Avevamo esagerato
Bei tempi, ma forse avevamo esagerato. Con la chiusura e la restituzione ai legittimi proprietari dei così detti ministeri del nord – un manipolo di ufficetti stile catasto ricavati dai leghisti nella Reggia di Monza – si disgrega l’ennesimo lacerto dell’èra berlusconiana. L’epoca della dismisura e della fantasia più squinternata, una stagione in cui si poteva proclamare la Padania dal centro storico di Roma, esprimersi con le pernacchie e il dito medio, progettare ponti di Messina.
15 AGO 20

Bei tempi, ma forse avevamo esagerato. Con la chiusura e la restituzione ai legittimi proprietari dei così detti ministeri del nord – un manipolo di ufficetti stile catasto ricavati dai leghisti nella Reggia di Monza – si disgrega l’ennesimo lacerto dell’èra berlusconiana. L’epoca della dismisura e della fantasia più squinternata, una stagione in cui si poteva proclamare la Padania dal centro storico di Roma, esprimersi con le pernacchie e il dito medio, progettare ponti di Messina, andare a Cortina con l’auto cafona senza il rischio d’incontrare i gendarmi di Equitalia, fare il metalmeccanico in malattia, candidarsi a ospitare Olimpiadi, riscrivere la Costituzione coi bermuda addosso, fare cucù alla Merkel e dirsi nipoti di Mubarak sapendo che non per tanto sarebbe venuta la tempesta di neve a Roma. Quello era il volto spericolato, ma in fondo anche inerme, di un’Italia altrimenti compressa nella diuturna guerra dei mondi combattuta intorno al Cav. Un’Italia altrimenti isolata dalla sua autentica natura, che è melodrammatica e giocosa finché dura. Ora questo sta diventando materia per storici del costume e della politica che fu: la Giunta dei professori ha suonato la campanella della sobrietà, la ricreazione è finita e anche i capiclasse parlamentari devono sottostare al sobrio rigore imposto dal corpo accademico.
Un’uniformità impersonale è calata nella nostra valle delle meraviglie, pulsioni penitenziali e meccanismi di autocontrollo, se non di censura preventiva, sono il nostro nuovo raggio emotivo pubblico e privato. La legge del dover essere (sopra tutto sparagnini e composti) nella sua dimensione più costrittiva – Muß Sein, per dirla alla moda tedesca – ha soppiantato l’allegra certezza di potersi improvvisare in qualunque ruolo, l’abitudine a indossare qualunque maschera o se possibile più maschere contemporaneamente.
Un po’ ce n’era bisogno, poiché la festa pop del berlusconismo e dell’anti berlusconismo stava tracimando in un tiro alla fune tra ebbri, nel quale tutti i contendenti in gioco sembravano sul punto di finire gambe all’aria. E non era più il momento, ce lo dicevano tutti e lo sapevamo pure noi che la nazione non avrebbe sopportato ancora certe vertigini. Un po’ ci mancherà, invece, quel mondo esagerato, e lo scopriremo compulsando in futuro i fasti consolari del principato di Arcore, fra le testimonianze di un periodo storico nel quale si poteva perfino governare non malaccio fra coriandoli, pugnali e stelle filanti. Finiremo, si spera, per scoprire anche fra i ministri tecnici qualcosa di bislacco e indicibilmente umano. Ma la scoperta ci farà l’effetto di un trompe-l’oeil dentro un dipinto scolasticamente impeccabile. E ci ricorderà che noi eravamo grandi artisti, però avevamo esagerato.
Un’uniformità impersonale è calata nella nostra valle delle meraviglie, pulsioni penitenziali e meccanismi di autocontrollo, se non di censura preventiva, sono il nostro nuovo raggio emotivo pubblico e privato. La legge del dover essere (sopra tutto sparagnini e composti) nella sua dimensione più costrittiva – Muß Sein, per dirla alla moda tedesca – ha soppiantato l’allegra certezza di potersi improvvisare in qualunque ruolo, l’abitudine a indossare qualunque maschera o se possibile più maschere contemporaneamente.
Un po’ ce n’era bisogno, poiché la festa pop del berlusconismo e dell’anti berlusconismo stava tracimando in un tiro alla fune tra ebbri, nel quale tutti i contendenti in gioco sembravano sul punto di finire gambe all’aria. E non era più il momento, ce lo dicevano tutti e lo sapevamo pure noi che la nazione non avrebbe sopportato ancora certe vertigini. Un po’ ci mancherà, invece, quel mondo esagerato, e lo scopriremo compulsando in futuro i fasti consolari del principato di Arcore, fra le testimonianze di un periodo storico nel quale si poteva perfino governare non malaccio fra coriandoli, pugnali e stelle filanti. Finiremo, si spera, per scoprire anche fra i ministri tecnici qualcosa di bislacco e indicibilmente umano. Ma la scoperta ci farà l’effetto di un trompe-l’oeil dentro un dipinto scolasticamente impeccabile. E ci ricorderà che noi eravamo grandi artisti, però avevamo esagerato.