Chi comanda a Kiev?
Mentre a Slaviansk e dintorni continua il blitz – ma dopo settimane sarebbe forse il caso di chiamarlo guerriglia – contro i separatisti, a Kiev nell’aria si respira qualcosa di velenoso, come quella misteriosa sostanza tossica che tutti dicono sia la vera causa dei quaranta morti nel rogo a Odessa, solo che i russi dicono che a portarla dentro l’edificio siano stati gli ucraini e gli ucraini sospettano i provocatori russi. L’accusa preferita è di “fare gli interessi di Putin”.
16 AGO 20

Mentre a Slaviansk e dintorni continua il blitz – ma dopo settimane sarebbe forse il caso di chiamarlo guerriglia – contro i separatisti, a Kiev nell’aria si respira qualcosa di velenoso, come quella misteriosa sostanza tossica che tutti dicono sia la vera causa dei quaranta morti nel rogo a Odessa, solo che i russi dicono che a portarla dentro l’edificio siano stati gli ucraini e gli ucraini sospettano i provocatori russi. L’accusa preferita è di “fare gli interessi di Putin”. Il favorito della corsa presidenziale Piotr Poroshenko sospetta la sua principale concorrente Yulia Tymoshenko di essere un agente del Cremlino: il capo della sua campagna, Vitaly Kovalchuk, accusa la pasionaria della rivoluzione arancione di “sostenere la spaccatura del paese”. I giornali pubblicano “documenti” secondo i quali Yulia avrebbe firmato con l’ex presidente Viktor Yanukovich un patto per dividersi il potere fino al 2029, alternandosi alla presidenza in un apparente conflitto. Il suo partito Batkivshina – pur facendo parte della coalizione di governo emersa dal Maidan – fa campagna contro il candidato “ufficiale” Poroshenko. Che la ex premier a sua volta accusa di essere un “uomo di Mosca”: “La Russia e gli oligarchi sono la stessa cosa”, dice alludendo agli interessi del “re del cioccolato” nel mercato russo. E promette di riconoscere i risultati delle elezioni “se lo farà il popolo”: una minaccia, considerando che nel 2010 Yulia non ha accettato la sconfitta da Yanukovich con la scusa dei brogli.
Kiev è al centro dell’attenzione del mondo, la strada per l’Europa sembra spianata e invece di elemosinare gli aiuti il governo ora si sente offrire assistenza, con Christine Lagarde che promette un imminente aumento dei prestiti del Fondo monetario internazionale. Ma proprio in questo momento magico non si trova nessuno pronto a coglierlo. Lo spirito del Maidan sembra dimenticato e la politica ucraina torna al suo stato abituale di una guerra di tutti contro tutti. Poroshenko a dieci giorni dalle elezioni conta su circa il 35 per cento dei voti e chiede di nuovo a tutti i candidati filoeuropei di ritirarsi a suo favore: nella scheda ci sono ventuno nomi e la dispersione di voti a personaggi da 3-5 per cento rischia di impedire la vittoria dell’oligarca al primo turno, costringendolo a un ballottaggio con Yulia che non molla il suo 10 per cento, protraendo una crisi di potere che fa solo comodo a Mosca. Attualmente il paese è guidato da un presidente ad interim che è anche capo del Parlamento, Oleksandr Turchynov, che subisce più o meno un tentativo di defenestrazione a settimana, o perché considerato troppo tenero con i separatisti, o perché a qualcuno viene in mente che insediare Poroshenko al suo posto prima delle elezioni possa favorirlo. Alla Rada scontri, accuse e perfino risse sono all’ordine del giorno, con il ministro dell’Interno, Arsen Avakov, uno dei bersagli preferiti, anche se secondo altre fonti sarebbe già stato sostituito come “uomo forte” dal capo dei servizi, Valentin Nalivaichenko.
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L’intero sistema del potere sembra essersi incrinato, e mentre Kiev continua a cambiare governatori nelle regioni, anche il consenso degli oligarchi pare venire meno. L’uomo più ricco dell’Ucraina Rinat Akhmetov, principale finanziatore del Partito delle Regioni una volta guidato da Yanukovich, ha chiesto al governo di fermare il blitz contro i separatisti. Il deputato Nikolay Tomenko ha replicato definendo un “errore” l’alleanza del governo del Maidan con l’oligarca che controlla l’est del paese e di fronte alla minaccia dell’invasione russa ha preferito schierarsi con Kiev. I separatisti a loro volta affermano di essere al soldo di Akhmetov “per i due terzi”, e nonostante il padrone dello Shakhtar smentisca, il veleno si insinua anche in quella alleanza che il Maidan e il Partito delle Regioni hanno stretto contro Putin che per ora ha permesso all’Ucraina di sopravvivere.
L’incubo di diventare un “failed state” nell’est è già realtà. Kiev non controlla parte del territorio e la “guerra” si compone di una serie di scontri isolati dove a comandare è il primo che capita. I soldati si arrendono o scappano per unirsi ai filorussi, i militari si scontrano con i poliziotti locali passati dall’altra parte, e il governo centrale fornisce almeno tre versioni differenti su ogni incidente. Gli agenti dei servizi catturati a Slaviansk accusano i loro comandanti di Kiev di aver informato i separatisti della loro missione, tutti sospettano di tutti, e intanto che Turchynov promette una rifondazione “da zero” di esercito e polizia in battaglia vanno gli squadroni volontari della Guardia nazionale finanziati dall’oligarca Igor Kolomoysky, neogovernatore di Dnepropetrovsk, che paga di tasca sua taglie per gli infiltrati filorussi e presta i blindati per l’incasso della sua banca come “mezzi d’assalto”.
Anche dall’altra parte però l’unanimità non è di casa. L’est ucraino è dilaniato tra l’establishment politico-oligarchico del Partito delle Regioni, gli orfani di Yanukovich allo sbando e i separatisti filorussi di oscura origine. Che sono a loro volta divisi: qualche giorno fa alcuni leader della “Repubblica popolare di Donetsk” hanno accusato l’ala militare del movimento di un “golpe”. Igor Strelkov, l’“omino verde” dello spionaggio militare russo che ha trasformato Slaviansk in roccaforte della resistenza armata, si è proclamato “comandante supremo”, e la leadership “civile” – quella che si presume sia stata al soldo di Akhmetov – si sente esautorata. In ogni città il “sindaco popolare” locale ha idee diverse, chi vuole andare con la Russia, chi ipotizza una utopica indipendenza a livello cittadino, chi sembra disposto a trattare una maggiore autonomia con Kiev. Nel frattempo tutti ne approfittano per regolare qualche conto, e dalle città con nomi di sapore sovietico come Antratsit e Stakhanov si segnalano saccheggi di negozi, pogrom di fabbriche e omicidi di imprenditori che si sono rifiutati di finanziare i separatisti. Akhmetov, le cui miniere e acciaierie sono state prese di mira da attacchi armati, ha promesso di organizzare a sue spese “milizie popolari” per garantire un ordine inesistente. E Kolomoysky – definito “cialtrone” nientemeno che da Putin – si porta avanti e organizza in parallelo al “referendum” dei separatisti un “voto consultivo” per chiedere agli abitanti di Donetsk e Lugansk se in caso di parziale secessione quel che resta delle loro regioni dovrebbe aderire a quella di Dnepropetrovsk. La maggioranza (su un’affluenza sconosciuta) vota “sì” e ora, se si realizza il peggiore degli scenari, l’oligarca-governatore ne uscirebbe con un feudo personale gigantesco, superiore per risorse e territorio a quello di Donetsk, che fu la base del potere di Yanukovich.
Insomma, un gioco di tutti contro tutti, dove apparentemente nessuno sa nulla, nessuno controlla nulla, e ciascuno ha i piedi in almeno due scarpe. Anche la Russia appare indecisa se rischiare per adottare qualche cittadina operaia del Don, e continua a non esprimersi sui “referendum” secessionisti limitandosi a ripetere rituali accuse a Kiev governata da “nazisti seguaci di Bandera”. Ma più che l’eredità di Stepan Bandera – fin troppo deciso sostenitore di uno stato nazionale forte e motivato ispirato anche all’esperienza fascista – in Ucraina sembra prevalere lo spirito di un altro suo eroe, Nestor Makhno. Anarchico autodidatta e carismatico comandante, durante la guerra civile con il suo piccolo esercito contadino aveva combattuto con e contro i bolscevichi, diventando una spina nel fianco per tedeschi, cecoslovacchi, polacchi, bianchi, rossi e nazionalisti, in nome di un’Ucraina libera e anarchica. La sua roccaforte Gulyai-Polye, oggi paesello di 14 mila abitanti, fu uno dei fulcri della guerra, passando dal 1917 al 1921 di mano ben 17 volte e diventando fin dal nome (liberamente traducibile come “campo della libertà”) il simbolo del caos estremista e della violenza feroce. Una Slaviansk di cento anni fa, e uno dei simboli persistenti della storia ucraina, con i santini anarchici che al Maidan erano più diffusi delle icone di Bandera. E a Mosca, vista l’impossibilità di un’annessione sul modello crimeano, probabilmente non dispiacerebbe l’aver innescato in Ucraina il virus di Makhno.