Mire e trame del poker d’assi che sta sfidando SuperUnipol

C’è il banchiere d’affari con un trascorso in Mediobanca, il grande capo di una compagnia assicurativa su cui da sempre Mediobanca esercita un’influenza dominante, il figlio di un costruttore-finanziere che è stato uno dei pupilli di Enrico Cuccia e un finanziere-immobiliarista protagonista di un divorzio silenzioso ma salato dal gruppo Pirelli. Sono Gerardo Braggiotti, numero uno di Banca Leonardo, Giovanni Perissinotto, ceo delle Assicurazioni Generali, Paolo Ligresti e Carlo Puri Negri. di Andrea Giacobino
15 AGO 20
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C’è il banchiere d’affari con un trascorso in Mediobanca, il grande capo di una compagnia assicurativa su cui da sempre Mediobanca esercita un’influenza dominante, il figlio di un costruttore-finanziere che è stato uno dei pupilli di Enrico Cuccia e un finanziere-immobiliarista protagonista di un divorzio silenzioso ma salato dal gruppo Pirelli. Sono Gerardo Braggiotti, numero uno di Banca Leonardo, Giovanni Perissinotto, ceo delle Assicurazioni Generali, Paolo Ligresti e Carlo Puri Negri. E’ anche da questo poker che è nata la sfida lanciata da Palladio Finanziaria, che fa capo ad azionisti italiani ed è guidata da Giorgio Drago e Roberto Meneguzzo (altri due ex Mediobanca), in tandem con la Sator di Matteo Arpe (pure lui cresciuto a pane e Via Filodrammatici) al grande matrimonio tra Fonsai e Unipol orchestrato da Mediobanca e Unicredit.
Tutte e quattro le carte del poker hanno qualche motivo di risentimento, soprattutto verso l’asso pigliatutto Alberto Nagel, ad di Mediobanca. Con Braggiotti c’è indubbia concorrenza di business oltre al posizionamento accanto a grandi nomi del capitalismo italiano e d’oltralpe: il timoniere di Banca Leonardo vede fra i suoi azionisti la Exor degli Agnelli-Elkann che ha rilevato proprio la quota di Fonsai. E’ in quell’occasione che Braggiotti ottiene il mandato di advisor per i Ligresti quando la catena di Premafin-Fonsai inizia a scricchiolare sotto il peso dei debiti. Il banchiere figlio dello storico presidente della Banca commerciale italiana cerca di trovare una soluzione indolore per Salvatore Ligresti, ma sono proprio Mediobanca e Unicredit, esposti verso Premafin-Fonsai, a obbligare l’Ingegnere di Paternò a una resa incondizionata e a imporre il matrimonio con Unipol.
Una scelta che non piace alla carta numero due del poker. Perissinotto, secondo molti osservatori, non vede di buon occhio l’affermazione in Italia di un nuovo, robusto polo assicurativo e trova paradossale che a sponsorizzarlo sia stato il suo maggiore azionista, peraltro molto critico verso il ceo del Leone sull’alleanza in Ppf col magnate ceco Petr Kellner che ora sta smobilitando da Generali. La resa imposta a papà Ligresti non convince nemmeno a Paolo Ligresti, che è stato proprio consigliere di Banca Leonardo e che ha buoni rapporti con Arpe. Così il figlio del costruttore siciliano, prima dell’intervento di Mediobanca-Unicredit, chiama Sator al tavolo delle consultazioni per salvare i resti dell’impero del padre fatto di mattoni e partecipazioni strategiche, nella stessa Mediobanca e in Rcs. Arpe, appena bruciato da Mediobanca e Andrea Bonomi nella conquista della Bpm, ha però trovato poco prima un alleato prezioso come Puri Negri, costretto da Piazzetta Cuccia a lasciare la catena di controllo (per far posto ai Malacalza) che da Gpi scende a Camfin e arriva fino alla Pirelli di Marco Tronchetti Provera. L’ideatore di Pirelli Real Estate, al quale il divorzio dal re delle gomme (e vicepresidente di Mediobanca) è costato salato, ha voglia di rivalsa e sigla con Sator un’alleanza proprio nel settore immobiliare. Le nozze Fonsai-Unipol, però, spiazzano le residue possibilità che Arpe & Puri possano mettere le mani sul patrimonio di mattoni che sta ancora nelle società personali di Ligresti.
Il tandem Drago e Arpe partorisce un patto di consultazione su Fonsai, che complica il progetto di Mediobanca e Unicredit su Unipol visto che nasce anche aperto all’ingresso di terzi. Una sfida all’insegna del libero mercato, insomma, come auspicato anche da un economista come Luigi Zingales. A dispetto del ticket Mediobanca-Unicredit e del matrimonio Fonsai-Unipol che sembrava già fatto, infatti, in partita ci sono gruppi che hanno appoggi e disponibilità rilevanti. E oggi, contrariamente ai tempi di Cuccia, le azioni non si pesano più ma si contano.
di Andrea Giacobino