L'eredità di Becker, Nobel liberista ed euroscettico

Nella propaganda e nella pamphlettistica anti-euro, uno dei ritornelli più ripetuti e delle colpe peggiori attribuite alla moneta unica è che sia una costruzione “neoliberista”. In effetti la presenza di una Banca centrale indipendente che ha come obiettivo principale la stabilità dei prezzi, che impedisce la monetizzazione del debito e il salvataggio degli stati inadempienti corrisponde a quell’impostazione economica. Quasi tutti però tendono a dimenticare tra coloro che maggiormente criticarono la nascita dell’Euro ci furono proprio i massimi esponenti del cosiddetto “neoliberismo”, sul fronte politico Margaret Thatcher e su quello accademico due Nobel della “Scuola di Chicago”, Milton Friedman e il suo allievo appena scomparso Gary Becker. Leggi anche Gary Becker, il rivoluzionario di Chicago che ha reso l’economia meno triste
15 AGO 20
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Nella propaganda e nella pamphlettistica anti-euro, uno dei ritornelli più ripetuti e delle colpe peggiori attribuite alla moneta unica è che sia una costruzione “neoliberista”. In effetti la presenza di una Banca centrale indipendente che ha come obiettivo principale la stabilità dei prezzi, che impedisce la monetizzazione del debito e il salvataggio degli stati inadempienti corrisponde a quell’impostazione economica. Quasi tutti però tendono a dimenticare tra coloro che maggiormente criticarono la nascita dell’Euro ci furono proprio i massimi esponenti del cosiddetto “neoliberismo”, sul fronte politico Margaret Thatcher e su quello accademico due Nobel della “Scuola di Chicago”, Milton Friedman e il suo allievo appena scomparso Gary Becker.
Becker, quando il progetto di moneta unica era ancora sulla carta, condivideva con il suo maestro l’idea che l’unione monetaria avrebbe portato ad una maggiore centralizzazione e quindi un maggior peso di politica e burocrazia rispetto al mercato. “Pur non essendo un esperto di questioni monetarie, sono fortemente contrario a questo progetto – scrisse l’eclettico economista americano in un articolo del 1995 – Credo che un approccio migliore sarebbe quello di aumentare, non eliminare, la competizione tra le monete europee”. All’epoca la preoccupazione principale era che la Bce, sotto la pressione politica dei paesi in difficoltà, non sarebbe riuscita a mantenere la stabilità necessaria e avrebbe fatto politiche monetarie accomodanti. Sembra paradossale ora che si parla dell’Euro come strumento del dominio tedesco sul continente, ma prima della sua introduzione erano proprio i tedeschi i più scettici, mentre era entusiasta di avere una Bundesbank europea chi, come italiani, spagnoli e greci, veniva da una storia di politiche monetarie più allegre.
[**Video_box_2**]Becker non era contrario all’obiettivo di fondo della moneta unica, ma al metodo (che è sostanza) con cui è stata realizzata. Ad una costruzione dall’alto il Nobel ne contrapponeva una dal basso: “Invece di centralizzare il potere nelle mani di una singola banca centrale, sarebbe molto meglio decentralizzare ulteriormente il potere monetario incoraggiando la competizione tra le monete”. L’approccio hayekiano di competizione tra le singole valute, liberamente accettate e scambiate tra gli attori del mercato, avrebbe comportato gli stessi effetti di disciplina fiscale e monetaria: i paesi che avrebbero cercato di coprire le proprie inefficienze attraverso spesa pubblica e politiche inflattive avrebbero visto crollare il valore della propria moneta: “Una moneta dominante potrebbe emergere dalle libere scelte delle diverse popolazioni che concentrano le proprie transazioni nella moneta più stabile, sia essa il Marco, la Sterlina o anche la Lira, se ben gestita”. L’Euro invece nella sua fase iniziale, anziché responsabilizzare i paesi periferici e costringerli a continui aggiustamenti, ha permesso loro di finanziarsi a tassi tedeschi, facendo così credere di poter rimandare le riforme e mantenere le proprie inefficienze. Ora che il conto è arrivato e non è possibile usufruire della flessibilità monetaria, tutto diventa più difficile.
La critica di Friedman e Becker a un progetto elitista e centralista è stata recentemente riproposta da un italiano che da anni respira l’aria di Chicago, Luigi Zingales, che ha parlato nel suo ultimo libro del fallimento dell’approccio paternalistico-ortopedico dell’Euro e della necessità di iniziare a considerare un’exit strategy. Becker si era occupato di questa eventualità in un post sul blog che curava con Richard Posner e, in riferimento alla crisi greca, consigliava al governo ellenico di uscire dall’Euro. Un’uscita dolorosa e costosa, ma inevitabile. A differenza degli anti-euro di casa nostra Becker non riteneva che la “moneta sovrana” fosse la bacchetta magica per far ripartire occupazione e crescita, ma che la flessibilità monetaria dovesse servire comunque ad attuare le riforme indispensabili per un’economia sana. "Ma la mia preoccupazione principale - concludeva amaramente, riferendosi alla Grecia (e chissà che non valga anche per l’Italia) - è che questa flessibilità non verrà utilizzata correttamente perché l'ulteriore flessibilità attraverso svalutazioni potrebbe eliminare l'urgenza di riforme nel settore pubblico e nel mercato del lavoro".