Signora del dischetto

In altri tempi di rigori la Juve ne avrebbe avuti quattro, due in più di quelli che Braschi avrebbe dovuto fischiarle l’altra sera al Tardini. Funzionava così: se il rigore non c’era, l’arbitro glielo dava lo stesso. Se di rigore ce n’era uno, gliene fischiava un secondo, che non si sa mai. In altri tempi, ma non oggi. E ha voglia Antonio Conte a lamentarsi, a dire: “Hanno paura di fischiarci un rigore a favore”. Spiace dovertelo dire, Antonio: non si tratta di paura, ma di perdita di peso.
15 AGO 20
Immagine di Signora del dischetto
In altri tempi di rigori la Juve ne avrebbe avuti quattro, due in più di quelli che Braschi avrebbe dovuto fischiarle l’altra sera al Tardini. Funzionava così: se il rigore non c’era, l’arbitro glielo dava lo stesso. Se di rigore ce n’era uno, gliene fischiava un secondo, che non si sa mai. In altri tempi, ma non oggi. E ha voglia Antonio Conte a lamentarsi, a dire: “Hanno paura di fischiarci un rigore a favore”. Spiace dovertelo dire, Antonio: non si tratta di paura, ma di perdita di peso. La tua Juve non ne ha più. E’ triste, ma così stanno le cose, fattene una ragione: il Parma ha più peso della Juve. Tommaso Ghirardi conta più di Andrea Agnelli, gli “sgionfini” – i cuscinetti industriali, gli Oriali della meccanica – della Leonessa, la società della presidenza parmense, contano più, molto di più della Fiat e delle sue Cinquecento. A parte il fatto che è logico che sia così – senza cuscinetti nessuna macchina sta in piedi, la loro presenza non si nota ma appena vengono a mancare l’intero apparato va in tilt. Insomma, i cuscinetti stanno alla macchina come un mediano agli undici titolari – c’è da dire che è assurdo che nessuno se ne sia accorto fino a oggi.
Prima, ai tempi dell’Avvocato e anche per un po’ dopo, ogni cosa era sbilanciata. L’Italia pensava che l’apparenza contasse più della sostanza: e giù rigori ogni volta che un Ravanelli qualsiasi entrava in area. Pensava che Villar Perosa fosse meglio della campagna emiliana, la Mole Antonelliana più nobile del battistero di Benedetto Antelami. Ma dove? Se esiste una giustizia nel mondo del calcio oggi, molto più di quando hanno accomodato la Juve in B, giustizia è fatta. E viene da pensare a Maurizio Turone, allo scudetto ’80-’81 che lui e la Roma avrebbero meritato sul campo e che invece l’arbitro Paolo Bergamo volle negare loro per un fuorigioco che non c’era. Erano ancora i tempi della tracotanza bianconera e della conseguente sudditanza psicologica degli arbitri e non solo. E poi a Gigi Simoni, quando entrò in campo al Delle Alpi dopo l’incredibile uno-due dell’arbitro Ceccarini che non vide un fallo di Iuliano su Ronaldo e che, sul capovolgimento di fronte, assegnò un rigore alla Juve per fallo di West su Pippo Inzaghi. E Moratti che non capiva. C’era poco da capire e molto da piangere.
Pianse anche una vecchia signora svedese, da tempo in Italia, che aveva iniziato a delizie e dolori del tifo calcistico la nipote e i suoi amici. Il suo dolore fu talmente grande, che da esso nacquero dei racconti, opera d’arte unica che la signora decise di non dare alle stampe. Fino al 2009, l’anno in cui i racconti vengono ritrovati dalla nipote, Kristina Map, in un baule. Kristina li traduce dallo svedese, racconti che narrano dell’epica lotta dei giganti interisti contro le forze oscure e indecifrabili del male. E li intitolò in modo bizzarro: “Grissina. Nonna non mi avevi detto che eri un giocatore di hockey”. Similare, nella trasposizione su carta del suo dolore, fu anche Luigi Garlando, giornalista della Gazzetta dello Sport, che solo per aver titolato un suo libro “Da grande farò il calciatore” merita rispetto. Inarrivabile il suo “Nostra Signora del Dischetto. Peccati d’area e miracoli arbitrali: storia dei rigori dati (e regalati) alla Juve nei campionati a girone unico”, dove “la cronaca documentata del primo furto bianconero” recita così: “La palla rimbalzava sulla gamba di un triestino, ma l’arbitro, forse con l’idea di somministrare un calmante ai protestanti, accordava un rigore a favore della Juve. Il pubblico pretendeva che la punizione fosse calciata fuori, ma Orsi, per evitare qualche eventuale guaio, si affrettava a segnare”.