La controffensiva di Gheddafi

Le milizie che rispondono agli ordini del colonnello Muammar Gheddafi – un mix di libici e di mercenari stranieri, anche italiani – hanno risposto ieri all’ennesimo appello televisivo del loro padrone e sono andati a occupare Tripoli contro “i rivoltosi pilotati e drogati da Bin Laden”. I racconti dalla capitale libica parlano di miliziani nelle vie principali, che sparano e terrorizzano, mentre si moltiplicano i video – con immagini rivoltanti – che mostrano in altre città decine di persone morte e abbandonate ai margini delle strade, con le braccia legate dietro la schiena.
15 AGO 20
Immagine di La controffensiva di Gheddafi
I manifestanti avevano annunciato ieri mattina di voler marciare su Tripoli e così Gheddafi ha lanciato la sua controffensiva: ci sono stati scontri feroci tra le forze del regime e i gli insorti a pochi chilometri dalla capitale. A Ghariyan, a 70 chilometri, e soprattutto ad al Zawiya, a 50 chilometri, i testimoni parlano di missili – uno contro un minareto – e carri armati schierati contro i manifestanti, ma anche di ammutinamenti da parte dell’esercito con alcuni militari che, nel pomeriggio, hanno dato le loro armi ai rivoltosi. Oggi tutte le forze antigovernative sono decise a continuare la marcia sulla capitale. “Se Tripoli è libera, tutta la Libia è libera”, ha detto il loquace ex ministro della Giustizia, Mustafa Mohamed Abud al Jeleil, dimessosi per protesta contro l’uso della forza da parte del regime.
Rifugiato – si dice – in un bunker nella capitale, Gheddafi ha telefonato alla tv di stato rilasciando un messaggio folle e inquietante. Ha minacciato di interrompere il flusso di petrolio – “e poi come manterrete le vostre famiglie?” – e ha accusato al Qaida di aver pilotato le rivolte: “Le richieste non sono della popolazione, ma di Bin Laden. Sono sotto la sua influenza, devono essere catturati e portati di fronte alla giustizia. Non si può giustificare questo comportamento. Perché vi siete fatti coinvolgere da Bin Laden?”. Il dipartimento di stato americano ha fatto poi sapere che Gheddafi ha inviato una lettera agli Stati Uniti, ma non ha voluto commentarne i contenuti. Washington è sotto accusa per aver usato parole non così dure contro il colonnello – comunque non tempestive –, ma secondo la Reuters ieri ha avviato le procedure per chiedere l’espulsione della Libia dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. La preoccupazione internazionale riguarda anche il flusso di petrolio: alcuni pozzi sarebbero nelle mani dei rivoltosi.
A Tobruk, nell’est conquistato dai manifestanti, la popolazione si sta organizzando: dalla frontiera egiziana fino a qui, attraverso il deserto, la bandiera della monarchia di Idris Senussi, simbolo della rivolta, sventola su tutte le stazioni di polizia e gli edifici governativi. I cittadini pattugliano le strade, formano comitati di sicurezza, si occupano di controllare i principali ospedali, aiutano i medici a far arrivare gli aiuti dal confine. E si organizzano anche militarmente, in caso di nuovi attacchi da parte dei fedeli del colonnello. Perché Gheddafi non vuole soltanto tenere Tripoli – secondo il Guardian è l’ultima sua ridotta – ma vuole andare incontro ai rivoltosi, ricacciarli indietro, e andare a riprendersi l’est. Cioè vuole la guerra civile.