Girotondo /5
Gli americani no, gli europei piuttosto non hanno ancora capito che non si può più scherzare
Dal Foglio del 11 settembre 2003 Se fossi un elettore americano, ho pochi dubbi, sul post 11 settembre la penserei come David Horowitz, presidente del Center for the Study of Popular Cult. Su molti temi è un populista spinto, ma se fossi americano penserei che la reazione dell’Amministrazione all’11 settembre, aver impegnato le forze armate direttamente in Afghanistan e Iraq, ha prodotto un primo, ottimo risultato.

Dal Foglio del 11 settembre 2003
Se fossi un elettore americano, ho pochi dubbi, sul post 11 settembre la penserei come David Horowitz, presidente del Center for the Study of Popular Cult. Su molti temi è un populista spinto, ma se fossi americano penserei che la reazione dell’Amministrazione all’11 settembre, aver impegnato le forze armate direttamente in Afghanistan e Iraq, ha prodotto un primo, ottimo risultato. Ha sventato ciò che tutti negli States temevano più di ogni altra cosa, guardando attoniti le Torri crollare: il ripetersi di simili attentati sul territorio Usa, la perdita una volta per tutte di quell’immunità alla strage che è parte costitutiva dell’identità americana, dopo la presa di Washington da parte britannica e dopo gli orrori della Guerra civile. Noi europei non lo capiamo, ma le dure scelte di Bush hanno intanto allontanato con successo la minaccia dagli Usa. Ma sono un europeo. E come tale inchiodato al recente sondaggio promosso tra 8 mila europei, dalla Compagnia di San Paolo e dal German Marshall Fund. La stragrande maggioranza di noi ritiene che la Iraqi Freedom non fosse necessaria, addirittura l’84 per cento dei francesi e l’81 dei tedeschi. Solo il 48 per cento di noi pensa che ci siano cause per cui valga la pena di impugnare le armi, rispetto all’84 per cento degli americani. Ha ragione William Drodziak sul Washington Post: gli europei avranno opinioni rispettabili, ma dove li porta questa politica e, soprattutto, se la possono permettere? Sono consapevole delle differenze storiche e culturali, del ritardo della nostra economia e del triste retaggio di sangue che il mito di nazione, razza , fascismo e comunismo è costato all’Europa.
Ma no, questa politica è sbagliata e non ce la potremmo permettere. Le difficoltà della transizione irachena, e dei “sette gradi di separazione” del comando Usa dagli iracheni recentemente illustrati da Paul Bremer, sono sotto gli occhi di tutti. Ma se considero pazzi pericolosi i liberal come Simon Jenkins, che ieri sul Times scriveva un accorato decalogo affinché l’Onu non cada nella trappola angloamericana di farsi trascinare ora a Baghdad per trar loro le castagne dal fuoco, penso che siano comprensibili ma sbagliati, i dubbi di analisti meno estremi e più brillanti come Andy Sullivan. Che sempre sul Times si interrogava attonito di fronte al problematico verificarsi di ciò che gli era capitato di sentire da un alto ufficiale americano, prima che la campagna irachena avesse inizio. E cioè che l’Iraq si sarebbe programmaticamente trasformato in una “fliptrap”, una trappola acchiappamosche. Testimonianze come quella di Sullivan provano che gli americani al comando sapevano che, allontanando da sé la minaccia, avrebbero impegnato in gole afghane e suburbi iracheni tutte le sigle e tentazioni del terrorismo islamico. La Security Proliferation Initiative E penso anche abbia torto Paul Rogers, che sull’Independent respinge l’efficacia della guerra antiterrorismo elencando con aritmetica diligenza tutti gli attentati avvenuti nel mondo dall’11 settembre in poi. La “coalition of the willings” non è la risposta di una cricca militarista a mali prodotti da miseria e sperequazioni, come vogliono le anime belle dell’antiamericanismo permanente. E’ l’iniziativa di una superpotenza offerta a un mondo che deve mostrare a propria volta di volersi muovere all’altezza della minaccia, con strumenti nuovi e fuori dalla cultura del veto, figlia di un Onu disegnato per vincitori di un mondo che non c’è più.
La Security Proliferation Initiative, di cui poco o nulla i giornali italiani si occupano ma che vede Usa ed Europa “vecchia” e “nuova” tentare proprio in questi giorni di coinvolgere Cina e Russia in una nuova cornice multilaterale di impegni concreti , anche militari, contro il terrorismo, è figlia dell’11 settembre, ed è la strada per una collaborazione diversa dalla guerra “Ovest contro Ovest” su cui Glucksmann ha appena finito di scrivere pagine magistrali. Chi si rimpannuccia nell’angolino, scomunicando gli americani, non vuole affatto un mondo in cui dal “single” si passi al “collective management”. Si rassegna di malanimo a un pianeta con una sola indiscussa potenza. Da europeo, a occhio e croce penso che gli sputasentenze sul post 11 settembre siano i nostri – “nostri” proprio come europei – peggiori nemici
di Oscar Giannino
Ma no, questa politica è sbagliata e non ce la potremmo permettere. Le difficoltà della transizione irachena, e dei “sette gradi di separazione” del comando Usa dagli iracheni recentemente illustrati da Paul Bremer, sono sotto gli occhi di tutti. Ma se considero pazzi pericolosi i liberal come Simon Jenkins, che ieri sul Times scriveva un accorato decalogo affinché l’Onu non cada nella trappola angloamericana di farsi trascinare ora a Baghdad per trar loro le castagne dal fuoco, penso che siano comprensibili ma sbagliati, i dubbi di analisti meno estremi e più brillanti come Andy Sullivan. Che sempre sul Times si interrogava attonito di fronte al problematico verificarsi di ciò che gli era capitato di sentire da un alto ufficiale americano, prima che la campagna irachena avesse inizio. E cioè che l’Iraq si sarebbe programmaticamente trasformato in una “fliptrap”, una trappola acchiappamosche. Testimonianze come quella di Sullivan provano che gli americani al comando sapevano che, allontanando da sé la minaccia, avrebbero impegnato in gole afghane e suburbi iracheni tutte le sigle e tentazioni del terrorismo islamico. La Security Proliferation Initiative E penso anche abbia torto Paul Rogers, che sull’Independent respinge l’efficacia della guerra antiterrorismo elencando con aritmetica diligenza tutti gli attentati avvenuti nel mondo dall’11 settembre in poi. La “coalition of the willings” non è la risposta di una cricca militarista a mali prodotti da miseria e sperequazioni, come vogliono le anime belle dell’antiamericanismo permanente. E’ l’iniziativa di una superpotenza offerta a un mondo che deve mostrare a propria volta di volersi muovere all’altezza della minaccia, con strumenti nuovi e fuori dalla cultura del veto, figlia di un Onu disegnato per vincitori di un mondo che non c’è più.
La Security Proliferation Initiative, di cui poco o nulla i giornali italiani si occupano ma che vede Usa ed Europa “vecchia” e “nuova” tentare proprio in questi giorni di coinvolgere Cina e Russia in una nuova cornice multilaterale di impegni concreti , anche militari, contro il terrorismo, è figlia dell’11 settembre, ed è la strada per una collaborazione diversa dalla guerra “Ovest contro Ovest” su cui Glucksmann ha appena finito di scrivere pagine magistrali. Chi si rimpannuccia nell’angolino, scomunicando gli americani, non vuole affatto un mondo in cui dal “single” si passi al “collective management”. Si rassegna di malanimo a un pianeta con una sola indiscussa potenza. Da europeo, a occhio e croce penso che gli sputasentenze sul post 11 settembre siano i nostri – “nostri” proprio come europei – peggiori nemici
di Oscar Giannino