Il tango dei forcones

Rivolta della polizia in Argentina. Gli agenti hanno deciso l’ammutinamento per chiedere un aumento di salario. Finché non lo ottengono non escono dalle caserme. E’ cominciata a Cordoba, la città socialista d’Argentina, incubatrice e laboratorio da dove tradizionalmente si irradiano poi le proteste nel resto del paese, e si è estesa poi a Tucumán, Jujuy, Salta, Santa Fe, Rosario. I poliziotti si rifiutano di uscire in strada e solidarizzano con le ondate di saccheggiatori che, in assenza di sorveglianza, prendono d’assalto centri commerciali e supermercati. Otto morti finora. di Angela Nocioni
15 AGO 20
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Rivolta della polizia in Argentina. Gli agenti hanno deciso l’ammutinamento per chiedere un aumento di salario. Finché non lo ottengono non escono dalle caserme. E’ cominciata a Cordoba, la città socialista d’Argentina, incubatrice e laboratorio da dove tradizionalmente si irradiano poi le proteste nel resto del paese, e si è estesa poi a Tucumán, Jujuy, Salta, Santa Fe, Rosario. I poliziotti si rifiutano di uscire in strada e solidarizzano con le ondate di saccheggiatori che, in assenza di sorveglianza, prendono d’assalto centri commerciali e supermercati. Otto morti finora.
Tutto è cominciato una settimana fa quando la presidente Cristina Kirchner – che con il governatore di Cordoba, Manuel de la Sota, peronista di corrente avversa ha rapporti pessimi – ha scelto di temporeggiare e non mandare subito poliziotti dalla capitale a sostituire gli ammutinati. De La Sota, con un primo morto in piazza, la città in mano ai saccheggiatori e l’incubo che la rivolta contagiasse la città universitaria, ha dovuto cavarsela da solo e ha dato agli agenti tutto quello che chiedevano, raddoppiando il salario dal mese in corso. La protesta è subito rientrata a Cordoba, ma l’esempio è stato imitato dalle polizie di tutte le principali città del paese. Il timore è che la ribellione arrivi alla Gran Buenos Aires, il gigantesco e popoloso hinterland della capitale dove ci sono enormi sacche di povertà metropolitana. Se iniziano gli assalti lì, sono dolori seri per Cristina Kirchner, già obbligata a un difficilissimo rimpasto di governo dall’esito non roseo per lei delle legislative di fine ottobre. Persa la maggioranza dei due terzi necessaria a ottenere le riforme di legge per candidarsi per un terzo mandato, la presidente ha dovuto rinunciare persino al suo uomo di mano, il temutissimo e a lei devoto Guillermo Moreno, il ministro del Commercio che ha curato gli affari del clan Kirchner degli ultimi dieci anni.
Quando, un paio di sere fa, al semaforo rosso di Plaza de Mayo un tassista gli ha urlato dal finestrino “Traidor” prima di sparire nel traffico sotto lo sguardo da galera di “Acciaio” Cali – professione gorilla, re della kickboxing arruolato come guardia del corpo dall’ormai ex ministro del Commercio di Buenos Aires – Guillermo Moreno ha dovuto ingoiare sul marciapiede due pasticche rosa per dissolvere la rabbia. “Aliviol”, due grammi di ibruprofene argentino, il suo unico sollievo.
Eh sì, perché Moreno, incubo di tutti gli investitori esteri in Argentina e iracondo ministro con una collezione di nomignoli che nemmeno Al Pacino in “Scarface” (il Pistola, la Bestia, il Selvaggio, il Pazzo) ha avuto con la coppia presidenziale, Nestor prima e Cristina poi, la fedeltà di un labrador. E’ stato per anni l’uomo dei panni sporchi e il simbolo dei modi spicci dei due patagonici al governo. Ha liquidato con un “putos de mierda!” la delegazione della Shell venuta a piantar grane, ha causato una crisi diplomatica nel 2010 per insulti all’ambasciatore brasiliano Enio Cordeiro, è stato colto da una diretta tv mentre con l’indice e il medio della mano destra faceva il gesto del “ti taglio la testa” all’allora ministro dell’Economia Martin Lousteau che non poteva soffrire. Ma mai ha tradito.
E qualche settimana fa, in un limpido pomeriggio di primavera australe che nella sua epica personale è già diventato il giorno del Grande Voltafaccia, lui, il ministro più leale del pianeta, l’unico peronista a non aver cambiato mai corrente in vita sua, è stato cacciato. A sorpresa. L’ha saputo da un amico compassionevole quando tutto il governo già sapeva. Nemmeno una soffiata dalla Casa Rosada. Nessuna telefonata di preavviso. La regina Cristina l’ha mollato senza una parola. E l’ha spedito in posta celere a Roma. Dopo Natale Guillermo Moreno avrà un posticino da consigliere per gli affari commerciali all’ambasciata argentina in piazza dell’Esquilino. Dove nessuno lo aspetta a braccia aperte. Un approdo assai modesto per l’ex padrone dell’import export di Buenos Aires, il fustigatore degli imprenditori, lo sceriffo che ha tenuto in mano l’economia argentina degli ultimi otto anni mentre ai nuovi arrivati veniva bisbigliato: “No te metas nunca contra Moreno”. Consiglio legittimo, considerata l’abitudine di convocare le riunioni difficili nel suo studio di Diagonal sur, nella city di Buenos Aires, con il revolver poggiato sulla scrivania. Da quell’ufficio sono stati visti uscire, increduli più che offesi, quattro manager di una multinazionale in affari con il governo congedati dal ministro con la frase: “La prossima volta venite con le mogli perché sono stanco di incularmi voi”. I direttori delle principali scuole private argetine, a cui voleva tagliare i finanziamenti, liquidati con un: “Sparite o vi lascio a tutti e quattro spalmati sulla parete con i pantaloni calati”. Ed anche innumerevoli uomini d’affari locali benedetti dalle commesse di Stato e imbarcati in mitologiche missioni all’estero per portare “el ejemplo argentino en el mundo”. In Vietnam, in Corea, in Azerbaigian. Comitive di solito non sotto le trecento persone. In Angola, per mostrare dal vero le meraviglie dell’export argentino, il ministro andò l’anno scorso con 359 persone al seguito più una nave carica di bovini vivi arrivati stremati a destinazione sotto gli occhi increduli degli ospiti africani. “El arca de Moreno” fu battezzata la trovata.
Moreno è precipitato in disgrazia dopo la mezza sconfitta della presidente alle elezioni legislative di due mesi fa. E’ stato il primo schiaffo dal 2008 per Cristina Kirchner. Non è facile governare per due mandati di seguito, solo raccomandandosi all’anima del marito defunto: “El” ossia “Lui”, come lo chiama la presidente quando, vestita col nero della vedovanza, lo invoca nei comizi alzando le braccia al cielo dove i suoi producer fanno campeggiare una gigantografia del caro estinto in cartone, in lycra o in compensato leggero, ma sempre sullo sfondo bianco-azzurro della bandiera nazionale. Inflazione al 30 per cento, dollaro impazzito e aumento della criminalità hanno fatto il resto. La “reina Cristina” non è caduta, ma l’inciampo è stato brutto. Nelle recriminazioni del giorno dopo, l’intralcio da eliminare ha preso il nome di Guillermo Moreno. Il rimpasto di governo si è reso necessario. La sua testa è stata chiesta e ottenuta dalla stella luminosa della nuova èra peronista, il neo super ministro dell’Economia con delega a quasi tutto, lo charmosissimo Axel Kicillof, ragazzino prodigio dell’Università di economia di Buenos Aires immortalato in costume da Vanity Fair quale prova inconfutabile che l’addominale traverso esiste.
Il bello e la bestia. Lui e Moreno si odiano appassionatamente dal momento in cui Kicillof – quarantadue anni, sorriso arrogante e una vaga somiglianza con Brad Pitt – è passato dai pomeriggi goliardici con l’amico Máximo Kirchner, figlio della presidente, al ruolo di consigliere personale di Cristina. Non ci ha messo molto. Lei lo adora. “La tengo hipnotizada” si vantava al debutto con gli amici. Viene dalla militanza di sinistra del gruppo universitario marxista eterodosso “Tontos pero no tanto”. Dicono che all’economia l’abbia spinto suo nonno, rabbino, che aveva imparato da solo il tedesco per poter leggere Marx senza traduzione. Il neo ministro è un fanatico di Keynes.
E’ arrivato da poco, ma s’è fatto largo col lanciafiamme. E’ stato la mente prima e il capricciosissimo esecutore poi, della nazionalizzazione della industria del petrolio argentina, l’Ypf, che fino all’anno scorso era per buona parte della Repsol. Quando i geologi del ventitreesimo piano dell’ex grattacielo Repsol di Puerto Madero, il lungofiume di Buenos Aires, hanno scoperto che nel nuovo giacimento di “Vaca muerta”, nell’estremo sud patagonico, sotto uno strato di roccia e sale si nascondono riserve di petrolio ben più grandi di quelle previste, la multinazionale spagnola non ha fatto in tempo a brindare che Axel Kicillof, allora agli esordi come consigliere presidenziale, era già seduto a una tavolo con i geologi argentini del gruppo tecnico di Ypf a farsi spiegare nel dettaglio di cosa si trattasse. C’è tornato tutte le mattine per un mese – raccontano i geologi – s’è fatto spiegare ogni cosa. Poi ha suggerito alla presidente di riprendersi Ypf. Detto, fatto. Buenos Aires si è svegliata avvolta in manifesti stile anni Quaranta: “El petrolio es del pueblo, 100 por ciento peronista. Ypf es 100 por ciento argentina”. Repsol è stata cacciata su due piedi. S’è opposta, ha chiesto di trattare, ha minacciato rappresaglie. Infine è ricorsa a una denuncia internazionale. Dopo un anno, la settimana scorsa è stata generosamente indennizzata, come insegna la lezione chavista.
Cristina Kirchner sembra aver imparato bene da Hugo Chávez l’arte dell’esproprio. Prima si dichiara guerra al capitalismo straniero, cavallo di Troia dell’imperialismo etc etc. Si rifiuta ogni accordo, si fanno socialisteggianti proclami e si sfida l’investitore cacciato a pedate a rivolgersi al cielo, se vuole, tanto non vedrà mai un centesimo del “dinero del pueblo”. Poi, con discrezione, quando la marea è scesa, si invitano i manager dell’impresa espropriata a un tavolo, si fa un’offerta interessante e li si fa tornare a casa con un lauto indennizzo. Così ha fatto quasi sempre Hugo Chávez nei suoi tredici anni di governo in Venezuela. Un caso eclatante fu quando cacciò la Techint, grande impresa di proprietà dei Rocca, imprenditori argentini di origine italiana. Prima allestì un grande show bolivariano contro i predatori stranieri, urla e strepiti. Poi, con calma, i Rocca furono chiamati a trattare e venne loro accordato un indennizzo niente male, di sicuro più conveniente dell’incerto profitto che avrebbero ottenuto se avessero continuato a lavorare da quelle parti. Così funziona una valvola di sicurezza fondamentale delle nazionalizzazioni nel socialismo del XXI secolo in America latina. Serve ai presidenti a restare a galla. Cristina ha imparato e messo in pratica.
Mentre l’intrepido Axel, comodamente affacciato sul Rio de la Plata dall’ultimo piano del grattacielo di Puerto Madero l’anno scorso studiava l’estromissione di Repsol dall’Argentina, il povero Moreno correva su e giù con gli scagnozzi di “Acciaio” per i marciapiedi della city (che a Buenos Aires si chiama Microcentro) per multare i cambiavalute che vendono in nero a 10 pesos, quel dollaro clandestino, o “dolar blue”, o “lechuga verde”, che al cambio ufficiale vale 6,1. Il governo Kirchner è ostinato nell’illusionismo del cambio fisso e lui, il fedele scudiero, si occupa di cacciare i mercanti dal tempio.
Quando Cristina finì qualche mese fa sull’orlo del precipizio perché la vendita a credito e a rate, vecchia abitudine del consumo argentino, era complicata dalle percentuali che le carte di credito internazionali fanno pagare ai negozianti, fu sempre Moreno a tentare di salvarla inventandosi la “Supercard”, la carta di credito “peronista y popular” che avrebbe dovuto sbaragliare la concorrenza. La Supercard fece una fine ingloriosa nel giro di una settimana. Per mantenere in piedi lo scenario di cartapesta della rinascita economica argentina che sorregge Cristina e che ora traballa nei saccheggi di Cordoba, è riuscito a fissare d’imperio un tasso d’inflazione fittizio e a sanzionare con una multa di 50 mila euro i tecnici dell’istituto di ricerca privato Finsoport che l’hanno contestata. Si è guadagnato una denuncia per “abuso di potere” ed è tuttora sotto processo.
Il suo è un curriculum personale senza una elezione vinta, senza un momento di gloria politica autonomo, con un passato posticcio e un immaginario esilio in Brasile. E’ la storia di un uomo di strada che diventa uomo di potere militando nell’obbedienza dovuta agli ordini di un capo. Moreno si dà arie da gangster, ha uscite drammatiche da protomacho di periferia, si fa accusare di avere modi “poco urbani”, ma non si è messo un centesimo in tasca, per quel che si sa. Non nelle sue, perlomeno. E’ stato passato sotto la lente d’ingrandimento di investigatori pubblici e privati dei tanti nemici che si è fatto fuori e dentro l’Argentina. E dopo otto anni trascorsi a far da mastino alla guardia degli affari nazionali, petrodollari venezuelani compresi, nessuno è riuscito a scovargli un dollaro fuori posto. Anche il perfido Kicillof, che si vanta di averlo sconfitto “por goleada”, gli riconosce la fama di incorruttibile.
Fu Nestor Kirchner ad arruolarlo, nel 2005. Gli piaceva l’idea che un peronista integralista lo seguisse sulla strada del “più stato, meno mercato”. Cristina l’ha ricevuto in eredità come un bene di famiglia. A differenza di molti dei suoi scagnozzi e di tutti i suoi colleghi di governo, non si è mai trasferito in un quartiere per ricchi nelle esclusive “zone nord” di altrettante “zone nord” che spuntano nei quartieri privati, alla moda nordamericana, nella Buenos Aires dei country club. Lui vive da sempre nella vecchia casa di Constitución, quartiere di cui si parla molto nelle pagine di cronaca nera argentina e quasi mai per ragioni positive. Un reticolo di palazzi popolari, scrostati e (alcuni) bellissimi, popolato di notte da soli dealer e puttane.
A Roma viene controvoglia, nonostante si sussurra possa sperare nella benevolenza del Papa argentino. Il 18 marzo scorso, prima dell’investitura papale, Jorge Bergoglio ha ricevuto la presidente Kirchner nella residenza di Santa Marta in Vaticano. All’uscita Cristina, raggiante, ha raccontato a uno dei membri della sua delegazione che il Papa le aveva chiesto notizie di due persone soltanto: Julián Domínguez, presidente della Camera dei deputati e Guillermo Moreno. L’attenzione del Papa per Domínguez, quadro cattolico del peronismo, si spiega da sola. Quella per Moreno rimanda al caleidoscopio della Buenos Aires degli anni Settanta, quando l’allora padre Bergoglio, gesuita già influente, ebbe contatti con il gruppo cattolico peronista Guardia de Hierro. Lì militava la cattolicissima Marta Cascales, moglie di Moreno, rimasta molto vicina a Bergoglio poi diventato arcivescovo di Buenos Aires.
E’ stata lei, la moglie, a convincere il ministro disarcionato ad accettare l’incarico a Roma mentre i maligni tutt’intorno sussurravano: “Non l’ha salvato nemmeno il Papa”. “El Pistola”, armato solo di ibuprofene nella rabbia della sua “mala hora”, aveva chiesto di andare in Angola.
di Angela Nocioni