Pogrom contro i cristiani in Iraq, al Qaida usa i mortai

“E’ il terrore che bussa alle nostre porte. Le famiglie sono sconvolte, tutti vogliono fuggire”. Con queste parole monsignor Matti Shaba Matoka, arcivescovo siro-cattolico di Baghdad, descrive l’atmosfera da pogrom che si vive in questi mesi in Iraq, dove tra la sera di martedì e ieri ci sono stati 14 attacchi armati contro cristiani, due addirittura con un mortaio, che hanno fatto 6 morti e 33 feriti. Emmanuel III Delly, patriarca caldeo di Baghdad conferma: “Stanno dando la caccia ai fedeli cristiani in ogni quartiere della città”. Un’atmosfera da incubo che spinge monsignor Matti Shaba Matoka a puntare il dito contro il governo iracheno. Leggi Dopo duemila anni, al Qaida caccia i cristiani dal medio oriente? - Leggi I veneti sott’acqua sono fuori moda come i cristiani in Iraq di Toni Capuozzo
16 AGO 20
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“E’ il terrore che bussa alle nostre porte. Le famiglie sono sconvolte, tutti vogliono fuggire”. Con queste parole monsignor Matti Shaba Matoka, arcivescovo siro-cattolico di Baghdad, descrive l’atmosfera da pogrom che si vive in questi mesi in Iraq, dove tra la sera di martedì e ieri ci sono stati 14 attacchi armati contro cristiani, due addirittura con un mortaio, che hanno fatto 6 morti e 33 feriti. Emmanuel III Delly, patriarca caldeo di Baghdad conferma: “Stanno dando la caccia ai fedeli cristiani in ogni quartiere della città”. Un’atmosfera da incubo che spinge monsignor Matti Shaba Matoka a puntare il dito contro il governo iracheno: “Nonostante i proclami, il governo non fa nulla per fermare quest’ondata di violenza che ci travolge; chiediamo un pronto intervento della comunità internazionale e supplichiamo il Papa e la chiesa universale di venire in nostro aiuto. Oggi non possiamo fare altro che sperare e pregare in lacrime”.
Mercoledì il premier Nouri al Maliki ha visitato la chiesa siro cattolica Sayidat al Nejat (Nostra Signora della Salvezza), in cui al Qaida ha fatto strage – 58 morti – il 31 ottobre: “Chiediamo che non ci sia un’emigrazione dei cristiani e che non torni a ripetersi: faremo il possibile perché rimanga completo e unito il ramo di fiori delle comunità irachene, l’uguaglianza dei cristiani con gli altri iracheni è un dovere sacro”. In realtà, gli sforzi del governo di Baghdad per contrastare la persecuzione dei cristiani sono del tutto insufficienti (anche se ieri la polizia ha rafforzato la sicurezza attorno alle chiese nella provincia di Nineveh, dopo una “soffiata” su un’autobomba).

Le ragioni di questa insufficiente azione di contrasto sono molteplici. E’ palese che le forze di sicurezza irachene stentano sempre più a contrastare l’ondata terrorista che ha ripreso rinnovato vigore. Sempre giovedì, due attentati contro pellegrini sciiti iraniani hanno infatti mietuto trenta vittime a Kerbala e a Najaf. Ma c’è anche un dato di diffidenza politica: tutta la comunità cristiana e tutte le autorità religiose di tutte le chiese hanno infatti sempre offerto un massiccio appoggio al regime baathista di Saddam Hussein (Tareq Aziz era l’oculato regista di questo consenso), ottenendone in cambio gli stessi benefici economici e di gestione del potere di cui godevano i sunniti. La stessa storia del Baath, fondato dal cristiano Michel Aflaq, si è sviluppata sull’asse dell’alleanza sunniti-cristiani, a discapito degli sciiti. La persecuzione dei cristiani ha anche spessore storico, perché da decenni i sunniti iracheni sono fortemente influenzati dalla predicazione wahabita, irradiata dal regime della confinante Arabia Saudita. Asse portante del wahabismo è proprio la concezione dei cristiani (come degli sciiti) quali “idolatri”, tanto che sin dagli inizi dell’Ottocento l’attacco alle chiese della Mesopotamia, così come alle moschee sciite, è stata una costante da parte dei mujaheddin wahabiti del Neged.

Su questo terreno ha facile presa
la predicazione oltranzista di al Qaida che trova nel wahabismo saudita la legittimazione teologica per dichiarare: “Tutti i centri, organizzazioni, istituzioni, dirigenti e fedeli cristiani sono bersagli legittimi per i mujaheddin”. Tra le tante reazioni internazionali, c’è anche quella di Mario Mauro, europarlamentare del Pdl, relatore del trattato che regola i rapporti tra Ue e Iraq, che intende “fare di tutto perché la tutela dei cristiani diventi elemento cardine per la normalizzazione dei rapporti tra Iraq e Ue, la persecuzione dei cristiani è infatti dovuta a terroristi e fanatici, ma anche all’indifferenza della leadership politica che non garantisce le minoranze”.