammirazione e soggezione e una faccia alla quale poter credere. Le parole, laggiù, se l’è sempre portate via il Mistral e Marsiglia la ribelle, la terribile, la fantastica, non conosce parole che possano domarla. Almeno fino al prossimo trillo.
di Ronald Giammò