I calcoli di Obama dietro al veto isolato sulle armi ai ribelli siriani
I vertici del Pentagono erano stati convocati dalla commissione Forze armate del Senato per riferire sulla situazione in Libia, ma giovedì il senatore John McCain ha approfittato per fare pressing sulla questione del sostegno militare ai ribelli siriani. Sabato scorso il New York Times ha raccontato che durante l’estate il segretario di stato, Hillary Clinton, e il direttore della Cia, David Petraeus, avevano messo a punto un piano per armare alcuni gruppi di ribelli giudicati affidabili dalle fonti d’intelligence, eventualità che l’Amministrazione ha escluso nel timore che gli arsenali finissero nelle mani sbagliate.
15 AGO 20

New York. I vertici del Pentagono erano stati convocati dalla commissione Forze armate del Senato per riferire sulla situazione in Libia, ma giovedì il senatore John McCain ha approfittato per fare pressing sulla questione del sostegno militare ai ribelli siriani. Sabato scorso il New York Times ha raccontato che durante l’estate il segretario di stato, Hillary Clinton, e il direttore della Cia, David Petraeus, avevano messo a punto un piano per armare alcuni gruppi di ribelli giudicati affidabili dalle fonti d’intelligence, eventualità che l’Amministrazione ha escluso nel timore che gli arsenali finissero nelle mani sbagliate.
Washington giudicava il rischio di un fallimento strategico e politico troppo alto. L’interventista McCain ha citato i 60 mila morti in Siria e ha chiesto al segretario della Difesa, Leon Panetta, e al capo delle Forze armate, Martin Dempsey se fossero favorevoli alla proposta Clinton-Panetta. La risposta è stata unanime: “Sì”. L’ammissione di Panetta e Dempsey ha un peso specifico enorme nell’equilibrio della politica estera dell’Amministrazione, perché mette per la prima volta agli atti che il presidente, Barack Obama, ha usato i suoi poteri di commander in chief per bloccare una proposta caldeggiata in coro dai diplomatici, dalla comunità d’intelligence e dai militari.
Un parlamentare repubblicano, parlando con un cronista di Foreign Policy, ha detto che l’idea è circolata anche al Congresso, trovando sostegno trasversale. A settembre Mohammad Hussein al Haj Ali, un generale che ha disertato dall’esercito di Assad per unirsi al Free Syrian Army ha assicurato al generale James Mattis, capo del Centcom, che un eventuale invio di armi americane sarebbe stato controllato in modo che fosse a disposizione soltanto dei reali oppositori del regime. Mattis si è mostrato disponibile a perorare la causa dei ribelli a Washington: “Dammi 48 ore e ti faccio sapere”. Al Haj Ali non ha mai ricevuto una chiamata.
McCain ha continuato a premere per aumentare l’enfasi: “Quante persone devono ancora morire prima che si decida per un intervento militare?”, ma il “sì” ottenuto dai leader militari è più che sufficiente per imbarazzare il presidente, per rappresentarlo, nella migliore delle ipotesi, come un leader insulare che non si fida delle indicazioni del suo gabinetto; nella peggiore come un calcolatore senza scrupoli guidato esclusivamente dal criterio del tornaconto politico: un eventuale fallimento dell’operazione, con armi americane che precipitano nelle mani del nemico, sarebbe stato un colpo devastante per la campagna elettorale. Obama ha scelto la via degli accordi segreti e indiretti per armare i ribelli, ha sostenuto Arabia Saudita e Qatar – che passano esplicitamente armi agli oppositori del regime – con intelligence e altri tipi di supporti non meglio specificati e collabora con la Turchia, che ha impiantato vicino al confine siriano una struttura militare per passare mezzi e informazioni ai ribelli a qualche miglio dalla base americana di Incirlik. Il presidente ha caricato il suo “leading from behind” di significati politici ed elettorali, e molti a Washington pensavano che dopo la rielezione il presidente avrebbe riaperto a un’ipotesi sostenuta da tutto il suo gabinetto di guerra. Obama invece ha lasciato cadere l’idea e i maggiori sponsor dell’invio di armi ai ribelli stanno lasciando i loro incarichi per ricambio politico naturale o per sopraggiunta disgrazia pubblica. I ribelli le armi le hanno e il presidente sta conducendo un’ambigua guerra sotterranea per aiutare l’esercito che si ribella a Bashar el Assad senza ammetterlo esplicitamente. Nel frattempo, per evitare che le armi chimiche del regime sfuggano di mano ai loro infidi controllori – il problema si ripropone a parti invertite – l’intelligence americana sta contattando i redivivi ufficiali lealisti su Facebook o Skype per metterli in guardia, come scrive Eli Lake del Daily Beast nel suo ennesimo scoop.