L’oro (greco) del Reno
La premessa è che i greci sono indifendibili, tendono a vivere al di sopra delle loro possibilità e a giustificare la loro condotta con argomenti al di sotto della decenza. Non sono noti come lavoratori indefessi, hanno orari e ritmi di vita eccessivamente tropicali, inclinano a una sensualità indolente – se è per questo Catone il censore li definiva “stirpe perversa e indisciplinabile”, ma erano altri tempi e altri uomini – e, quando si tratta di resa dei conti, loro i conti riescono anche a truccarli (se pure con l’aiuto di potenti e chiacchierati istituti bancari come Goldman Sachs).
15 AGO 20

La premessa è che i greci sono indifendibili, tendono a vivere al di sopra delle loro possibilità e a giustificare la loro condotta con argomenti al di sotto della decenza. Non sono noti come lavoratori indefessi, hanno orari e ritmi di vita eccessivamente tropicali, inclinano a una sensualità indolente – se è per questo Catone il censore li definiva “stirpe perversa e indisciplinabile”, ma erano altri tempi e altri uomini – e, quando si tratta di resa dei conti, loro i conti riescono anche a truccarli (se pure con l’aiuto di potenti e chiacchierati istituti bancari come Goldman Sachs). Il caso delle Olimpiadi ateniesi del 2004 ha fatto scuola come la più evidente occasione sprecata dagli elleni o se volete come la perfetta lezione su come si possa tracciare e percorrere a gambe levate una via nazionale alla miseria. Fine della premessa.
La sincope della Grecia è anche uno scandalo della ragion pratica europea, e in modo speciale della pura irragionevolezza tedesca. Quattro anni di agonia sociale e finanziaria non si spiegano diversamente. C’è qualcosa di sconveniente, e ormai vampiresco, nel tentativo berlinese di tenere in uno stato vegetativo e larvale un’economia che di suo avrebbe già da tempo smesso di palpitare in Europa. E questo con il preciso intento di suggere alla Grecia quante più risorse possibili per prepararsi agli eventuali effetti (bancari) di un fallimento con conseguente fuoriuscita dall’euro (come se non fosse già l’euro ad aver abbandonato la Grecia). Avventata sul piano pratico, ché di troppe medicine e tutte insieme si muore facilmente, la terapia eurogermanica inflitta ad Atene ha anche l’orribile retrogusto della rappresaglia simbolica, della punizione cieca, forse perfino dell’ordalia nibelungica. E’ la prova del sangue disseppellita come un metaforico salto nel cerchio di fuoco: se sopravvivi bene, se no era destino finissi in cenere.
E in effetti le scene di guerriglia metropolitana viste all’ombra dell’Acropoli sono anche figlie di una grave, insistita umiliazione. Non c’è stata soltanto la bislacca trovata dei finlandesi di sequestrare il Partenone a garanzia dei prestiti comunitari; c’è stata, da parte dei tedeschi, la volontà di annullare un referendum popolare fra i contribuenti elleni a beneficio dell’insediamento d’un governo tecno-politico (cui oggi si rimprovera il tasso residuale e incapacitante di politica), e c’è stato il tentativo di nominare una sorta di commissario europeo agli Affari greci. Da ultimo scopriamo che una parte consistente del già esiguo prodotto interno lordo greco se ne va in spese per armamenti confezionati, guarda caso, a Berlino e Parigi: un omaggio al secolo scorso, si direbbe, e alle sue belluine logiche coloniali.
La sincope della Grecia è anche uno scandalo della ragion pratica europea, e in modo speciale della pura irragionevolezza tedesca. Quattro anni di agonia sociale e finanziaria non si spiegano diversamente. C’è qualcosa di sconveniente, e ormai vampiresco, nel tentativo berlinese di tenere in uno stato vegetativo e larvale un’economia che di suo avrebbe già da tempo smesso di palpitare in Europa. E questo con il preciso intento di suggere alla Grecia quante più risorse possibili per prepararsi agli eventuali effetti (bancari) di un fallimento con conseguente fuoriuscita dall’euro (come se non fosse già l’euro ad aver abbandonato la Grecia). Avventata sul piano pratico, ché di troppe medicine e tutte insieme si muore facilmente, la terapia eurogermanica inflitta ad Atene ha anche l’orribile retrogusto della rappresaglia simbolica, della punizione cieca, forse perfino dell’ordalia nibelungica. E’ la prova del sangue disseppellita come un metaforico salto nel cerchio di fuoco: se sopravvivi bene, se no era destino finissi in cenere.
E in effetti le scene di guerriglia metropolitana viste all’ombra dell’Acropoli sono anche figlie di una grave, insistita umiliazione. Non c’è stata soltanto la bislacca trovata dei finlandesi di sequestrare il Partenone a garanzia dei prestiti comunitari; c’è stata, da parte dei tedeschi, la volontà di annullare un referendum popolare fra i contribuenti elleni a beneficio dell’insediamento d’un governo tecno-politico (cui oggi si rimprovera il tasso residuale e incapacitante di politica), e c’è stato il tentativo di nominare una sorta di commissario europeo agli Affari greci. Da ultimo scopriamo che una parte consistente del già esiguo prodotto interno lordo greco se ne va in spese per armamenti confezionati, guarda caso, a Berlino e Parigi: un omaggio al secolo scorso, si direbbe, e alle sue belluine logiche coloniali.