La libertà chiusa nel bagno
Da ragazzo, ho vissuto per un po’ di tempo in campagna e ricordo con chiarezza un’esperienza di quel periodo: ero solito andare a scuola a piedi in un paese vicino, attraversando una strada carraia in mezzo ai campi e, durante il tragitto, vedevo all’orizzonte l’enorme ciminiera di una fabbrica costruita in fretta, con ogni probabilità al servizio della guerra. Sputava un fumo denso e marrone, disperdendolo nel cielo. Ogni volta che lo vedevo, provavo una sensazione intensa di qualcosa di profondamente sbagliato, di uomini che imbrattano i cieli. di Václav Havel
15 AGO 20

Da ragazzo, ho vissuto per un po’ di tempo in campagna e ricordo con chiarezza un’esperienza di quel periodo: ero solito andare a scuola a piedi in un paese vicino, attraversando una strada carraia in mezzo ai campi e, durante il tragitto, vedevo all’orizzonte l’enorme ciminiera di una fabbrica costruita in fretta, con ogni probabilità al servizio della guerra. Sputava un fumo denso e marrone, disperdendolo nel cielo. Ogni volta che lo vedevo, provavo una sensazione intensa di qualcosa di profondamente sbagliato, di uomini che imbrattano i cieli. Non so se a quei tempi esistesse qualcosa di simile alla scienza dell’ecologia; e se così fosse stato, non sapevo nulla al riguardo. Eppure, quell’“imbrattare i cieli” istintivamente mi offendeva. Era come se gli uomini fossero colpevoli di qualcosa, come se distruggessero qualcosa di importante, come se disturbassero arbitrariamente il naturale ordine delle cose e che ciò non potesse restare impunito. Indubbiamente, il mio disgusto era per lo più estetico: allora non sapevo nulla delle emissioni nocive che un giorno avrebbero devastato le nostre foreste, sterminato la selvaggina e messo in pericolo la salute delle persone. Se un uomo medievale avesse visto, improvvisamente, qualcosa di simile all’orizzonte – diciamo mentre cacciava all’aperto – avrebbe pensato all’opera del Diavolo e si sarebbe inginocchiato a pregare per la sua salvezza e per quella della sua famiglia.
Cos’hanno davvero in comune il mondo di un contadino medievale e quello di un giovane ragazzo? Qualcosa di sostanziale, penso. Sia il ragazzo, sia il contadino sono radicati molto più profondamente in quello che alcuni filosofi chiamano il “mondo naturale”, o Lebenswelt, di quanto non lo siano gli adulti più moderni. Non sono ancora cresciuti, alienati dal mondo delle loro vere esperienze personali, il mondo che possiede il suo giorno e la sua notte, il suo sotto (la terra) e il suo sopra (i cieli), dove il sole sorge ogni giorno a est, attraversa il cielo e tramonta a ovest, dove concetti come a casa e in luoghi estranei, bene e male, bellezza e bruttezza, vicino e lontano, doveri e diritti, possiedono ancora il significato di qualcosa di vivo e definito. Sono ancora radicati in un mondo che conosce la linea di demarcazione tra ciò che è intimamente familiare e propriamente oggetto del nostro interesse e ciò che si trova oltre il suo orizzonte, di fronte al quale dovremmo inchinarci con umiltà, in virtù del mistero che lo circonda. Il nostro “Io” attesta primitivamente quel mondo e intimamente lo certifica; si tratta del mondo della nostra esperienza vissuta, un mondo non ancora indifferente, dal momento che siamo intimamente legati ad esso dal nostro amore, odio, rispetto, disprezzo, tradizione, dai nostri interessi e da quella significatività preriflessiva da cui la cultura si è originata. Quello è il regno della nostra gioia e del nostro dolore, inimitabili, inalienabili, non trasferibili, un mondo in cui, attraverso cui e per cui siamo in qualche modo responsabili, un mondo di responsabilità personale. In questo mondo, categorie quali giustizia, onore, tradimento, amicizia, infedeltà, coraggio o empatia hanno un contenuto pienamente tangibile, legato a persone reali e importante per la vita reale. Alla base di questo mondo ci sono valori che sono semplicemente lì, in modo permanente, ancor prima di parlarne, ancor prima di pensarci, ancor prima di indagarli. Esso deve la propria coerenza interna a qualcosa che somiglia a un assunto “prespeculativo”, per il quale il mondo funziona ed è generalmente possibile solo perché qualcosa esiste oltre il suo orizzonte, qualcosa oltre o al di sopra di esso, che può sfuggire alla nostra comprensione e alla nostra presa ma che, appunto per questa ragione, fonda solidamente questo mondo, gli conferisce il suo ordine e la sua misura ed è la fonte nascosta di tutte le regole, consuetudini, comandamenti, proibizioni e norme che in esso dimorano. Il mondo naturale, in virtù della propria essenza, possiede in sé la presupposizione dell’assoluto che lo fonda, delimita, anima e dirige, senza la quale sarebbe impensabile, assurdo e superfluo e che noi possiamo solo pacificamente rispettare. Ogni tentativo di respingerlo, dominarlo, o rimpiazzarlo con qualcos’altro, appare, nella cornice del mondo naturale, come un’espressione di arroganza per la quale gli esseri umani devono pagare un prezzo pesante, come accadde a Don Giovanni e Faust.
Dal mio punto di vista, la ciminiera che imbratta i cieli non è solamente l’incresciosa disattenzione di una tecnologia incapace di includere il “fattore ecologico” nei suoi calcoli, i quali possono essere facilmente corretti con il filtro appropriato. Per me significa di più: è il simbolo di un’èra che cerca di trascendere i confini del mondo naturale e le sue norme e di renderlo un interesse meramente individuale.
[**Video_box_2**]E’ una questione di preferenza soggettiva e di sentimento privato, è una questione che riguarda le illusioni, i pregiudizi e i capricci di un “mero” individuo. E’ il simbolo di un’epoca che nega l’importanza vincolante dell’esperienza personale, così come l’esperienza del mistero e dell’assoluto e sostituisce l’assoluto personalmente esperito quale misura del mondo con un nuovo, artefatto assoluto, privo di mistero, libero dai capricci della soggettività e, in quanto tale, impersonale e inumano. E’ l’assoluto della cosiddetta oggettività: la cognizione razionale e oggettiva del modello scientifico del mondo.
La scienza moderna, nel costruire la sua immagine universalmente valida del mondo, distrugge i confini del mondo naturale, che può comprendere solo come una prigione di pregiudizi da cui dobbiamo evadere per raggiungere la luce della verità oggettivamente verificata. Il mondo naturale appare ad essa come un avanzo infelice dei nostri antenati, una fantasia della loro infantile immaturità. In tal modo, è indubbio, essa elimina, come mera Finzione, anche il fondamento più profondo del nostro mondo naturale; uccide Dio e prende il suo posto sul trono vacante, cosicché, per l’avvenire, sarà la scienza a stringere nelle proprie mani l’ordine dell’esistenza in qualità di unico, legittimo guardiano e ad essere l’unico, legittimo arbitro di tutta la verità che conta. Perché, dopotutto, è solo la scienza a ergersi al di sopra di tutte le verità soggettive dell’individuo, sostituendole con una verità superiore, sovrasoggettiva e sovrapersonale, che sia veramente oggettiva e universale.
(…) Il filosofo ceco Václav Belohradsky ha sviluppato in modo persuasivo il pensiero per il quale lo spirito razionalistico della scienza moderna, fondato sulla ragione astratta e sull’assunto di oggettività impersonale, non avrebbe un padre solamente nelle scienze naturali, Galileo, ma anche un padre nella politica, Machiavelli, che per primo formulò (seppure con un sottofondo di maliziosa ironia) la teoria della politica come tecnologia razionale del potere. Potremmo dire che, per tutte le complesse deviazioni della storia, l’origine dello stato moderno e del potere politico moderno può essere rintracciata precisamente qui, ovvero, ancora una volta, in un momento in cui la ragione umana comincia a “liberarsi” dall’uomo in quanto tale, dalla sua esperienza personale, dalla coscienza personale e dalla responsabilità personale e, in tal modo, anche da ciò a cui, entro la cornice del mondo naturale, tutta la responsabilità si relaziona in modo esclusivo: il suo orizzonte assoluto. Così come gli scienziati moderni separano il vero uomo dal soggetto dell’esperienza vissuta del mondo, allo stesso modo si comportano lo stato moderno e la politica moderna, e in maniera ancor più evidente.
Senza alcun dubbio, questo processo, per cui il potere diventa anonimo e spersonalizzato e ridotto a mera tecnologia di regole e manipolazioni, possiede migliaia di maschere, varianti ed espressioni. In alcuni casi è camuffato e poco appariscente, mentre in altri casi è completamente manifesto; in alcuni casi si avvicina a noi di soppiatto attraverso vie oscure e subdole, in altri casi è brutalmente diretto; fondamentalmente, comunque, si tratta della medesima tendenza universale. E’ il tratto distintivo dell’intera civiltà moderna, che deriva direttamente dalla sua struttura spirituale, e ad essa è ancorato da migliaia di ramificazioni intricate e inseparabili, persino nel pensiero, dalla sua natura tecnologica, dalle sue caratteristiche di massa, e dai gusti dei consumatori.
Sovrani e governanti un tempo erano tali di diritto, diversi solo nei tratti del volto, eppure, in qualche modo, personalmente responsabili delle loro azioni, buone o cattive, se anche fossero saliti al potere per tradizione dinastica o per volontà del popolo, per una vittoria in battaglia, o per cospirazione. In tempi moderni sono stati sostituiti dal dirigente, dal burocrate, dall’apparatcnik – un funzionario di professione, un manipolatore, un esperto in tecniche di gestione, manipolazione e offuscamento, che occupa un’intersezione spersonalizzata di relazioni funzionali: un ingranaggio nella macchina dello stato, imbrigliato in un ruolo predeterminato. Questo funzionario di professione è uno strumento “innocente” di un potere “innocente” e anonimo, legittimato dalla scienza, dalla cibernetica, dall’ideologia, dalla legge, dall’astrazione e dall’oggettività, ovvero da tutto tranne che dalla responsabilità personale verso gli uomini, in qualità di persone e di prossimi. Un politico moderno è trasparente: dietro la sua maschera giudiziosa e la sua dizione affettata, non c’è traccia dell’uomo radicato nell’ordine del mondo naturale dai suoi amori, dalle sue passioni, dai suoi interessi, dalle sue opinioni personali, dal suo disprezzo, dal suo coraggio o dalla sua crudeltà. Tutte cose che anche lui chiude a chiave nel suo bagno privato. Se non intravediamo nulla dietro la maschera, sarà solo un tecnico del potere più o meno competente. Il sistema, l’ideologia, l’apparato ci hanno privato – tanto i governanti quanto i governati – della nostra coscienza, del nostro senso comune e del nostro linguaggio naturale e, in tal modo, della nostra vera umanità. Gli stati si sviluppano simili a macchine, come mai prima. Le persone sono trasformate in campioni statistici di elettori, produttori, consumatori, pazienti, turisti o soldati. In politica, bene e male, le categorie del mondo naturale e, dunque, reminiscenze obsolete del passato, perdono tutto il loro significato assoluto. L’unico metodo della politica è il successo quantificabile. Il potere è innocente a priori perché non deriva da un mondo in cui parole quali colpevolezza e innocenza conservano il loro significato.
Cos’hanno davvero in comune il mondo di un contadino medievale e quello di un giovane ragazzo? Qualcosa di sostanziale, penso. Sia il ragazzo, sia il contadino sono radicati molto più profondamente in quello che alcuni filosofi chiamano il “mondo naturale”, o Lebenswelt, di quanto non lo siano gli adulti più moderni. Non sono ancora cresciuti, alienati dal mondo delle loro vere esperienze personali, il mondo che possiede il suo giorno e la sua notte, il suo sotto (la terra) e il suo sopra (i cieli), dove il sole sorge ogni giorno a est, attraversa il cielo e tramonta a ovest, dove concetti come a casa e in luoghi estranei, bene e male, bellezza e bruttezza, vicino e lontano, doveri e diritti, possiedono ancora il significato di qualcosa di vivo e definito. Sono ancora radicati in un mondo che conosce la linea di demarcazione tra ciò che è intimamente familiare e propriamente oggetto del nostro interesse e ciò che si trova oltre il suo orizzonte, di fronte al quale dovremmo inchinarci con umiltà, in virtù del mistero che lo circonda. Il nostro “Io” attesta primitivamente quel mondo e intimamente lo certifica; si tratta del mondo della nostra esperienza vissuta, un mondo non ancora indifferente, dal momento che siamo intimamente legati ad esso dal nostro amore, odio, rispetto, disprezzo, tradizione, dai nostri interessi e da quella significatività preriflessiva da cui la cultura si è originata. Quello è il regno della nostra gioia e del nostro dolore, inimitabili, inalienabili, non trasferibili, un mondo in cui, attraverso cui e per cui siamo in qualche modo responsabili, un mondo di responsabilità personale. In questo mondo, categorie quali giustizia, onore, tradimento, amicizia, infedeltà, coraggio o empatia hanno un contenuto pienamente tangibile, legato a persone reali e importante per la vita reale. Alla base di questo mondo ci sono valori che sono semplicemente lì, in modo permanente, ancor prima di parlarne, ancor prima di pensarci, ancor prima di indagarli. Esso deve la propria coerenza interna a qualcosa che somiglia a un assunto “prespeculativo”, per il quale il mondo funziona ed è generalmente possibile solo perché qualcosa esiste oltre il suo orizzonte, qualcosa oltre o al di sopra di esso, che può sfuggire alla nostra comprensione e alla nostra presa ma che, appunto per questa ragione, fonda solidamente questo mondo, gli conferisce il suo ordine e la sua misura ed è la fonte nascosta di tutte le regole, consuetudini, comandamenti, proibizioni e norme che in esso dimorano. Il mondo naturale, in virtù della propria essenza, possiede in sé la presupposizione dell’assoluto che lo fonda, delimita, anima e dirige, senza la quale sarebbe impensabile, assurdo e superfluo e che noi possiamo solo pacificamente rispettare. Ogni tentativo di respingerlo, dominarlo, o rimpiazzarlo con qualcos’altro, appare, nella cornice del mondo naturale, come un’espressione di arroganza per la quale gli esseri umani devono pagare un prezzo pesante, come accadde a Don Giovanni e Faust.
Dal mio punto di vista, la ciminiera che imbratta i cieli non è solamente l’incresciosa disattenzione di una tecnologia incapace di includere il “fattore ecologico” nei suoi calcoli, i quali possono essere facilmente corretti con il filtro appropriato. Per me significa di più: è il simbolo di un’èra che cerca di trascendere i confini del mondo naturale e le sue norme e di renderlo un interesse meramente individuale.
[**Video_box_2**]E’ una questione di preferenza soggettiva e di sentimento privato, è una questione che riguarda le illusioni, i pregiudizi e i capricci di un “mero” individuo. E’ il simbolo di un’epoca che nega l’importanza vincolante dell’esperienza personale, così come l’esperienza del mistero e dell’assoluto e sostituisce l’assoluto personalmente esperito quale misura del mondo con un nuovo, artefatto assoluto, privo di mistero, libero dai capricci della soggettività e, in quanto tale, impersonale e inumano. E’ l’assoluto della cosiddetta oggettività: la cognizione razionale e oggettiva del modello scientifico del mondo.
La scienza moderna, nel costruire la sua immagine universalmente valida del mondo, distrugge i confini del mondo naturale, che può comprendere solo come una prigione di pregiudizi da cui dobbiamo evadere per raggiungere la luce della verità oggettivamente verificata. Il mondo naturale appare ad essa come un avanzo infelice dei nostri antenati, una fantasia della loro infantile immaturità. In tal modo, è indubbio, essa elimina, come mera Finzione, anche il fondamento più profondo del nostro mondo naturale; uccide Dio e prende il suo posto sul trono vacante, cosicché, per l’avvenire, sarà la scienza a stringere nelle proprie mani l’ordine dell’esistenza in qualità di unico, legittimo guardiano e ad essere l’unico, legittimo arbitro di tutta la verità che conta. Perché, dopotutto, è solo la scienza a ergersi al di sopra di tutte le verità soggettive dell’individuo, sostituendole con una verità superiore, sovrasoggettiva e sovrapersonale, che sia veramente oggettiva e universale.
(…) Il filosofo ceco Václav Belohradsky ha sviluppato in modo persuasivo il pensiero per il quale lo spirito razionalistico della scienza moderna, fondato sulla ragione astratta e sull’assunto di oggettività impersonale, non avrebbe un padre solamente nelle scienze naturali, Galileo, ma anche un padre nella politica, Machiavelli, che per primo formulò (seppure con un sottofondo di maliziosa ironia) la teoria della politica come tecnologia razionale del potere. Potremmo dire che, per tutte le complesse deviazioni della storia, l’origine dello stato moderno e del potere politico moderno può essere rintracciata precisamente qui, ovvero, ancora una volta, in un momento in cui la ragione umana comincia a “liberarsi” dall’uomo in quanto tale, dalla sua esperienza personale, dalla coscienza personale e dalla responsabilità personale e, in tal modo, anche da ciò a cui, entro la cornice del mondo naturale, tutta la responsabilità si relaziona in modo esclusivo: il suo orizzonte assoluto. Così come gli scienziati moderni separano il vero uomo dal soggetto dell’esperienza vissuta del mondo, allo stesso modo si comportano lo stato moderno e la politica moderna, e in maniera ancor più evidente.
Senza alcun dubbio, questo processo, per cui il potere diventa anonimo e spersonalizzato e ridotto a mera tecnologia di regole e manipolazioni, possiede migliaia di maschere, varianti ed espressioni. In alcuni casi è camuffato e poco appariscente, mentre in altri casi è completamente manifesto; in alcuni casi si avvicina a noi di soppiatto attraverso vie oscure e subdole, in altri casi è brutalmente diretto; fondamentalmente, comunque, si tratta della medesima tendenza universale. E’ il tratto distintivo dell’intera civiltà moderna, che deriva direttamente dalla sua struttura spirituale, e ad essa è ancorato da migliaia di ramificazioni intricate e inseparabili, persino nel pensiero, dalla sua natura tecnologica, dalle sue caratteristiche di massa, e dai gusti dei consumatori.
Sovrani e governanti un tempo erano tali di diritto, diversi solo nei tratti del volto, eppure, in qualche modo, personalmente responsabili delle loro azioni, buone o cattive, se anche fossero saliti al potere per tradizione dinastica o per volontà del popolo, per una vittoria in battaglia, o per cospirazione. In tempi moderni sono stati sostituiti dal dirigente, dal burocrate, dall’apparatcnik – un funzionario di professione, un manipolatore, un esperto in tecniche di gestione, manipolazione e offuscamento, che occupa un’intersezione spersonalizzata di relazioni funzionali: un ingranaggio nella macchina dello stato, imbrigliato in un ruolo predeterminato. Questo funzionario di professione è uno strumento “innocente” di un potere “innocente” e anonimo, legittimato dalla scienza, dalla cibernetica, dall’ideologia, dalla legge, dall’astrazione e dall’oggettività, ovvero da tutto tranne che dalla responsabilità personale verso gli uomini, in qualità di persone e di prossimi. Un politico moderno è trasparente: dietro la sua maschera giudiziosa e la sua dizione affettata, non c’è traccia dell’uomo radicato nell’ordine del mondo naturale dai suoi amori, dalle sue passioni, dai suoi interessi, dalle sue opinioni personali, dal suo disprezzo, dal suo coraggio o dalla sua crudeltà. Tutte cose che anche lui chiude a chiave nel suo bagno privato. Se non intravediamo nulla dietro la maschera, sarà solo un tecnico del potere più o meno competente. Il sistema, l’ideologia, l’apparato ci hanno privato – tanto i governanti quanto i governati – della nostra coscienza, del nostro senso comune e del nostro linguaggio naturale e, in tal modo, della nostra vera umanità. Gli stati si sviluppano simili a macchine, come mai prima. Le persone sono trasformate in campioni statistici di elettori, produttori, consumatori, pazienti, turisti o soldati. In politica, bene e male, le categorie del mondo naturale e, dunque, reminiscenze obsolete del passato, perdono tutto il loro significato assoluto. L’unico metodo della politica è il successo quantificabile. Il potere è innocente a priori perché non deriva da un mondo in cui parole quali colpevolezza e innocenza conservano il loro significato.
di Václav Havel
Tratto da “La politica dell’uomo”, Castelvecchi 2014. © Vaclav Havel – eredi c/o DILIA. Per gentile concessione.
Tratto da “La politica dell’uomo”, Castelvecchi 2014. © Vaclav Havel – eredi c/o DILIA. Per gentile concessione.