Tra il governo e le banche
Perché tra Tremonti e Passera non c’è più intesa. Meglio Profumo
“Intesa? Quale intesa?”. Ai piani nobili del ministero dell’Economia ci scherzano su: fra Giulio Tremonti e Banca Intesa di intesa ce n’è ormai pochina. L’ultimo fattore di frizione è stata l’emissione da parte dell’istituto guidato dal consigliere delegato, Corrado Passera, di un bond da 1,5 miliardi a dieci anni. Obbligazione riservata agli investitori istituzionali, per 5,6 miliardi, e sottoscrizione chiusa in un paio d’ore.

“Intesa? Quale intesa?”. Ai piani nobili del ministero dell’Economia ci scherzano su: fra Giulio Tremonti e Banca Intesa di intesa ce n’è ormai pochina. L’ultimo fattore di frizione è stata l’emissione da parte dell’istituto guidato dal consigliere delegato, Corrado Passera, di un bond da 1,5 miliardi a dieci anni. Obbligazione riservata agli investitori istituzionali, per 5,6 miliardi, e sottoscrizione chiusa in un paio d’ore. Al quartier generale di Passera la soddisfazione non si nasconde e si parla di “ottimizzazione del patrimonio complessivo”. Al quartier generale di Tremonti, invece, c’è una certa irritazione e soprattutto si coglie un commento: “Macché patrimonio, quello è debito”. Ma non c’è soltanto il bond. Intesa Sanpaolo ha in agenda la cessione di Banca Fideuram, i cui proventi – circa 2,5 miliardi – andrebbero, quelli sì, a irrobustire il patrimonio. Però la trattativa imbocca la strada di Torino, sponda Exor, la finanziaria che controlla la Fiat (e che non ha – secondo le indiscrezioni raccolte dal Foglio – alcuna fretta, rispetto al venditore).
Il fronte bancario, Passera in testa, ha ovviamente ottimi argomenti per replicare. Lo ha già fatto, ed è intervenuto a dargli man forte Silvio Berlusconi in persona. Ieri il numero uno operativo di Intesa, a chi gli domandava se sia tornata serenità nei rapporti con l’esecutivo, ha risposto: “Su tutti i temi ognuno dà il suo contributo, visto che dobbiamo tutti essere impegnati a riavviare la crescita”. E poi nessuna banca è fallita, affermano i banchieri; lo stato non è dovuto diventare azionista con i soldi pubblici, come invece in quasi tutto il mondo. Alessandro Profumo, numero uno di Unicredit, ha anche ricordato che il suo istituto ha erogato in otto mesi sette miliardi di fidi alle imprese, anche piccole: “E quindi non è vero che teniamo i soldi per noi”. Ma tra Profumo e Passera, gli ex gemelli McKinsey a suo tempo uniti anche dalla fede per l’Ulivo, si nota oggi qualche sfumatura che non sfugge agli osservatori della politica e della finanza. Profumo ha riconosciuto che Tremonti “è corretto quando parla delle dimensioni eccessive di alcuni istituti di credito” e si dice rafforzato nell’idea che “le banche devono dedicarsi solo al loro business”. Passera guarda invece oltre: entrato in Alitalia su input di Berlusconi, deciso a espandersi nel settore immobiliare, sempre vigile nella presa sul Corriere della Sera, un occhio attento all’Expo 2015 e ai numerosi progetti di partnership internazionale messi in piedi dal governo, in questo momento appare più vicino al Cav. e più distante dal ministro.
Sottigliezze a parte, al ministero dell’Economia sono in attesa di sapere se davvero il bond di Intesa farà da apripista a un ritorno alle emissioni subordinate dell’era pre-crisi. Fanno notare il rischio implicito, benché teorico: in caso di insolvenza i sottoscrittori vengono risarciti per ultimi. Sottolineano che pur nell’attuale febbre da bond, della quale stanno approfittando tutti, dalle Generali alla Fiat, fino a Eni ed Enel, controllate dal Tesoro, si era finora fatto ricorso a obbligazioni ordinarie. E non si stancano di ripetere che il primo obiettivo è il rafforzamento dei parametri Core Tier 1 e Tier 1 (cioè capitali propri di qualità): attualmente solo Intesa e Unicredit soddisfano i requisiti del trattato di Basilea 2 e della Vigilanza di Bankitalia. Nel mondo bancario replicano che fino a poche settimane fa Tremonti era capofila nel reclamare un allentamento di Basilea 2 e oggi forse teme la concorrenza dei bond alle emissioni di titoli pubblici. Che, peraltro, vanno a ruba anche quando offrono rendimenti sottozero.