Il nuovo risiko di Mediobanca

La grande crisi delle Borse, per ora, sembra tamponata. E questo renderà un po’ meno tesa l’atmosfera della lunga giornata di riunioni, da mattina a sera, che impegnerà oggi i protagonisti di Mediobanca: prima il direttivo, poi l’assemblea del patto e a seguire il consiglio e l’esecutivo. Una maratona che potrebbe segnare un ritorno al passato nel tempio che fu di Enrico Cuccia. Se passeranno le modifiche al patto verranno consolidati infatti i poteri dei manager rispetto agli azionisti.
15 AGO 20
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Tra le novità all’esame del direttivo figura infatti la composizione del comitato nomine, ovvero quel consesso che sceglie le candidature per i cda delle partecipazioni strategiche, ovvero Generali, Rcs e Telco-Telecom. Oggi fanno parte del comitato tre manager e tre rappresentanti delle tre categorie dei soci. La riforma prevede che i rappresentanti degli azionisti (del calibro di Dieter Rampl, Marco Tronchetti Provera e Vincent Bolloré) escano dal comitato, nel frattempo ridotto a cinque membri: tre manager (tra cui l’ad Alberto Nagel e il presidente Renato Pagliaro) più due indipendenti. Un cambio di passo significativo, in attesa di poter procedere, in autunno, all’operazione più difficile: la composizione del nuovo patto di sindacato, che i manager vorrebbero più asciutto rispetto all’attuale 44,46 per cento.
Le novità che saranno sottoposte all’esame dei maggiorenti nelle riunioni di oggi (aumento dei consiglieri indipendenti, oggi solo cinque su 23, e criteri per l’ammissione di nuovi soci nel patto) sono il risultato della collaborazione tra il management e il socio forte di Piazzetta Cuccia, cioè Unicredit, il cui peso, dopo la defenestrazione di Cesare Geronzi dalle Generali, si è senz’altro consolidato. Il test di oggi, insomma, servirà a valutare la solidità dell’asse tra i manager e Unicredit rispetto agli altri aderenti al patto.
Il presidente di Unicredit, Dieter Rampl, solo pochi mesi fa, sembrava destinato all’uscita, amareggiato per non aver saputo imporre Bruno Ermotti come amministratore delegato, mentre fu nominato Federico Ghizzoni, gradito in particolare alle fondazioni bancarie. Ma Rampl, dicono nella City meneghina, ha saputo ritagliarsi un ruolo come interlocutore dei Mediobanca boys, riuscendo nell’impresa senza pestare i piedi a Fabrizio Palenzona, da sempre l’uomo forte di Unicredit in Piazzetta Cuccia. Resta da capire come la pensi per davvero Vincent Bolloré, sulla difensiva dopo lo scontro a Trieste in occasione dell’approvazione del bilancio del Leone. Il finanziere bretone non fa mistero di non aver alcuna intenzione, al pari dei soci più vicini a Silvio Berlusconi (da Mediolanum a Tarak Ben Ammar fino alla stessa Fininvest) di diluire la sua presenza in Mediobanca. E rivendica, semmai, il diritto garantito dalle attuali regole di esser lui a presentare il nuovo membro del patto in quota “stranieri” quando, in autunno, uscirà la Santusa, cioè la holding dei Botìn. Cosa che, se passerà la riforma oggi allo studio, non gli sarà più consentita. C’è chi parla, per questo motivo, di frizioni tra francesi e il tedesco Rampl attorno al patto di Mediobanca. Niente di più sbagliato, spiegano gli insider: Bolloré è un alleato prezioso per Unicredit, in vista di un autunno rovente (non solo in Piazzetta Cuccia) dove è proibito sbagliare.