La mela morsicata dal fisco

L’apologia fiscale di Apple di fronte al Congresso massaggia i muscoli tesi del taxpayer americano finché sostiene di non “avere fondi in qualche isola dei Caraibi” e di non essere nemmeno titolare di un “conto alle Cayman”, paradiso fiscale e inferno morale, ma mette alla prova l’aforisma frankliniano e universale circa la morte e le tasse quando è costretta a spiegare che una sua sussidiaria, Apple Operations International (Aoi) “è incorporata in Irlanda, perciò, sotto la legge degli Stati Uniti, non risiede fiscalmente in America".
16 AGO 20
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L’apologia fiscale di Apple di fronte al Congresso massaggia i muscoli tesi del taxpayer americano finché sostiene di non “avere fondi in qualche isola dei Caraibi” e di non essere nemmeno titolare di un “conto alle Cayman”, paradiso fiscale e inferno morale, ma mette alla prova l’aforisma frankliniano e universale circa la morte e le tasse quando è costretta a spiegare che una sua sussidiaria, Apple Operations International (Aoi) “è incorporata in Irlanda, perciò, sotto la legge degli Stati Uniti, non risiede fiscalmente in America. Aoi non è nemmeno soggetta al fisco irlandese perché non presenta i requisiti specifici richiesti dalle leggi dell’Irlanda”. La sorella irlandese dell’azienda di Cupertino – che a sua volta ha una nutrita prole – non ha struttura, non ha dipendenti, non ha capannoni né cantieri. E’ da oltre trent’anni una scatola vuota che vive nei registri irlandesi per ottimizzare la pianificazione fiscale dell’impero fondato di Steve Jobs e guidato da Tim Cook, secondo l’antico schema del “double irish”. L’aspetto che ha reso aggressivi i senatori Mark Levin e John McCain, capi della commissione del Senato che ieri ha torchiato Cook, è la sparizione legale delle entrate fiscali dalla faccia della terra, non soltanto dai libri americani. Sono obiezioni quasi ontologiche: come può un’azienda che fattura miliardi di dollari non esistere né in America né in Irlanda né altrove?
La gabella, in fondo, è la prova dell’esistenza di un bene e l’America a bassa pressione fiscale e ad alta responsabilità sa come funzionano le cose. Quando Cook ha confermato che almeno tre sussidiarie che gestiscono le operazioni di Apple fuori dagli Stati Uniti non hanno alcuna residenza fiscale, la reazione del terragno McCain è stata: “Ma scusi, le sembra logico?”. L’uggiosa Cork non induce le stesse salivazioni delle spiagge bianche dove prosperano fondi neri, ma il motivo per cui il ceo di Apple è andato al Senato è che qualcosa, in questa storia, stride con le leggi del buon senso. Il paradosso è che non stride con le leggi scritte. Nessuno accusa Apple di avere occultato illegalmente 44 miliardi di dollari con un sistema di scatole irlandesi soltanto negli ultimi cinque anni; l’accusa è di avere pianificatori troppo furbi, commercialisti troppo bravi, manager troppo veloci per un sistema fiscale che si muove con decenni di ritardo rispetto ai progressi di un’economia globale e largamente immateriale. Ma l’accusa sottesa è anche più profonda. E’ quella di avere creato un’utopia, come l’ha chiamata Stephen Shay, esperto di diritto tributario di Harvard convocato per fornire il suo parere professionale davanti al Senato. L’utopia è quella di smaterializzarsi, rendersi fiscalmente invisibili e dunque irresponsabili, di produrre ricchezza e profitto senza dare all’America la propria “fair share”, per usare il linguaggio di un amante di Apple corrisposto a intermittenza, Barack Obama.
Il serafico Cook ha snocciolato le prove della sua innocenza. Lo scorso anno Apple ha versato al fisco americano 6 miliardi di dollari, quest’anno prevede di sborsarne quattro, una quota che ammonta a circa il 30,5 per cento del fatturato; è il più grande contributore del fisco americano; l’azienda dà lavoro a 600 mila americani fra dipendenti diretti e forza lavoro collaterale, ha anche riaperto linee di produzione in America, senza contare il contributo creativo e d’immagine che questa messianica impresa tecnologica cominciata in un garage ha dato alla storia di questo paese. Che colpa ne abbiamo noi se il 61 per cento del nostro fatturato deriva dalle vendite fuori dagli Stati Uniti, se l’Irlanda ha certe leggi, se possiamo negoziare una tassa simbolica del 2 per cento ed esportare legalmente e con profitto i nostri gioielli “designed in California” e “made in China”? Insomma, che colpa abbiamo noi, si domanda Cook, se il mondo è fatto così? Non è un atteggiamento nuovo. Quando ingenuamente Obama ha chiesto a Steve Jobs a quali condizioni si poteva riportare la produzione dell’iPhone negli Stati Uniti, lui non ha battuto ciglio: “Quei posti di lavoro non torneranno mai più”. A meno di cambiamenti improbabili del sistema americano, è così che vanno le cose, caro presidente. Alcuni posti di lavoro sono tornati, per la verità, in una mossa largamente simbolica fatta da Cook per rispondere alle accuse di sfruttamento del lavoro cinese nella Foxconn, dove i device concepiti nella Silicon Valley vengono partoriti. Come Jobs prima di lui, Cook espone argomenti con la fermezza di chi sa che gli interlocutori non hanno alternative. Molte frasi della testimonianza di ieri iniziavano con un periodo ipotetico: “Se Apple si trasferisse in Irlanda...” . Il problema è proprio il carattere ipotetico. L’America non può nemmeno immaginare di perdere un asset strategico come Apple, un’azienda-stato che va in Cina a negoziare le condizioni di lavoro degli operai con un grado persuasivo che l’Amministrazione americana non può nemmeno sognare (il caso non è affatto chiuso e la serie di suicidi fra i dipendenti Foxconn lo dimostra, ma i progressi sono innegabili) e testimonia la vitalità della cultura americana, nonostante le infaticabili schiere di prefiche e di cassandre.
Obama ha preso ormai l’abitudine di citare Apple in ogni discorso sullo stato dell’Unione. Lo fa anche se la settimana prima il New York Times ha raccontato le insopportabili condizioni dei lavoratori che producono smartphone e tablet, e anche se qualche mese più tardi lo stesso giornale spiega il raffinato schema con cui l’azienda sposta sedi legali di controllate dalla California al Nevada (dove non ci sono tasse sulle aziende) e usa l’Irlanda come schermo per gli affari internazionali. Il presidente non ha alternativa se non risconoscere il contributo geniale di Apple e in cambio ne ottiene la faccia offesa di Cook quando gli domandano se non è tentato di spostare Cupertino altrove: noi fuori dall’America? Figurarsi. L’equilibrio statico va avanti fino al momento in cui Washington, alla ricerca disperata di nuove entrate, si rende conto che i business online vivono di furberie legali in stile Apple, quelle per cui il libertario Rand Paul dice che “oggi dovremmo dare un premio a quest’azienda, altro che interrogatorio”; improvvisamente la capitale si rende conto che la mela è morsicata, l’innocenza è perduta. Normale che Cook si difenda da un’accusa morale con un argomento morale: “Non sono una unfair person”.