Flessibili e contenti
Al direttore - E’ cinico e baro il destino dei giovani italiani. Costretti da quindici anni ad affrontare come Tuareg il deserto della precarietà senza opportunità, privati improvvisamente d’un patto generazionale e delle certezze dei padri e dei nonni, ignorati dalla politica e persino sbeffeggiati con il fortunatissimo epiteto di “bamboccioni”, con la manifestazione dei precari di sabato scorso i nostri ragazzi sembravano aver dato – per la prima volta – un segnale di vitalità autonoma, lontana dalle strumentalizzazioni di partiti e sindacati, alla ricerca d’una sorta di “lobby” generazionale. di Francesco Delzìo
16 AGO 20

Al direttore - E’ cinico e baro il destino dei giovani italiani. Costretti da quindici anni ad affrontare come Tuareg il deserto della precarietà senza opportunità, privati improvvisamente d’un patto generazionale e delle certezze dei padri e dei nonni, ignorati dalla politica e persino sbeffeggiati con il fortunatissimo epiteto di “bamboccioni”, con la manifestazione dei precari di sabato scorso i nostri ragazzi sembravano aver dato – per la prima volta – un segnale di vitalità autonoma, lontana dalle strumentalizzazioni di partiti e sindacati, alla ricerca d’una sorta di “lobby” generazionale. E la novità aveva fatto il miracolo, risvegliando l’interesse della politica per questa generazione di outsider a vita. Ma a qualche giorno di distanza, leggendo promesse e proposte di legge sulla questione giovanile, è facile pensare che tutto ciò potrebbe tradursi in un boomerang per gli stessi precari. Dopo l’inevitabile sarabanda di commenti pro e contro i manifestanti, ennesima performance di quel “bipolarismo dell’intelligenza” che ingabbia ogni forma di vita in Italia, il dibattito politico ha imboccato infatti una strada clamorosamente sbagliata.
Da sinistra a destra passando per il centro, sta dilagando in questi giorni l’idea che per rendere “giustizia sociale” ai nostri ragazzi sia necessario agire sul terreno dei diritti. E’ la logica delle numerose proposte che mirano al cosiddetto contratto unico, a partire da quelle di Pietro Ichino e Nicola Rossi: in sostanza l’abolizione per legge della distinzione tra contratti a termine e assunzioni. Dietro queste proposte, tuttavia, si nasconde una pericolosa illusione: quella che si possa avere un mercato del lavoro senza flessibilità. Una specie di Paradiso intergenerazionale dove tutti – a prescindere dall’età, dalle capacità e dalla preparazione – abbiano diritto all’assunzione, senza poter crescere professionalmente in un percorso flessibile di formazione e di sperimentazione sul campo. Tutto ciò sarebbe “scambiato” con la possibilità per i datori di lavoro di licenziare i neoassunti: ipotesi genuinamente liberista, anch’essa (come l’assunzione per tutti) oggettivamente affascinante, ma che temo non centri il cuore del problema. Perché il vero ostacolo all’assunzione d’un ragazzo che abbia dato buona prova di sé all’interno di un’azienda non è oggi il muro dell’articolo 18, che nella pratica viene superato dal datore di lavoro con un esborso economico che incentiva l’uscita del dipendente indesiderato.
Il grande “nemico” dei giovani in cerca di posto fisso è un altro: l’eccessiva convenienza economica dei contratti flessibili rispetto a quelli a tempo indeterminato. Detto in altri termini: il problema dei nostri precari è che alle imprese italiane, oggi, non conviene assumere. E’ il terreno economico, dunque, e non quello dei diritti il campo di battaglia sul quale vincere le disparità generazionali. Occorre mettere in campo rapidamente soluzioni straordinarie – politicamente coraggiose e tecnicamente innovative – che incidano sul rapporto tra domanda e offerta di lavoro con criteri di mercato. E’ molto più efficace (e liberale) incentivare il mercato a compiere le scelte più desiderabili, aiutando le nostre imprese a crescere investendo sui talenti, piuttosto che cambiare le regole del gioco. In questo secondo caso si rischierebbe seriamente di spiazzare i giocatori, incentivando solo l’antica e mai sopita propensione italica al lavoro nero. C’è un’unica strada per evitare di bruciare i nostri ragazzi nel rogo del precariato a vita: abbattere il peso fiscale e contributivo che grava oggi sul lavoro a tempo indeterminato. Con il “minimo sindacale” di coraggio politico, si potrebbero orientare verso questo obiettivo i 4 miliardi di euro l’anno di incentivi discrezionali che oggi vengono erogati alle imprese. Sono incentivi che gli stessi imprenditori e le loro organizzazioni di rappresentanza giudicano inutili. Impegnate per incentivare le assunzioni di under 35, tagliando il peso fiscale e contributivo dell’operazione nei primi cinque anni di vita, queste risorse potrebbero generare centinaia di migliaia di nuove assunzioni. Cambiando il destino, non scritto, di una generazione che finalmente ha iniziato a lottare per difendere i propri interessi. E che merita tutto tranne che l’ennesima beffa.
di Francesco Delzìo