Il problema di Philadelphia è la crisi dei giornali, non il traffico

Il problema di Philadelphia, la città dell’amore fraterno, di Rocky e della dichiarazione d’indipendenza, non è il traffico. In un immaginario popolare un po’ datato le periferie di Philadelphia sono sentine criminali dominate da bande armate (Willy il principe di Bel Air veniva da una di queste banlieue) e in città si respira l’aria di un contrasto sociale irrisolto e forse insolubile.
15 AGO 20
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Il problema di Philadelphia, la città dell’amore fraterno, di Rocky e della dichiarazione d’indipendenza, non è il traffico. In un immaginario popolare un po’ datato le periferie di Philadelphia sono sentine criminali dominate da bande armate (Willy il principe di Bel Air veniva da una di queste banlieue) e in città si respira l’aria di un contrasto sociale irrisolto e forse insolubile. Quello che è rimasto intatto anche negli anni della “gentrification”, il processo di pulizia sociale delle zone più rischiose, è la cultura politica accentratrice, vagamente mafiosa, un sistema di spartizione scientifico del potere fra i frequentatori di un salotto dove l’abito gessato e il pelo sullo stomaco sono parte del dress code. Nella classifica delle città più corrotte d’America Philadelphia è sempre accanto a Chicago, Las Vegas e Detroit; i suoi politici sono spesso maestri delle porte girevoli e degli affari borderline.

Buzz Bissinger, giornalista e grande osservatore delle vicende di Philadelphia, sul New York Times ha scritto il suo j’accuse per un fatto preoccupante che sta succedendo in città e che accomuna Philadelphia a migliaia di comunità in America: i giornali stanno chiudendo. La società che controlla il Philadelphia Inquirer e il Philadelphia Daily News ha annunciato qualche giorno fa il licenziamento di altri 37 giornalisti, cioè l’ennesima tornata di tagli da quando la compagnia è finita nella crisi più nera per motivi universalmente e tristemente noti: calo della pubblicità, vendite in diminuzione, assenza di piani seri di ristrutturazione. I giornali di Philadelphia le hanno provate tutte, dalla riorganizzazione del lavoro allo sbarco massiccio sul Web fino alla ridiscussione di contratti e al taglio lineare dei collaboratori, ma la situazione sta velocemente procedendo verso un bivio radicale: o si trova un editore disposto a comprare la baracca, oppure la bancarotta. Bissinger spiega che il problema qui va oltre i termini della crisi aziendale, perché i due giornali della città sono il contropotere che si oppone alla gestione disinvoltamente casalinga della cosa pubblica, e a maggior ragione andrebbero difesi dai venti della crisi.

Un tycoon interessato all’acquisto effettivamente ci sarebbe. Si chiama Ed Rendell, è l’ex governatore della Pennsylvania, ex sindaco di Philadelphia, ex procuratore generale della città, ex direttore generale del Partito democratico, e attualmente proprietario di uno studio legale, commentatore televisivo e consigliere, più o meno informale, di decine di fondi d’investimento e boutique finanziarie. Gli abitanti della città chiamano “rendellismi” le espressioni leggendarie e rodomontesche di questo signore appassionato di giornali e sport che già una volta aveva cercato di far comprare i giornali locali all’amico Michael Bloomberg. Dell’affare non se ne era fatto nulla, e allora lui si è di nuovo fatto avanti. In un normale regime di domanda e offerta l’imprenditore che arriva con una valigetta piena di banconote è un cavallo al quale è vietato guardare in bocca, ma a Philadelphia il normale regime di domanda e offerta è un concetto impalpabile, forse inesistente, il che getta un velo di preoccupazione. Peraltro condiviso anche da quelli che amano il popolare ex governatore ed ex molte altre cose. Nell’ambiente sordido di Philadelphia diventa chiaro che la crisi della carta è più che un semplice effetto collaterale della crisi tout court.