La nuova lotta di classe europea
Per l’Italia il debito pubblico, una cui porzione significativa (il 38 per cento circa del pil) continua a essere detenuta all’estero, è diventato ormai, con la deflazione padrona dell’economia e il tessuto produttivo sempre più compresso e lacerato, il tema cruciale su cui si misura la politica: strategie, obiettivi, alleanze. Al posto della convergenza verso politiche di bilancio e fiscali allineate e sincrone, come credevano i suoi architetti, la moneta unica porta agli stati che la condividono una divergenza verso due punti focali contrapposti che identificano due gruppi speculari con interessi antitetici: i debitori verso l’estero, quasi sempre con partite correnti in disavanzo, e i creditori, in sistematico surplus commerciale. di Antonio Pilati
16 AGO 20

Per l’Italia il debito pubblico, una cui porzione significativa (il 38 per cento circa del pil) continua a essere detenuta all’estero, è diventato ormai, con la deflazione padrona dell’economia e il tessuto produttivo sempre più compresso e lacerato, il tema cruciale su cui si misura la politica: strategie, obiettivi, alleanze. Al posto della convergenza verso politiche di bilancio e fiscali allineate e sincrone, come credevano i suoi architetti, la moneta unica porta agli stati che la condividono una divergenza verso due punti focali contrapposti che identificano due gruppi speculari con interessi antitetici: i debitori verso l’estero, quasi sempre con partite correnti in disavanzo, e i creditori, in sistematico surplus commerciale. Gli uni escogitano marchingegni per rendere inevitabile una qualche messa in comune del debito, sperano nell’inflazione e cercano di evitare, quale prezzo per l’(ipotetico) assestamento dei conti, l’asfissia dell’economia reale. Gli altri puntano ad azzerare l’inflazione che lima i crediti, difendono il surplus come un segno di salute che attira capitali e consente di tenere i tassi al minimo, antepongono i conti in ordine alla vitalità economica (soprattutto in territorio altrui). Vincolati in una casa comune, dove il regolamento condominiale privilegia la tutela dei creditori, i debitori scoprono che hanno ceduto sovranità non ad autorità indipendenti o paritarie fra i soci, come avevano pensato prendendo alla lettera i miti di fondazione, bensì a un club di proprietari che persegue senza remore il proprio interesse.
La dialettica del debito, che ha come perno le misure per gestirlo e renderlo affidabile, dà una curvatura peculiare alla politica nazionale: le grandi opzioni strategiche sono stabilite all’estero e intorno a esse si organizzano, in base al tornaconto personale, gli schieramenti italiani di partiti e gruppi di interesse. E’ la versione attuale e minimalista di una questione ricorrente nella nostra storia, quella del vincolo esterno: non tanto limitazioni strategiche derivanti – come ci hanno detto – dall’adesione a un grande e incisivo progetto comune quanto piuttosto restrizioni connesse alla dipendenza dalla volontà egemonica di altri: più Ducato di Milano nell’epoca sforzesca che Stati Uniti d’Europa.
La prima e più ruvida opzione oggi in campo è quella tedesca. In breve, si tratta della richiesta di tagliare in un colpo solo una parte del debito pubblico pagandola con un ingente prelievo dal patrimonio privato degli italiani: la motivazione dice, con un po’ di brutalità, che i cittadini italiani sono tra i più facoltosi d’Europa e quindi ha senso – tanto economico quanto soprattutto morale – destinare parte della loro ricchezza, ottenuta anche con incongrui finanziamenti dallo stato (alti tassi delle emissioni, pensioni facili, spesa pubblica poco responsabile), a stabilizzare il debito dando sicurezza ai creditori (esteri in particolare). Monti, nei suoi 15 mesi di governo, non ha fatto molto di diverso per evitare di chiedere prestiti alle istituzioni europee e formalizzare così la sottomissione a uno stringente vincolo esterno: l’unica differenza è che invece di una pesante patrimoniale, come vorrebbe Schäuble, ha usato inasprimenti dei prelievi sul conto economico di famiglie e imprese (combinati con una minipatrimoniale come l’Imu). E’ in gioco anche una seconda opzione che ha invece un marcato taglio finanziario. Prevede ciò che nel suo tempo di governo non ha mai voluto fare Monti, ovvero la cessione di patrimonio pubblico, immobili anzitutto, mediante conferimento a un fondo in grado di valorizzarlo a medio-lungo termine: il corrispettivo, ottenuto nell’immediato, sarà usato per ridurre il debito e abbassarne quindi il rapporto con il pil.
La prima e più ruvida opzione oggi in campo è quella tedesca. In breve, si tratta della richiesta di tagliare in un colpo solo una parte del debito pubblico pagandola con un ingente prelievo dal patrimonio privato degli italiani: la motivazione dice, con un po’ di brutalità, che i cittadini italiani sono tra i più facoltosi d’Europa e quindi ha senso – tanto economico quanto soprattutto morale – destinare parte della loro ricchezza, ottenuta anche con incongrui finanziamenti dallo stato (alti tassi delle emissioni, pensioni facili, spesa pubblica poco responsabile), a stabilizzare il debito dando sicurezza ai creditori (esteri in particolare). Monti, nei suoi 15 mesi di governo, non ha fatto molto di diverso per evitare di chiedere prestiti alle istituzioni europee e formalizzare così la sottomissione a uno stringente vincolo esterno: l’unica differenza è che invece di una pesante patrimoniale, come vorrebbe Schäuble, ha usato inasprimenti dei prelievi sul conto economico di famiglie e imprese (combinati con una minipatrimoniale come l’Imu). E’ in gioco anche una seconda opzione che ha invece un marcato taglio finanziario. Prevede ciò che nel suo tempo di governo non ha mai voluto fare Monti, ovvero la cessione di patrimonio pubblico, immobili anzitutto, mediante conferimento a un fondo in grado di valorizzarlo a medio-lungo termine: il corrispettivo, ottenuto nell’immediato, sarà usato per ridurre il debito e abbassarne quindi il rapporto con il pil.
Cambia, ed è cruciale, l’oggetto che, dopo il taglio, riduce la propria dimensione: in un caso è il patrimonio di famiglie e imprese, nell’altro è il perimetro dello stato. La prima operazione, come spesso accade alle mosse di matrice tedesca in questo tornante di storia europea, ha una duplice valenza, morale e pratica: da un lato sanziona comportamenti giudicati impropri (la ricchezza privata creata mediante debito pubblico), dall’altro ottiene a costo zero grandi vantaggi (comprimendo domanda interna e capitali del maggior competitore europeo nell’export, ne scardina l’assetto produttivo). La seconda operazione, invece, ha un carattere tecnico: si incardina nel sistema finanziario globale e cerca di alleviare la stretta che grava sulle attività produttive mobilitando la ricchezza congelata in varie parti del vasto corpo statale: mira solo a razionalizzare, non vuole rieducare (chi peraltro è già punito dalla crisi).
La politica italiana, ristretta da tempo nella sua sovranità, ha campo solo per decidere quale fra le due opzioni estere fare propria. In realtà la scelta individua e consolida linee di conflitto già esistenti: dall’inizio della crisi, da quando cioè la meccanica dello sviluppo si blocca, è aperto lo scontro – aspro, impietoso – sui costi da pagare, sulla ripartizione dei conti. Con gli algoritmi Ue (deficit sotto il 3 per cento, Fiscal compact) non è più permesso fare debito per comprare tempo e rimane solo da svalutare all’interno: o ridurre la ricchezza dei privati, accumulata (patrimoni) o in via di creazione (investimenti, retribuzioni), oppure ridurre la spesa e la dimensione dello stato. La dinamica dei conti pubblici, che ha visto negli ultimi anni crescere insieme pressione fiscale e debito, mostra con chiarezza quale alternativa finora ha prevalso: il partito trasversale dei produttori – che vorrebbe salvare i redditi per i consumi, alleviare il carico sulla produzione, alimentare il bacino dei capitali per gli investimenti – ha forse vinto a parole, ma nei fatti ha continuato ad arretrare e a prosciugarsi; il partito che rifiuta qualunque riduzione dell’ambito pubblico ha parlato poco, ma nella realtà materiale si è rinvigorito di giorno in giorno. Le rendite sui titoli di stato hanno continuato a scorrere pingui, i tagli alle attività pubbliche sono poco incisivi e per lo più cosmetici, gli organismi superflui – dalla Covip alle 21 mini-Agcom regionali (i Corecom), dall’Autorità per i contratti pubblici fino alle mille società locali di dubbia utilità ma di sicura perdita – non hanno cessato di proliferare. Basta girare per il centro di Roma e già solo osservando la quantità crescente di edifici occupati dai più vari pezzi della macchina pubblica si ha la percezione fisica di quanto si estenda la presa dello stato. Lo dimostrano, su un altro piano, le infinite difficoltà che nel tempo ha incontrato ogni tentativo di cedere porzioni del patrimonio pubblico e rendere meno asfissiante il servizio del debito. Nella lunga debolezza dei partiti (e affini) che segna la Seconda Repubblica, il blocco sociale che gravita attorno alla macchina dello stato (centrale e periferica) è sempre riuscito a indirizzare la politica economica: è un segno chiaro di chi sta vincendo questa versione moderna dello scontro di classe.
Con la stretta della crisi i fili domestici ed esteri si intrecciano. Il partito dello stato esteso, lanciando l’idea della patrimoniale (Carlo De Benedetti, Capaldo, Modiano, Cgil), si organizza per drenare da famiglie e imprese le risorse necessarie ad allentare la stretta sui conti pubblici, avviare nuove e straordinarie iniziative, espandere lo spazio operativo della dirigenza pubblica. All’estero è rassicurato il creditore che teme per la mancanza di liquidità o addirittura per la solvibilità del debitore: il progetto di egemonia del Reich moralista, che per il bene delle nazioni mediterranee le cura fino all’asfissia, trova una diligente sponda interna. L’opzione tecnica, nonostante il suo tratto pro sviluppo, ottiene in patria scarso sostegno, ma a compenso scopre un contesto molto favorevole in una rilevante sequenza di eventi internazionali, alcuni attuali e altri prospettici, come le grandi iniezioni di liquidità messe in atto per accelerare la crescita o le rinnovate strategie di integrazione fra le aree trainanti dell’economia globale (Usa/Europa in particolare).
E’ questo lo scenario dei prossimi mesi, quello che – definendo il tono dell’economia mondiale – influenzerà anche la contorta vicenda europea. L’immissione di liquidità che proviene da Stati Uniti, Giappone, Uk, Corea e, in misura minore, Europa ha dimensioni eccezionali, mai osservate prima nella storia: Usa e Giappone dichiarano di iniettare da soli, nel giro di 24 mesi, circa 3,5 trilioni di dollari; la massa finanziaria che circola nel mondo è stimata oggi oltre gli 80 trilioni di dollari con incrementi molto intensi e rapidi. La scommessa sembra quella di scatenare – come sta accadendo in Giappone con gli effetti choc dell’Abenomics – un rilancio dell’economia che riesca con la sua velocità a rendere credibili i rialzi dei valori (azioni soprattutto) già ora in forte accelerazione e a prevenire devastanti esiti di bolla. In realtà un rischio di bolla, che si immagina controllabile, sembra incluso nel progetto: si ritiene probabilmente che sussistano gli strumenti per contenere entro soglia le turbolenze che possono derivarne e anzi per trarne qualche vantaggio nella distribuzione globale dei poteri. Ciò implica non solo economie solide e capaci di scatti improvvisi, ma anche stati coesi e determinati: l’Europa, in questo schema, corre il pericolo di patire la conseguenze più gravi a causa della sua debolezza di fondo – demografica, sociale e soprattutto politica.
Ci sono oggi in Europa due fratture che si vanno allargando sempre più e rendono l’Unione fragile e regressiva: la prima è fra stati, la seconda all’interno degli stati. La frattura fra stati ne isola un gruppo concentrato sul bordo del Mediterraneo che, non potendo tamponare a causa della moneta unica le proprie inefficienze strutturali con strumenti sintomatici (inflazione, svalutazione), entra in una drammatica spirale regressiva: struttura produttiva squilibrata e nel complesso poco efficiente, disavanzo delle partite correnti, crescita del debito, allarme fra i detentori esteri, contrazione della domanda interna in vista del riequilibrio, spinta coatta verso l’export. Il mercantilismo moralista, che domina la visione e la strategia dell’euro, obbliga i paesi indeboliti del Mediterraneo, cui toglie ogni via d’uscita, a riorganizzare la struttura produttiva in tempi troppo rapidi: non riuscendo a diventare efficienti su tutto l’arco industriale in poco tempo, sono costretti a smantellare attività produttive, a lasciar crescere la sofferenza sociale e a staccarsi in maniera duratura dal nord.
L’ostinazione mercantilista è guidata dalla razionalità politica e dal calcolo economico: la Germania ottiene, nello sfacelo comunitario, tassi d’interesse minimi (le sue imprese ne traggono vantaggio rispetto ai concorrenti dell’Eurozona), ingenti afflussi di capitale, una svalutazione di fatto per le merci destinate all’export, egemonia d’area, peso economico. Non c’è però solo questo: oltre una certa soglia i vantaggi si tramutano nel contrario: mercati di sbocco alle porte di casa si disperdono, alleanze politiche vacillano, il peso economico declina. Se le parole chiave dell’ideologia – il debito come colpa e il surplus come beneficio intrinseco – non cambiano di fronte alle smentite empiriche, allora in esse si intravvede una base di valore originaria, costitutiva: come in altre fasi della storia tedesca, il successo materiale diventa conferma di grazia, segno di superiorità che predestina alla guida (anche se non richiesta o resa esplicita). In ciò gli opposti esiti del nord e del sud di fronte al canone mercantilista hanno un decisivo peso simbolico: indicano una difformità radicale, che allude all’origine e che non può essere rimossa con aggiustamenti di politica economica. La frattura non potrà che accentuarsi.
La seconda frattura d’Europa, quella all’interno dei paesi fragili e puniti, è costituita dallo scontro di classe che oppone chi padroneggia la macchina dello stato e con essa può stornare gli effetti del feroce idealismo deflazionista brandito dal nord a chi vive dentro il sistema produttivo e non ha riparo dalla depressione. Gli effetti sono a largo raggio: all’interno sconvolgono la coesione sociale, all’esterno drammatizzano, come mostrano i risultati elettorali e i sondaggi d’opinione, la divisione fra gli stati. Il futuro prossimo vedrà, su scala mondiale, turbolenze, complicazioni, pericoli: gli stati di debole costituzione politica saranno i più colpiti. La moneta unica, che genera tante fratture, dovrà essere ripensata mettendo il contenuto delle norme in linea con i dati di realtà. E’ una misura minima di prevenzione: l’Europa ha molte probabilità di essere l’epicentro della prossima crisi.
di Antonio Pilati
Saggista, dal 2012 è membro del cda della Rai. In precedenza è stato commissario dell’Agcom, l’Autorità garante per le comunicazioni e dell’Antitrust, l’Autorità garante della concorrenza. Con Franco Debenedetti ha scritto “La guerra dei trent’anni” (Einaudi), una storia politica della televisione in Italia.
A partire dal 2012 ha scritto per il Foglio una serie di articoli-saggio in cui ha delineato una originale linea interpretativa dello scontro (di lunga durata) attorno al tema della sovranità in Europa, tra economia, politiche istituzionali e relazioni tra stati. Questi scritti saranno raccolti a breve in un e-book mondadoriano e in un libro del Foglio.
Saggista, dal 2012 è membro del cda della Rai. In precedenza è stato commissario dell’Agcom, l’Autorità garante per le comunicazioni e dell’Antitrust, l’Autorità garante della concorrenza. Con Franco Debenedetti ha scritto “La guerra dei trent’anni” (Einaudi), una storia politica della televisione in Italia.
A partire dal 2012 ha scritto per il Foglio una serie di articoli-saggio in cui ha delineato una originale linea interpretativa dello scontro (di lunga durata) attorno al tema della sovranità in Europa, tra economia, politiche istituzionali e relazioni tra stati. Questi scritti saranno raccolti a breve in un e-book mondadoriano e in un libro del Foglio.