Un jackpot chiamato Florida

Dalle elezioni del 1856 a oggi, il Partito democratico ha vinto 22 dei 37 cicli elettorali che hanno coinvolto la Florida, lasciando ai repubblicani 14 vittorie. Nato democratico con James Buchanan nel 1856, dopo la vittoria del Southern Democrat indipendente John Breckenridge nel 1860 (23,8 per cento a livello nazionale), il Sunshine State deve rinunciare alle elezioni del 1864 e del 1868 a causa della Guerra civile. Si affida poi ai repubblicani Ulysses Grant (+7,1 per cento nel 1872) e Rutherford Hayes (+2 per cento nel 1876). Leggi Nevada garanzia di vittoria di Andrea Mancia - Leggi Colorado di blu o di rosso di Andrea Mancia di Andrea Mancia e Cristina Missiroli
15 AGO 20
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Terzo articolo di una serie di ricognizioni negli stati decisivi della campagna presidenziale americana
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Dalle elezioni del 1856 a oggi, il Partito democratico ha vinto 22 dei 37 cicli elettorali che hanno coinvolto la Florida, lasciando ai repubblicani 14 vittorie. Nato democratico con James Buchanan nel 1856, dopo la vittoria del Southern Democrat indipendente John Breckenridge nel 1860 (23,8 per cento a livello nazionale), il Sunshine State deve rinunciare alle elezioni del 1864 e del 1868 a causa della Guerra civile. Si affida poi ai repubblicani Ulysses Grant (+7,1 per cento nel 1872) e Rutherford Hayes (+2 per cento nel 1876). Ma si tratta soltanto di una breve parentesi, perché a livello di elezioni presidenziali il Partito democratico domina ininterrottamente dal 1880 al 1948, con la sola eccezione della vittoria di Herbert Hoover nel 1928 (+18 per cento in Florida, come nel resto della nazione).
I democratici si impongono con distacchi crescenti e quasi sempre abissali, che vanno dal +5 per cento di Grover Cleveland nel 1884 al +49 per cento di Franklin D. Roosevelt nel 1932, toccando anche il +60 per cento con Woodrow Wilson nel 1912. Dopo che Harry Truman riesce a confermarsi come l’erede di Roosevelt nel 1948 – anche se in Florida un’alleanza tra il repubblicano Thomas Dewey e il segregazionista Strom Thurmond lo avrebbe battuto –, il Sunshine State inizia però quel processo di avvicinamento al Gop che avrebbe presto caratterizzato tutto il Solid South democratico.
Prima Dwight Eisenhower (+10 per cento nel 1952 e +15 per cento nel 1956) e poi Richard Nixon (+3 per cento nel 1960) portano la Florida nella colonna degli “stati rossi”. E la vittoria di Lyndon Johnson (+2 per cento nel 1964) è molto risicata rispetto al trend nazionale. Tanto che, dal 1968 al 1992, soltanto Jimmy Carter (+5 per cento nel 1976 contro Gerald Ford) riesce a interrompere il dominio repubblicano che porta alla vittoria lo stesso Nixon (+10 per cento nel 1968 contro Hubert Humphrey e addirittura +44 per cento nel 1972 contro George McGovern), Ronald Reagan (+17 per cento nel 1980 contro Carter e +31 per cento nel 1984 contro Walter Mondale) e George Bush Sr. (+22 per cento nel 1988 contro Michael Dukakis e +2 per cento nel 1992 contro Bill Clinton). Il 9 per cento raccolto da Ross Perot in Florida riporta nuovamente alla vittoria i democratici nel 1996. Clinton non va oltre il 48 per cento, ma il miliardario texano (pur in netto calo rispetto al 19,8 per cento conquistato nel 1992) raccoglie abbastanza voti a destra da bloccare Bob Dole appena sopra al 42 per cento.
Dopo qualche decennio di strapotere repubblicano, la Florida torna sotto la lente d’ingrandimento degli osservatori. E il Sunshine State regala a tutti loro lo psicodramma collettivo delle elezioni del 2000. Per poche centinaia di voti (537 per l’esattezza), George W. Bush strappa la Florida al vicepresidente Al Gore e conquista i voti elettorali necessari per ribaltare il risultato del voto popolare a livello nazionale (+0,5 per cento per Gore). I democratici non ci stanno. E iniziano una furibonda campagna mediatica e legale per obbligare lo stato a effettuare un recount (privilegiando, naturalmente, le contee “blu”). I repubblicani reagiscono e – dopo 36 giorni di riconteggi parziali, battaglie in tribunale, manifestazioni di piazza e scontri in tv – la decisione finale arriva alla Corte suprema, che interrompe la sceneggiata e assegna la vittoria a Bush Jr. Quasi un anno più tardi, nel silenzio generale dei media che ancora parlano di “elezioni rubate”, si scoprirà che Bush avrebbe vinto (di soli 225 voti) anche se la Corte suprema avesse concesso il recount parziale chiesto dai democratici (quello nelle contee di Broward, Miami-Dade, Palm Beach e Volusia).
Con un precedente simile – e a causa del grande numero di voti elettorali in palio – è naturale che anche nel 2004 la Florida sia uno degli stati-chiave più presi di mira dalle campagne di Bush e Kerry. Ma, sorprendendo molti, il risultato del 2004 è meno incerto del previsto: Bush si impone con un vantaggio del 5 per cento e conquista quasi 400 mila voti più di Kerry grazie alla straordinaria affluenza della base repubblicana. Sarà proprio la capacità di motivare e portare al voto la propria base elettorale, invece, a consegnare nel 2008 la vittoria a Barack Obama, pur con un risultato (+2,8 per cento) nettamente inferiore a quello nazionale (+7,2 per cento).
La geografia elettorale della Florida può essere tratteggiata prendendo in considerazione tre macroaree molto diverse tra loro: il nord dello stato, compresa la Panhandle occidentale al confine con Alabama e Georgia; la zona centrale (il cosiddetto I-4 corridor che prende il nome dalla Interstate 4, l’autostrada che unisce Tampa Bay e Daytona Beach, passando per Orlando); l’area metropolitana di Miami, all’estremo sud dello stato. Ma procediamo con ordine.
Il nord della Florida è, a tutti gli effetti, una parte integrante del profondo Sud. Il suo comportamento elettorale è molto conservatore e non è affatto raro vedere candidati repubblicani che – in contee come Santa Rosa, Okaloosa, Nassau e Clay – riescono a superare agevolmente il 70 per cento dei consensi. Proprio in questa zona McCain ha addirittura migliorato le performance di Bush nel 2004. Le uniche eccezioni a questo incontrastato dominio repubblicano sono le poche contee a maggioranza afro-americana (come Gadsden) e le sedi di grandi università, come Tallahassee (Florida A&M e Florida State) o la contea di Alachua (University of Florida). Neri e studenti universitari sono, a livello nazionale, una componente fondamentale della coalizione elettorale democratica. In Florida settentrionale, invece, sono gli unici elettori democratici. Una forte comunità afroamericana è presente anche a Jacksonville, ma storicamente i democratici hanno sempre avuto grandi problemi di affluenza in questa città. Obama, nel 2008, è andato meglio dei suoi predecessori e proprio per questo motivo è riuscito a limitare i danni a Jacksonville. Nonostante ciò, il nord dello stato e la Panhandle hanno votato in massa per McCain, confermandosi la spina dorsale della “Florida rossa”.
A sud-est, dalla parte opposta del Sunshine State, abita invece la base del Partito democratico. Con i suoi 5 milioni e mezzo di abitanti, l’area metropolitana di Miami comprende le contee di Miami-Dade, Broward e Palm Beach (le tre più popolose dello stato). Soltato a Miami-Dade e Broward vive il 20 per cento degli elettori di tutto lo stato. Come in quasi tutte le zone a più alta concentrazione liberal degli Stati Uniti, il sud della Florida è molto urbanizzato e le minoranze etniche compongono una larga fetta della popolazione totale. La gran parte degli abitanti è confinata in una stretta striscia di terra sulla costa sud-orientale e vota in maggioranza per il Partito democratico. Ma non con i margini che è possibile registrare in altre parti degli Stati Uniti dove le caratteristiche demografiche sono simili.
Se il sud della Florida votasse come Filadelfia, Kerry sarebbe stato eletto presidente nel 2004. E Obama, nel 2008, avrebbe vinto lo stato con un distacco in doppia cifra. Ma la Florida non è Philadephia. Pur restando solidamente in mano al Partito democratico, infatti, Palm Beach e in misura minore Broward si comportano più come due sobborghi che tendenzialmente votano democratico che come grandi città della East Coast. Eppure il numero degli afro-americani è molto alto e il voto della comunità ebraica (ci sono più ebrei nel sud della Florida che in qualunque altra parte del pianeta, a eccezione di Israele) premia storicamente i democratici in un rapporto di 4 a 1. La buona performance di Al Gore in Florida nel 2000, per esempio, è stata senza dubbio aiutata dalla presenza nel ticket di Joe Lieberman. Il fattore che frena i democratici dalla conquista di larghissime maggioranze elettorali nel sud dello stato è la numerosa comunità cubana formata dagli esuli della dittatura comunista di Castro, che in larga parte simpatizza per i repubblicani.
Miami-Dade merita un discorso a parte, perché è un posto che non ha eguali in tutti gli Stati Uniti (o nel mondo). Mentre a Palm Beach e Broward vivono ricchi pensionati liberal, Miami è la casa di immigrati e rifugiati da tutta l’America latina. La popolazione di origine ispanica rappresenta più del 60 per cento del totale (solo il 3 per cento arriva dal Messico) e tutto farebbe pensare di trovarsi di fronte a una delle città più democratiche di tutta la nazione, come New York o Chicago. Ma non è così. E anche in questo caso la zavorra, per i democratici, è rappresentata dalla comunità cubana. Obama, rispetto agli altri candidati recenti del suo partito, è riuscito in qualche modo a bloccare questa emorragia di consensi, ottenendo il 35 per cento del voto cubano. Ma che riesca a ripetere questo risultato anche nel 2012 è tutto da dimostrare.
Se il nord è “rosso” e il sud è “blu”, storicamente le vittorie in Florida si conquistano al centro. E’ l’I-4 corridor, infatti, il Sacro Graal per qualsiasi candidato del Sunshine State. Le contee intorno alla Interstate 4, l’autostrada che collega Tampa Bay a Daytona Beach, infatti – pur se con una densità di popolazione inferiore a quelle meridionali – raccolgono insieme circa il 40 per cento dell’elettorato. Questo “corridoio” può essere considerato come un gigantesco sobborgo, con una percentuale di pensionati piuttosto alta. Ci sono parecchie città, ma si tratta di città che assomigliano più a Phoenix che a New York. Il corridoio I-4 è considerato la swing region della Florida. E la percentuale con cui un candidato riesce a imporsi, in genere, riflette fedelmente la sua performance in tutto lo stato. Ma per essere una regione “swing”, la Florida centrale è storicamente piuttosto allineata su posizioni conservatrici. Le eccezioni a questa regola sono le zone con alti livelli di immigrazione, come Tampa e Orlando (ma anche la contea di Osceola, con la sua vasta comunità portoricana), che pendono maggiormente verso il Partito democratico, che però quasi mai riesce a ottenere distacchi superiori al 10 per cento.
McCain e Obama, nel 2008, sono arrivati quasi “testa a testa” nella Florida centrale. E questo è stato un grande passo in avanti per i democratici dopo il pessimo risultato ottenuto da Kerry. Ma per portare a casa il Sunshine State nel 2012, la squadra del presidente in cerca di rielezione deve sperare di fare ancora meglio, dato che potrebbe non riuscire a replicare la mobilitazione che lo ha portato ad accumulare un vantaggio impressionante di voti nelle contee del sud. Di importanza capitale sarà la battaglia nelle contee di Pinellas (con St. Petersburg) e Hillsborough (con Tampa). Una sconfitta nella zona occidentale dell’I-4 corridor vorrebbe dire vittoria quasi certa per Romney.
Per Obama non si tratta di un compito semplice, visti i segnali di rifiuto per le politiche dell’Amministrazione che arrivano dall’opinione pubblica e il rigetto quasi unanime dell’Obamacare da parte degli “over 65”. Segnali che, oltre a mettere in dubbio l’affermazione del presidente nello stato, rischiano di compromettere anche la posizione del senatore democratico Bill Nelson, che si gioca una difficile rielezione contro la sfidante repubblicana Connie Mack. Con il Gop che controlla entrambi i rami del Parlamento locale, 19 deputati del Congresso su 25 e la carica di governatore, per i democratici della Florida un’altra vittoria repubblicana in stile-Rubio sarebbe un vero colpo di grazia.
di Andrea Mancia e Cristina Missiroli
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